Mauro De Mauro, giornalista d’inchiesta noto per il coraggio e l’abilità nel raccontare i lati oscuri della cronaca italiana del dopoguerra, era nato a Foggia nel 1921 e, dopo la Seconda guerra mondiale, si trasferì a Palermo. Lavorò per testate siciliane come Il Tempo di Sicilia e Il Mattino di Sicilia, approdando infine al quotidiano palermitano L’Ora, di cui divenne una delle firme di punta.
Fin dagli anni ’50 e ’60 De Mauro si distinse come cronista di razza, vincendo tra l’altro la prima edizione del “Premiolino”, nel 1960, grazie a un’inchiesta sulla criminalità siciliana. Le sue pagine tracciavano senza timore le trame di Cosa Nostra e dei poteri collusi. In quegli anni seguì delitti di mafia clamorosi, come quello del commissario Cataldo Tandoy, e scandagliò i retroscena di processi controversi, come quello ai “frati di Mazzarino”, per estorsione e omicidio. In un memorabile scoop del gennaio 1962, pubblicò su L’Ora un rapporto di polizia del 1937, finito nel dimenticatoio, in cui un medico affiliato alla mafia, Melchiorre Allegra, rivelava struttura, affiliati e regole dell’organizzazione mafiosa. Proprio quella rivelazione gli costò l’odio dei boss: anni dopo il pentito Tommaso Buscetta raccontò che “De Mauro era un cadavere che camminava”, perché Cosa Nostra non gli perdonava di aver svelato i suoi segreti e aspettava solo l’occasione giusta per punirlo.
Negli anni successivi De Mauro continuò a raccontare la mafia senza reticenze. Nel 1963, insieme ai colleghi Felice Chilanti e Mario Farinella, curò su L’Ora un’inchiesta a puntate dal titolo “Rapporto sulla mafia”, comprendente anche l’intervista a un anziano boss, Serafino Di Peri, espulso dall’organizzazione per aver testimoniato contro banditi mafiosi. Fu inoltre il primo, nel 1964, a raccogliere la testimonianza di Serafina Battaglia, la prima donna che osò deporre contro i mafiosi in tribunale, dando voce al coraggio civile dei familiari delle vittime di Cosa Nostra. Il suo interesse spaziava anche oltre la Sicilia: nel novembre 1969 pubblicò una serie di articoli sulla vita del celebre boss italoamericano Lucky Luciano, segno di un giornalismo investigativo a tutto campo.
Il caso Mattei
Nella tarda estate del 1970 Mauro De Mauro stava lavorando a quella che sarebbe diventata l’ultima, e forse la più pericolosa, delle sue inchieste. Il giornalista era stato incaricato dal regista Francesco Rosi di collaborare alla sceneggiatura di un film sulla morte di Enrico Mattei, il potente presidente dell’ENI deceduto in un misterioso incidente aereo l’27 ottobre 1962. De Mauro aveva già seguito i fatti all’epoca e doveva ricostruire gli ultimi giorni di Mattei in Sicilia, quelli tra il 26 e il 27 ottobre 1962, per il film Il caso Mattei. Questo lavoro lo riportò ad indagare su una vicenda mai chiarita, che lui sospettava celasse un omicidio mascherato da disgrazia aerea.
Si ritiene che De Mauro avesse scoperto elementi scottanti sul disastro aereo di Bascapè, in cui Mattei perse la vita. Secondo le informazioni di alcuni collaboratori di giustizia, emerse decenni dopo, il cronista palermitano aveva raccolto informazioni riservate sulle corresponsabilità di Cosa Nostra nel sabotaggio dell’aereo di Mattei. La pista mafiosa dietro la morte del presidente dell’ENI, se confermata, avrebbe avuto implicazioni enormi perché avrebbe significato che pezzi della criminalità organizzata siciliana, forse su mandato di poteri economici e/o servizi segreti, erano coinvolti nell’eliminazione di uno degli uomini chiave dell’economia italiana. De Mauro, fiutando lo scoop, riesaminò contatti e testimonianze di quegli ultimi giorni di Mattei in Sicilia. Si mosse anche all’interno dei giochi di potere dell’ENI post-Mattei. Si seppe che De Mauro intratteneva rapporti con Graziano Verzotto, presidente dell’ente minerario siciliano EMS e amico di Mattei, impegnato in un braccio di ferro contro Eugenio Cefis, successore di Mattei all’ENI. Non è escluso che, indagando su Mattei, De Mauro potesse aver raccolto informazioni su intrighi politico-affaristici legati al controllo dell’ENI e alle attività petrolifere in Sicilia, elementi che avrebbero allarmato chi, nell’ombra, aveva interesse a seppellire per sempre la verità sulla fine di Mattei.
Il golpe Borghese
Parallelamente alla pista Mattei, ma solo dopo la sua scomparsa, emerse un altro filone per spiegare il movente dell’eliminazione di De Mauro. Si trattava del c.d. golpe Borghese. Junio Valerio Borghese, ex comandante della Decima Mas e figura dell’estrema destra, stava segretamente preparando un colpo di Stato in Italia da attuare la notte dell’8 dicembre 1970. De Mauro, che in gioventù era stato un suo sottoposto in guerra, avrebbe scoperto i preparativi del golpe e soprattutto un presunto patto fra gli aspiranti golpisti e Cosa Nostra. L’ipotesi investigativa, la “pista nera”, sostenne infatti che il giornalista fosse venuto a sapere dell’accordo e del ruolo i mafiosi avrebbero avuto, partecipando al piano occupando la sede Rai di Palermo e le prefetture siciliane in appoggio al tentativo di colpo di Stato.
Secondo questa ricostruzione, emersa con forza molti anni dopo grazie alle rivelazioni di pentiti, fu proprio la scoperta di quel complotto a segnare la condanna a morte di De Mauro. In redazione aveva confidato ai colleghi di avere “uno scoop che farà tremare l’Italia”, e quello scoop forse riguardava proprio il principe Borghese e i generali con cui tramava. Stava “facendo le domande giuste alle persone sbagliate”, scrisse Attilio Bolzoni. In pratica, De Mauro chiese notizie sul golpe a qualcuno che non avrebbe dovuto e la voce arrivò alle orecchie dei cospiratori. A quel punto scattò la reazione preventiva e la sera stessa lo rapirono, lo interrogarono per sapere fin dove era arrivato, e infine lo strangolarono per tappargli la bocca.
Le indagini giudiziarie degli anni 2000 hanno in parte confermato questo scenario. È emerso che poco prima della scomparsa ci fu un incontro a Roma tra Borghese, due ufficiali dei servizi segreti militari, il Sid, e tre boss mafiosi di primo piano, Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Salvatore “Totò” Riina, i quali avrebbero garantito l’appoggio di Cosa Nostra al golpe. Proprio quei capimafia, secondo i magistrati palermitani, diedero il via libera al sequestro di De Mauro per neutralizzare la fuga di notizie. È il quadro di un “omicidio preventivo”, maturato nell’intreccio torbido tra mafia, eversione di destra e pezzi deviati dello Stato. Questa ipotesi, denominata anche la “pista Borghese”, fu considerata a lungo plausibile, De Mauro sarebbe stato sequestrato e ucciso perché venuto a conoscenza dei preparativi del c.d. “golpe dell’Immacolata”.
Va detto che non tutti, a distanza di anni, concordano sul fatto che il movente principale fosse il golpe. La Corte di Cassazione, nella sentenza definitiva sul caso, ha ritenuto “verosimile, anche se non certo” che l’informazione fatale in possesso di De Mauro fosse legata più al caso Mattei che non al golpe Borghese. In ogni caso resta il fatto, storicamente accertato, che nel 1970 Cosa Nostra fosse coinvolta sia nel traffico di droga sia in inquietanti rapporti con ambienti eversivi neofascisti. De Mauro, con il suo fiuto, stava sondando questi scenari esplosivi e in uno di essi trovò probabilmente la morte.
Inchieste scomode e nemici pericolosi
Oltre al caso Mattei e ai misteri del golpe, Mauro De Mauro aveva affrontato numerose inchieste “scottanti” che potevano aver infastidito potenti interessi. Nei mesi precedenti la sua scomparsa, ad esempio, si era occupato di traffici di stupefacenti gestiti dalla mafia, un tema che stava diventando cruciale con l’ascesa dei clan nell’economia dell’eroina. Proprio la pista del narcotraffico fu inizialmente avanzata da alcuni investigatori come possibile movente del sequestro, sostenendo che Cosa Nostra volesse punire il cronista per i suoi articoli sulle rotte della droga. Questa tesi emerse subito dopo il rapimento, supportata in particolare dai Carabinieri, ma col tempo si rivelò un colossale depistaggio: anni dopo, sia il PM Vincenzo Calia, che indagò sulla morte di Mattei negli anni ’90, sia i giudici palermitani hanno appurato che la cosiddetta “pista della drogaa” era del tutto inconsistente, una costruzione artificiosa orchestrata ad arte per sviare le indagini. Fu lo stesso Verzotto, l’amico politico di De Mauro, ad ammettere nel 1998 di aver sostenuto pubblicamente la pista della mafia infastidita dai suoi articoli sulla droga su suggerimento di alcuni ufficiali dei Carabinieri, proprio per allontanare sospetti più scomodi. “Ammetto di avere depistato… quel depistaggio mi venne suggerito dai Carabinieri”, confessò Verzotto, riconoscendo che si volle ridurre la pressione su chi lo minacciava deviando l’attenzione altrove.
Tra le altre piste battute nel caos investigativo vi fu persino quella delle esattorie dei cugini Salvo, potenti esattori siciliani legati alla mafia, ma anch’essa non portò a nulla di concreto. In realtà, col senno di poi, appare chiaro che dietro la sorte di De Mauro si stagliavano i “segreti di Stato” dell’epoca: dai retroscena dell’attentato a Mattei alle trame occulte del golpe fallito, vicende in cui convergevano mafia, politica, servizi segreti deviati e affaristi senza scrupoli. Proprio la necessità di tutelare questi segreti spinse alcuni investigatori dell’epoca a inscenare depistaggi clamorosi: emblematico fu l’“interrogatorio-farsa” di Verzotto organizzato nel settembre 1971 dal col. Carlo Alberto dalla Chiesa e dal capitano Giuseppe Russo allo scopo di presentare Verzotto come bersaglio della mafia e allontanare i sospetti di una sua complicità nei fatti. In pratica, una parte delle forze dell’ordine, forse a seguito di pressioni superiori, preferì evitare di scavare troppo nei misteri collegati a De Mauro e si concentrò su spiegazioni più rassicuranti come la vendetta per i suoi articoli sulla droga.
Resta comunque assodato che De Mauro, nel corso della sua carriera, si era fatto molti nemici potenti. Le sue inchieste sulla mafiosità negli apparati pubblici e nei “comitati d’affari” tra politica e imprenditoria avevano dato fastidio a più di qualcuno. Aveva denunciato il connubio fra mafia e politica, tra malavita e affari sporchi, tracciando quel “ritratto della mafia” che, negli anni Sessanta, in pochi avevano il coraggio di delineare. Come ricordano i colleghi de L’Ora, De Mauro investigava su “mafia e politica, droga e comitati d’affari” senza guardare in faccia a nessuno. Una cosa sembra certa, che con le sue domande scomode aveva toccato le persone sbagliate, mafiosi, faccendieri o golpisti che fossero, decretando involontariamente il proprio destino.
Il rapimento e la scomparsa a Palermo il 16 settembre 1970
La sera del 16 settembre 1970 appare una sera come tante per Mauro De Mauro. Il giornalista, 49 anni, esce dalla redazione de L’Ora in via Mariano Stabile a Palermo intorno alle 21 e si dirige verso casa, in viale delle Magnolie, nel quartiere residenziale Libertà. Fa una breve sosta lungo il tragitto: si ferma in un bar a comprare due etti di caffè macinato, un paio di pacchetti di sigarette Nazionali senza filtro e una bottiglia di bourbon, piccole abitudini di fine giornata. Quella è una settimana particolare per la famiglia De Mauro perché appena due giorni dopo la figlia maggiore, Franca, deve sposarsi. In casa fervono i preparativi per le nozze e il padre rincasa con qualche vettovaglia per la cena.
Intorno alle 21:15, dopo aver parcheggiato la sua BMW davanti al portone di casa, la figlia Franca che sta rientrando con il suo fidanzato, vede il padre che sta parlando con due o tre uomini vicino all’auto. Ma il padre non entra nel portone. Franca riesce a intravedere il padre nuovamente in macchina circondato da quegli uomini e sente pronunciare in dialetto la parola “amunì”, “andiamo”, mentre l’auto improvvisamente riparte sgommando. In pochi attimi, dell’auto e di Mauro De Mauro si perdono le tracce. Franca, sconvolta, dà l’allarme.
La Polizia e i Carabinieri si attivano immediatamente. Furono istituiti posti di blocco in tutta la città e per tutta la notte si cerca l’auto del giornalista. Solo la mattina seguente, il 17 settembre, la BMW di De Mauro fu ritrovata abbandonata dall’altra parte della città, in via Pietro D’Asaro, nei pressi di via Dante. L’auto ha ancora le chiavi inserite nel cruscotto e, all’interno, ci sono i sacchetti con il caffè, le sigarette e la bottiglia di bourbon intatti. È il sinistro segno della “lupara bianca”, il metodo mafioso di far sparire nel nulla le proprie vittime lasciando solo un’auto vuota con le chiavi inserite. Di Mauro De Mauro, vivo o morto, non si troverà più nulla: il suo corpo non verrà mai rinvenuto, né i suoi resti, e da quel momento diventa un fantasma.
Le prime ore e i primi giorni dopo la scomparsa vedono uno spiegamento ingente di forze dell’ordine. La vicenda colpisce molto l’opinione pubblica: un giornalista noto rapito a Palermo in piena città è un fatto senza precedenti Il “caso De Mauro” riempie le pagine dei giornali nazionali. Purtroppo, però, le ricerche frenetiche non approdano a nulla di concreto. L’auto, minuziosamente ispezionata anche dagli artificieri, nel timore vi fossero ordigni o tracce, non offre elementi utili. Non ci sono testimoni diretti oltre alla figlia. Nel quartiere residenziale nessuno ha visto abbastanza da identificare gli aggressori. C’è solo la certezza, fin da subito, che si tratti di un sequestro di stampo mafioso: l’audacia e le modalità del rapimento, in una zona elegante della città, a un orario non tardissimo, senza richieste di riscatto, portano dritto a Cosa Nostra.
Indagini difficili: depistaggi e piste incrociate
Sin dall’inizio, le indagini sulla sparizione di Mauro De Mauro risultano complesse e segnate da contrasti tra forze dell’ordine. Due squadre infatti lavorano in parallelo: i Carabinieri di Palermo, con a capo il capitano Giuseppe Russo e coordinati dal colonnello Carlo Alberto dalla Chiesa, e la Polizia di Stato, guidata dal commissario Giorgio Boris Giuliano. Entrambi sono investigatori di prim’ordine, destinati purtroppo a cadere anni dopo per mano mafiosa: Giuliano verrà assassinato nel 1979, Dalla Chiesa nel 1982, Russo nel 1977, e persino il procuratore capo Pietro Scaglione che coordinava le indagini verrà ucciso nel 1971. Carabinieri e Polizia, però, seguono sin da subito piste diverse: i primi privilegiano la “pista droga”, l’idea che De Mauro fosse stato punito dalla mafia per aver scoperto traffici di stupefacenti mentre i secondi invece guardano alla “pista Mattei”, ritenendo cioè che l’aggressione fosse collegata alle sue ricerche sul caso Mattei.
Il 19 ottobre 1970, a un mese dal fatto, la questura, Polizia, mette a segno un primo risultato: viene fermato Antonino Buttafuoco, un commercialista con conoscenze nell’alta società palermitana, il quale stranamente aveva contattato la famiglia De Mauro ancora prima che la notizia del rapimento filtrasse sui media. Buttafuoco, inoltre, pareva interessato a recuperare dei documenti di De Mauro, con ogni probabilità gli appunti o la bozza di sceneggiatura che il giornalista stava preparando per Rosi sul caso Mattei. Insieme a lui, gli inquirenti raccolgono indizi pesanti sul conto di due personaggi eccellenti: l’avvocato Vito Guarrasi, figura occulta di grande potere in Sicilia e considerato uomo di fiducia di Cefis, l’allora presidente dell’ENI, e l’ex senatore Graziano Verzotto, già amico di De Mauro e coinvolto nelle vicende dell’ENI e del metanodotto. Siamo dunque all’interno delle trame Mattei-ENI: Guarrasi e Verzotto sono nomi che ricorrono in quei retroscena. Ma questo filone d’indagine subirà presto uno stop repentino.
Nel gennaio 1971 Buttafuoco è scarcerato per insufficienza di prove, dopo che un periodico scandalistico aveva avviato una campagna di stampa ricattatoria in sua difesa. Ancora più grave, a pochi mesi dal sequestro, sulle indagini cala un’ombra pesante di insabbiamento. Come emerso molti anni dopo in sede giudiziaria, ai primi di novembre 1970 il questore di Palermo, Ferdinando Li Donni, impose di “annacquare” le indagini su pressione dei vertici della polizia di Stato, di alcuni politici romani e di esponenti dei servizi segreti. In pratica, da Roma arrivò l’ordine di frenare proprio su quei nomi eccellenti, Guarrasi e Verzotto, e su ciò che poteva rappresentare come movente il caso Mattei. Conseguenza: la cosiddetta “pista Mattei” venne progressivamente accantonata, mentre si diede sempre più credito, almeno ufficialmente, alla pista alternativa suggerita dai Carabinieri, cioè quella del traffico di droga. Parallelamente, spuntò anche l’ipotesi del golpe Borghese, ma in quel momento, 1970-71, mancavano prove concrete e fu considerata poco più che una speculazione.
Di fatto l’inchiesta si arenò. Il pool investigativo di allora non riuscì a produrre risultati tangibili: col passar dei mesi, l’assenza di un cadavere, di una scena del delitto e di testimonianze affidabili resero il “giallo” insolubile. Le indagini finirono su un binario morto e negli anni ’70 il caso De Mauro rimase avvolto dal silenzio e dai veleni. Solo molti anni dopo si comprenderà che “l’unica certezza del caso De Mauro restano i depistaggi”, come commenterà amaramente qualcuno. Non a caso la prima inchiesta giudiziaria formale si concluse con un nulla di fatto. Nel 1983 il giudice istruttore emise sentenza di non luogo a procedere per insufficienza di prove, archiviando di fatto il procedimento. Una seconda inchiesta, aperta nel 1986 su insistenza dei familiari, fu anch’essa archiviata nel 1992 senza risultati.
La verità sfiorata e la giustizia mancata
Bisogna attendere gli anni ’90 perché il caso De Mauro si riapra davvero. Dopo le stragi mafiose del 1992, iniziano a parlare i pentiti di Cosa Nostra. Uno dopo l’altro, Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia, Gaetano Grado raccontano frammenti della storia, indicando tutti la “pista nera” del golpe come chiave di lettura. Vengono finalmente raccolte confidenze come quella del giornalista Bruno Carbone, che solo nel 2001 rivelò: “Mauro mi disse che aveva per le mani un colpo straordinario”, riferendosi allo scoop che stava preparando. Carbone aggiunse di aver suggerito a De Mauro di parlare col procuratore Scaglione, e in effetti il cronista lo fece ma, ironia della sorte, pochi mesi dopo anche il giudice Pietro Scaglione venne assassinato dalla mafia. Indizi inquietanti come questo, rimasti sepolti a lungo, iniziano a riaffiorare.
Una svolta decisiva arriva da Pavia: il magistrato Vincenzo Calia, indagando dal 1994 al 2003 sulla morte di Enrico Mattei, mette in luce i legami tra il sequestro De Mauro e l’attentato aereo del 1962. Calia trasmette i nuovi elementi ai colleghi di Palermo e nel 2001 la Procura palermitana riapre formalmente il caso De Mauro, per la terza volta, ipotizzando finalmente un quadro completo del movente. L’inchiesta riparte quasi da zero dopo 30 anni, con nuovi testimoni prima ignorati e documenti mai analizzati. Nel 2005 i PM Gioacchino Natoli e Antonio Ingroia chiudono l’indagine istruttoria delineando il mosaico: De Mauro sarebbe stato eliminato perché, indagando su Mattei, si era imbattuto nelle trame del golpe Borghese e nei legami tra mafia e neofascisti. La Cupola di Cosa Nostra, in cui allora spiccavano Bontate, Badalamenti e Riina, avrebbe agito di concerto con settori deviati dei servizi segreti per compiere un “omicidio preventivo” ed evitare che lo scoop venisse pubblicato. Alcuni esecutori materiali del delitto vengono indicati nei mafiosi del clan di Santa Maria di Gesù, Emanuele D’Agostino, Stefano Giaconia e Mimmo Teresi, tutti poi uccisi nelle guerre di mafia successive. Il pentito Francesco Di Carlo aggiunge un particolare: De Mauro la sera del rapimento non fu nemmeno costretto con la forza, perché conosceva e si fidava di D’Agostino, autista di Bontate, segno che forse credeva di ottenere proprio da lui informazioni per il suo articolo, fino al tragico epilogo nel casolare dove fu strangolato. Nessuno dei collaboratori, purtroppo, ha saputo indicare con certezza dove il corpo fu sepolto. “Sicuramente sotterrato a Villagrazia, sul letto dell’Oreto” dicono, ma senza che sia mai stato ritrovato.
Sulla base di queste risultanze, nel 2006 viene finalmente celebrato un processo, seppur con un solo imputato: il boss Totò Riina, indicato come uno dei mandanti principali, gli altri, Bontate e Badalamenti, erano morti da tempo, così come Provenzano sarà ritenuto non processabile per mancanza di riscontri. È un processo storico, che arriva 36 anni dopo i fatti e ricostruisce nella sua lunga istruttoria tutti gli intrecci possibili. Sfilano decine di testi, tra cui vecchi giornalisti de L’Ora come il direttore Vittorio Nisticò e lo stesso Bruno Carbone, ascoltati per la prima volta dal 1970, nonché ex uomini dei servizi segreti e collaboratori di giustizia. Emergono anche inquietanti “corpi di reato” extracaduta: la Corte dispone la trasmissione degli atti per falsa testimonianza a carico di personaggi come Bruno Contrada, ex numero 2 del Sisde, già condannato per collusione mafiosa, e di due giornalisti dell’epoca, Pietro Zullino e Paolo Pietroni, oltre che dell’avvocato Giuseppe Lupis, legato ad ambienti dei servizi segreti. Segno che i depistaggi hanno accompagnato tenacemente il caso fin dai primi giorni, con pezzi dello Stato deviati che mentirono per anni.
Nonostante il quadro emerso, l’esito giudiziario sarà deludente. Il 10 giugno 2011 la Corte d’Assise di Palermo, dopo un dibattimento iniziato nel 2006, assolve Totò Riina dall’accusa di essere il mandante del sequestro e omicidio De Mauro, con la formula “per non aver commesso il fatto” dovuta all’“incompletezza della prova”. In sostanza, secondo i giudici, le pur numerose dichiarazioni dei pentiti non erano sufficienti a collegare, oltre ogni ragionevole dubbio, Riina all’omicidio. Inoltre, a oltre quarant’anni dai fatti, il reato di sequestro di persona, contestato in mancanza del ritrovamento di un corpo, risultava prescritto, il che rendeva comunque impossibile irrogare pene: una beffa che sancì l’impossibilità dello Stato di punire i colpevoli materiali. “È una vergogna che dura da 41 anni” dichiarò a caldo la figlia Franca De Mauro, presente in aula, profondamente turbata dall’esito. La sentenza però non chiude il caso in modo semplicistico: nelle motivazioni, depositate nel 2011, i giudici delineano una ricostruzione dei fatti dettagliata, che pur senza colpevoli giuridici rappresenta una solida “verità storica” utile per la collettività. Quella verità storica, non smentita né in Appello né in Cassazione, conferma che Mauro De Mauro fu ucciso da uomini di Cosa Nostra a causa delle informazioni riservate di cui era entrato in possesso per motivi professionali. La Cassazione nel 2015 ha definitivamente rigettato il ricorso della Procura, confermando l’assoluzione di Riina ma ribadendo che la “condanna a morte” del giornalista fu decisa ed eseguita da Cosa Nostra, con un movente legato verosimilmente all’omicidio Mattei, cioè alle notizie che De Mauro aveva scoperto su quel fronte, più che al golpe Borghese. In altre parole, la giustizia italiana non è riuscita a punire i responsabili, ma ha certificato che la mafia, con la complicità di “altri ambienti e personaggi (…) massoneria deviata, destra eversiva, servizi segreti infedeli, finanza e politica” eliminò Mauro De Mauro per mettere a tacere il suo scoop.
Memoria, eredità e testimonianze postume
A oltre mezzo secolo di distanza, la figura di Mauro De Mauro resta simbolica nella storia del giornalismo italiano: simbolo di coraggio e ricerca della verità, ma anche di giustizia negata. Sono in molti a mantenerne viva la memoria. Ogni anno, il 16 settembre, a Palermo i colleghi dell’Unione Cronisti Italiani e dell’Associazione Siciliana della Stampa lo ricordano nel luogo del rapimento, in viale delle Magnolie, insieme ai familiari e alle istituzioni. Proprio lì, davanti al civico 58, nel 2014 è stata posta una lapide marmorea per commemorare il giornalista “scomparso”. Nel 2013 gli è stato anche dedicato un albero nel “Giardino della Memoria” di Ciaculli, a Palermo, il parco che onora tutte le vittime della mafia, alla presenza della figlia Franca e del sindaco Leoluca Orlando. E il suo nome figura nel Journalist Memorial del Newseum di Washington, tra i giornalisti uccisi in tutto il mondo per il loro lavoro.
Numerosi colleghi e scrittori hanno raccontato la sua vicenda in libri e articoli, nel tentativo di tenere accesi i riflettori su uno dei misteri più inquietanti dell’Italia repubblicana. Già nel 1972 la giornalista Giuliana Saladino pubblicò “De Mauro: una cronaca palermitana”, ricostruendo la storia a pochi anni dai fatti. Molto dopo, giornalisti come Francesco Viviano e Giuseppe Lo Bianco hanno continuato a indagare con saggi e inchieste.
La famiglia De Mauro, dal canto suo, non ha mai smesso di chiedere verità. Franca, la figlia maggiore che fu l’ultima a vedere il padre quella sera, ha attraversato decenni di udienze e archiviazioni con dignità e determinazione. Dopo la sentenza del 2011, sconfortata, dichiarò: “Mi aspettavo una conclusione diversa”, esprimendo amarezza perché malgrado gli sforzi dei magistrati la verità giudiziaria restava incompleta. Eppure, nonostante la delusione in tribunale, Franca continua a sottolineare quanto sia importante il ricordo collettivo di suo padre: “Dopo tutto questo tempo, tanta gente a Palermo ricorda ancora mio padre e questo per me è il ceppo più bello”, ha detto durante la cerimonia in suo onore, confessando l’emozione di tornare sul luogo del rapimento dopo anni in cui aveva evitato quella strada per il troppo dolore. Sono parole che testimoniano come la memoria di Mauro De Mauro sia ormai patrimonio non solo della sua famiglia ma dell’intera comunità civile.
Anche le istituzioni giudiziarie hanno reso omaggio al suo sacrificio. Nel 2013, durante la dedica dell’albero a Ciaculli, il Procuratore della Repubblica di Palermo Francesco Messineo e il Presidente della Corte d’Appello hanno sottolineato l’importanza di ricordare i cronisti uccisi dalla mafia, definendo De Mauro “uno dei giornalisti italiani morti per mano mafiosa”. Il suo nome è annoverato assieme a quelli di Cosimo Cristina, Mario Francese, Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Giovanni Spampinato, Pippo Fava, Mauro Rostagno e Beppe Alfano, alfieri dell’informazione libera caduti sotto i colpi dei clan mafiosi. Organizzazioni come Ossigeno per l’Informazione ne raccontano la storia alle nuove generazioni di reporter, inserendola nel progetto “Cercavano la verità” dedicato ai giornalisti uccisi.
La vicenda di Mauro De Mauro, pur nelle ombre che ancora la avvolgono, ci consegna alcune lucide verità: che la mafia, quando si salda con pezzi deviati del potere, può colpire al cuore il diritto di informare, che cercare la verità in tempi oscuri è un compito rischioso ma fondamentale e che la memoria di chi ha sacrificato tutto per questo dovere civile non va mai dimenticata. La figura di De Mauro resta dunque un monito e un’ispirazione: un cronista che non arretrò di fronte ai misteri d’Italia, e che scomparendo ci ha lasciato un’eredità di verità scomode su cui ancora vale la pena interrogarsi.