Si è spento l’uomo che sapeva troppo, o forse colui che ha incarnato, più di ogni altro, il volto indecifrabile del potere nell’Italia delle stragi. Con la scomparsa di Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde ed ex capo della Mobile di Palermo, cala il sipario su una delle biografie più controverse, tormentate e divisive della storia repubblicana.
Il poliziotto di ferro
Nato a Napoli ma siciliano d’adozione professionale, Contrada è stato per decenni il simbolo dello Stato nella lotta alla Cupola. Un investigatore di razza, “sbirro” nell’anima, capace di mappare l’organigramma di Cosa Nostra quando ancora la mafia era considerata da molti un’invenzione letteraria. Eppure, proprio quel confine sottile tra chi dà la caccia ai lupi e chi, per farlo, deve frequentarne le tane, è diventato la sua condanna.
Il “Caso Contrada”: un labirinto giudiziario
La sua parabola umana e giudiziaria cambia per sempre la vigilia di Natale del 1992. L’arresto con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa scuote le fondamenta delle istituzioni. Da lì, inizia un calvario durato trent’anni:
-
Le accuse: I pentiti lo indicano come l’uomo che sussurrava ai boss, la “talpa” che avvertiva i latitanti delle retate imminenti.
-
Le condanne: Dieci anni di reclusione, confermati in Cassazione nel 2007, scontati tra il carcere militare di Santa Maria Capua Vetere e gli arresti domiciliari.
-
La svolta europea: Nel 2015, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ribalta il tavolo, sostenendo che all’epoca dei fatti contestati il reato di concorso esterno non fosse chiaramente definito. Una sentenza che portò la Cassazione, nel 2017, a dichiarare la sua condanna “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”.
Un’eredità di segreti
Contrada se ne va portando con sé i misteri di una stagione di sangue: dal fallito attentato all’Addaura alla morte di Boris Giuliano, suo amico e collega, fino alla stagione delle bombe del ’92. Per i suoi sostenitori, è stato il capro espiatorio di uno Stato che doveva purificare se stesso; per i suoi detrattori, il simbolo della collusione che ha frenato la vittoria della legalità.
Non è stato un uomo dalle mezze misure. Fino all’ultimo ha rivendicato la propria innocenza con la durezza di chi non accetta macchie sulla divisa, nonostante la storia e i tribunali abbiano scritto pagine ben più ambigue.
Con lui scompare un pezzo di quella “Palermo dei misteri” dove la linea tra il bene e il male non era mai una retta, ma un groviglio di zone grigie. Oggi, nel silenzio della cronaca, resta solo il peso di una verità che, forse, non sarà mai del tutto condivisa.