La malattia come veicolo d’amore

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Nella vita, quando meno te l’aspetti, ci sono dei “terremoti” che la ribaltano completamente, come la malattia. Anche Dario Vellini ha avuto più di uno “tsunami” nella sua esistenza, dalla morte del fratello per un brutto male, alla malattia del figlio Jacopo, in cui c’è stata una guarigione. Dario abita a Mascalucia, ha 38 anni ed è sposato con Simona, 35 anni, e hanno due figli: Jacopo Federico, 10 anni e Nathan Mattia, 2 anni. Da lui ci facciamo raccontare come ha affrontato le prove che la vita gli ha messo davanti.

Come hai vissuto l’ammalarsi di tuo fratello prima e la sua morte nel corso di un anno?

«Sicuramente la perdita di una persona cara, di un fratello in questo caso, è un percorso che cambia l’esistenza di una persona. Federico in 10 mesi è passato dal suo matrimonio al suo funerale e con lui anche tutto quello che la luce della vita potesse illuminare.
Ma è qui che capisci il senso per cui vale la pena vivere e perché vivere».

Dopo circa tre anni assieme ai tuoi genitori avete fatto nascere l’Associazione L’Angelo Federico onlus, per realizzare il sogno di tuo fratello, quello di aiutare i più deboli in ogni forma e maniera…

«Inizialmente l’idea nasce dalla volontà dei miei genitori che volevano far vivere Federico in una forma diversa. Avevo solo 21 anni all’epoca e l’idea del volontariato o di spendermi per gli altri non era nei miei programmi.
Ma è grazie al percorso del volontariato, attività sociale, organizzazione di eventi e progetti che hanno portato ad aiutare tantissime persone, case famiglie, associazioni, ospedali e chiunque soffrisse, che è cambiato qualcosa dentro di me. Come una cura al dolore e la cura era, appunto, l’amore donato. Che poi era quello che ricevevo .
In questi 17 anni di associazionismo tante sono le opere realizzate ma più di tutto è il messaggio d’amore trasmesso e donato, ovvero che solo dando amore vale la pena vivere una vita».

Ora ti stai occupando di politica. Spesso si cita ua frase di Papa Pio XI “La politica è la forma più alta di carità”. Ci vuoi spiegare come sei arrivato a questo impegno?

«L’impegno politico nasce quasi da solo, come se fosse stato nel mio destino quello di donarmi per gli altri, che è il fulcro del termine politica. È una missione, quella di creare una nuova terminologia, ovvero il volontariato politico.
Sto percorrendo questa via creando diversi progetti nel terzo settore e nell’ambito dell’inclusione sociale: dall’opportunità lavorativa per ragazzi diversamente abili alla donazione di 50 parrucche per donne oncologiche, dal supporto alle strutture d’accoglienza alla proposta di una legge sulla violenza sulle donne, dai corsi gratuiti d’auto difesa personale ai progetti all’interno della casa circondariale per minori di Bicocca con corsi lavorativi di inserimento nel fine pena. Ho scelto di lasciare la presidenza dell’associazione, perché non volevo unire le due cose e proteggere il volto e il nome dell’associazione, come ho sempre cercato di fare nel corso della mia vita».

Ora sei anche padre. Hai vissuto la lotta per la vita di tuo figlio Jacopo e la gioia, dopo undici mesi, della scomparsa di un male oscuro. Che ruolo ha la fede nella tua esistenza?

«La perdita di Federico avvenne un 23 giugno. Dopo qualche anno, il 24 giugno, arriva nella nostra vita la rinascita, Jacopo Federico. Il 27 dicembre scorso gli è stata diagnostica una leucemia fulminante acuta. Un viaggio lungo 11 mesi dove amore, speranza e fede sono state le nostre guide. Dove la leucemia è diventata qualcosa da ringraziare per avermi dato la possibilità di conoscere mio figlio per come non avrei mai potuto fare.
Un percorso che mi ha dato la possibilità di lottare accanto a mio figlio, conoscere la resilienza, la fede e la testimonianza perché quello abbiamo cercato d’essere: un modo per raccontare che anche davanti a una tempesta perfetta si può trovare la forza d’essere uragano. Alla domanda di Jacopo “perché io papà?” ho risposto perché lui era l’unico che poteva vincere. Dopo 11 mesi, quindi poche settimane fa, è arrivata la notizia della remissione completa della malattia e il suono della campanella, come dono alla vita, per la vita e dalla vita».

Riccardo Rossi

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