Medicina di genere: oltre il «modello maschile» universale

Storicamente, la ricerca farmacologica ha escluso le donne dai trial clinici per evitare le "interferenze" del ciclo mestruale o potenziali rischi in gravidanza. Il risultato? Molti farmaci oggi in commercio hanno dosaggi e profili di sicurezza tarati su un uomo di circa 70 kg

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Perché la neutralità biologica non è universale ma un errore scientifico e come la ricerca sta ridefinendo la pratica clinica con la medicina di genere

Per decenni, la medicina ha operato sotto il tacito assunto che il corpo maschile fosse il “prototipo” della specie umana, relegando quello femminile a una variante influenzata esclusivamente dagli ormoni riproduttivi. Oggi, i dati della letteratura scientifica internazionale convergono su un verdetto inequivocabile: ignorare le differenze di genere non è solo un limite metodologico, ma un rischio per la salute pubblica.

Il fallimento del paradigma “taglia unica”

Il concetto di Medicina di Genere non si limita alla salute riproduttiva, ma studia come le diversità biologiche (definite dal sesso) e socio-culturali (definite dal genere) influenzino l’insorgenza, il decorso e la risposta alle terapie di tutte le patologie.

Storicamente, la ricerca farmacologica ha escluso le donne dai trial clinici per evitare le “interferenze” del ciclo mestruale o potenziali rischi in gravidanza. Il risultato? Molti farmaci oggi in commercio hanno dosaggi e profili di sicurezza tarati su un uomo di circa 70 kg.

Le donne presentano una probabilità significativamente maggiore di manifestare reazioni avverse ai farmaci (ADR). Questo accade perché i processi di assorbimento, distribuzione, metabolismo ed eliminazione variano drasticamente tra i sessi. Nelle malattie cardiovascolari, tradizionalmente percepite come “maschili”, la sintomatologia femminile è spesso atipica (nausea, stanchezza, dolore dorsale anziché il classico dolore retrosternale), portando a una sottovalutazione del rischio e a interventi meno tempestivi.

Le basi biologiche della differenza

La ricerca d’avanguardia sta dimostrando che ogni cellula del nostro corpo ha un sesso, impresso nel patrimonio cromosomico XX o XY. Questa differenza si riflette in tre ambiti chiave. Il primo è quello dell’assetto ormonale: gli estrogeni e il testosterone non regolano solo la sfera sessuale, ma agiscono come potenti modulatori del sistema immunitario, del metabolismo lipidico e della plasticità neuronale. In secondo luogo la genetica ed epigenetica: L’espressione dei geni legati al cromosoma X gioca un ruolo cruciale nella resilienza immunitaria (spiegando perché le donne rispondano meglio ai vaccini, ma siano più soggette a malattie autoimmuni). Infine nuovi studi indicano che la composizione della flora batterica intestinale varia in base al sesso, influenzando l’asse intestino-cervello e la risposta infiammatoria.

È necessario, inoltre, tenere conto che le donne hanno arterie più piccole e una maggiore incidenza di microvasculopatie e che uomini e donne rispondono diversamente all’immunoterapia e alla chemioterapia. Dal punto di vista neurologico i principali studi medici hanno dimostrato che l’Alzheimer colpisce prevalentemente le donne, con meccanismi neurodegenerativi specifici e che, nel caso di malattie rare, il ritardo diagnostico è spesso più marcato nel sesso femminile a causa di bias cognitivi medici.

La svolta normativa e operativa in Italia

L’Italia si pone all’avanguardia in questo scenario grazie alla Legge 3/2018, che ha inserito la medicina di genere nel Servizio Sanitario Nazionale. Non si tratta di creare una “medicina per le donne”, ma di garantire un’equità della cura.

Perché l’obiettivo non è la parità di trattamento, ma l’appropriatezza del trattamento. Curare allo stesso modo persone diverse significa, paradossalmente, non curarle con la stessa efficacia.

Sonia Sabatino

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