La minaccia asimmetrica dei droni Shahed

È fondamentale fare una distinzione tecnica: lo Shahed-136 (la versione più nota) non è paragonabile a un missile da crociera o a un vettore nucleare. Tuttavia, come sottolineato dal Royal United Services Institute (RUSI), la sua pericolosità non risiede nel singolo impatto, ma nel numero

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Negli scenari di guerra moderna, dal Medio Oriente all’Ucraina, un nome è diventato sinonimo di una nuova forma di terrore tecnologico: lo Shahed. Questi droni di produzione iraniana, spesso definiti “kamikaze” o “munizioni circuitanti”, hanno riscritto le regole del conflitto asimmetrico. Ma quali sono i reali danni che possono provocare e perché rappresentano una sfida così complessa per le difese aeree globali?

Shahed-136 non è un’arma strategica, ma di saturazione

È fondamentale fare una distinzione tecnica: lo Shahed-136 (la versione più nota) non è paragonabile a un missile da crociera o a un vettore nucleare. Con una testata esplosiva che oscilla tra i 40 e i 50 kg, la sua potenza distruttiva è limitata rispetto ai grandi ordigni. Tuttavia, come sottolineato dal Royal United Services Institute (RUSI), la sua pericolosità non risiede nel singolo impatto, ma nel numero.

L’Iran ha progettato questi sistemi per essere lanciati in “sciami” (spesso da rastrelliere montate su camion che ne ospitano cinque alla volta). L’obiettivo è saturare i radar nemici: se anche il 90% viene abbattuto, i pochi che filtrano possono colpire infrastrutture critiche, centrali elettriche o edifici civili, causando danni strutturali significativi e perdite umane.

L’impatto psicologico e il “logoramento economico”

Oltre ai danni materiali, lo Shahed è un’arma di terrore psicologico. Equipaggiato con un motore a pistoni (spesso paragonato al rumore di un tosaerba o di una motosega), il suo ronzio persistente annuncia l’attacco con largo anticipo, logorando i nervi della popolazione civile.

Dal punto di vista militare, il danno è anche economico. Un singolo drone Shahed costa tra i 20.000 e i 50.000 dollari, una frazione infinitesimale rispetto ai missili intercettori (come i Patriot o gli IRIS-T) che costano milioni di dollari. Questo costringe i difensori a una scelta drammatica: utilizzare munizioni costosissime per abbattere “motorini volanti” economici o rischiare che colpiscano il bersaglio.

Lo Shahed-136

Per meglio capire cosa sia lo Shahed-136, ce lo siamo fatti spiegare da un esperto indipendente di teatri di guerra che ha preferito che non fosse pubblicato il suo nome.

«Lo Shahed è uno dei cosidetti “velivoli senza pilota”. Quello impiegato nell’attacco a Cipro è stato identificato come un drone di tipo Shahed-136 . Si tratta di una munizione circuito-telecrollante (loitering munition) di fabbricazione iraniana, un’arma diventata tristemente celebre per il suo impiego massiccio in Ucraina» ci ha spiegato. Arma di ultima generazione, ma con qualche dèfaillance. «Il suo punto di forza è l’estrema economicità, poche decine di migliaia di dollari. Questo lo rende un’arma “asimmetrica” perfetta per saturare le difese aeree nemiche. È progettato per volare a bassa quota e a bassa velocità, può eludere i radar ottimizzati per individuare minacce più rapide e in alta quota. Questo spiegherebbe come abbia potuto violare il perimetro difensivo della base, nel caso di Cipro». Non si tratta, quindi, di un mero drone da osservazione ma di una vera e propria arma. «Esatto. Non è un semplice ricognitore, ma un’arma “kamikaze” con una testata progettata per esplodere all’impatto, capace di causare danni significativi a infrastrutture e hangar, come dimostra il foro di trenta piedi (circa 9 metri, ndr) aperto nella struttura». «Bisogna tener conto – ha proseguito – che lo Shahed può percorrere fino a 2.500 km seguendo rotte GPS preimpostate.ma è relativamente lento. Può muoversi a circa 185 km/h, il che lo rende vulnerabile persino alla contraerea leggera o alle mitragliatrici se individuato in tempo. Il suo più grande “limite” è quello di essere efficace solo contro obiettivi fissi. Non possiede sistemi di guida sofisticati per inseguire mezzi in movimento, limitando il suo impiego a infrastrutture e centri abitati. Obiettivi fissi, che si possono mettere al centro del mirino». Come l’obiettivo individuato a Cipro. «Questo è il punto politicamente più delicato – ci spiega – . Le autorità britanniche e cipriote hanno escluso che il drone sia stato lanciato direttamente dal territorio iraniano. Ma il cosidetto Launch Point, secondo una fonte governativa cipriota citata da Associated Press, il drone è stato lanciato dalla capitale libanese, Beirut. Questo indirizza le responsabilità verso gruppi armati filo-iraniani, con il sospetto principale che ricade su Hezbollah . Il drone avrebbe percorso circa 150 miglia nautiche (quasi 280 km, ndr) a bassa quota sul mare per raggiungere il bersaglio a Cipro». Al momento, nessun gruppo ha ufficialmente rivendicato la responsabilità, e Teheran non ha rilasciato dichiarazioni in merito, mantenendo la linea della “non involontà diretta”. Ma la firma sull’operazione, per chi sa leggere il campo di battaglia, sembra chiara.

L’arsenale iraniano

Mentre l’Iraq sta faticosamente ricostruendo una forza aerea moderna attraverso acquisizioni estere, l’Iran ha sviluppato una strategia “autarchica” focalizzata sulla deterrenza asimmetrica. Ad oggi (marzo 2026), Teheran possiede il programma missilistico più vasto e diversificato del Medio Oriente, progettato per compensare la mancanza di una flotta di caccia avanzati. Il panorama delle armi a lungo raggio iraniane si articola su tre pilastri principali:

Missili balistici: I vettori della deterrenza

L’Iran dispone di una “triade” di missili balistici a medio raggio (MRBM) in grado di colpire obiettivi fino a 2.000-2.500 km di distanza, coprendo l’intero Medio Oriente e parti dell’Europa sud-orientale.

  • Khorramshahr-4 (Kheibar): È la punta di diamante. Utilizza propellente liquido ipergolico (che può rimanere nel serbatoio per anni, accelerando i tempi di lancio a soli 12 minuti) e trasporta una testata da 1.500 kg.

  • Sejjil: Un missile a propellente solido a due stadi. La tecnologia a stato solido lo rende estremamente mobile e rapido da lanciare, riducendo la finestra temporale per un attacco preventivo nemico.

  • Haj Qassem & Kheibar Shekan: Nuovi vettori con gittate intorno ai 1.400-1.450 km, ottimizzati per l’alta precisione e la capacità di manovra nella fase terminale per eludere le difese antimissile (come gli Arrow israeliani).

La nuova frontiera: I missili ipersonici

L’ultimo salto tecnologico è rappresentato dalla serie Fattah, che ha segnato l’ingresso dell’Iran nel club delle potenze ipersoniche.

  • Fattah-2: Entrato in servizio operativo nei recenti conflitti del 2025-2026, questo missile utilizza un Hypersonic Glide Vehicle (HGV). A differenza dei missili balistici tradizionali che seguono una parabola prevedibile, il Fattah-2 può manovrare a velocità superiori a Mach 15, rendendo l’intercettazione quasi impossibile per i sistemi attuali.

Droni e missili Cruise: l’attacco a bassa quota

Se i missili balistici colpiscono dallo spazio, i cruise e i droni “abbracciano” il terreno per evitare i radar.

  • Missile Cruise Paveh: Ha una gittata di 1.650 km. La sua peculiarità è la capacità di “sciame”: diversi missili possono comunicare tra loro durante il volo; uno funge da leader, mentre gli altri agiscono come esche per saturare le difese aeree.

  • Shahed: È il drone più avanzato dell’arsenale. Simile al Reaper americano, ha un’autonomia di 35 ore e un raggio d’azione di 7.000 km (trasferimento) o 2.500 km operativi, potendo trasportare fino a 13 bombe guidate.

Un elemento distintivo della strategia iraniana è la protezione di questo arsenale. L’Iran ha costruito vaste “città missilistiche” sotterranee (fino a 500 metri di profondità nelle montagne, come a Khorramabad), rendendo estremamente difficile la distruzione della sua capacità di rappresaglia anche in caso di bombardamenti massicci. Mentre l’approccio iracheno è basato sulla tecnologia di difesa (intercettori coreani, caccia americani), quello iraniano è puramente offensivo-dissuasivo, puntando sulla quantità e sull’imprevedibilità dei vettori d’attacco.

 Gli Shahed rappresentano la democratizzazione della tecnologia missilistica. Non servono laboratori segreti o budget miliardari per produrli; basta componentistica civile, spesso reperibile sul mercato globale, e una visione strategica basata sulla quantità. La loro minaccia sta cambiando il paradigma della difesa aerea, spostando l’attenzione dalla “qualità” tecnologica alla necessità di produrre sistemi di intercettazione altrettanto economici e numerosi.

Roberto Greco

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