L’IVG, l’interruzione volontaria di gravidanza, pur essendo un diritto garantito dalla legge 194/1978, presenta sul campo un accesso molto disomogeneo. Secondo i dati ufficiali, dopo decenni di calo il numero di aborti in Italia è risalito. Nel 2022 sono state 65.661 le IVG, +3,2% rispetto all’anno precedente, con un tasso di abortività di 5,6 per 1.000 donne, era 5,3‰ nel 2021. Il rapporto di abortività, ossia il numero di IVG per 1.000 nati vivi, è salito a 166,6‰ nel 2022. Anche nel 2023 i numeri ufficiali indicano 65.493 aborti in Italia. Oltre metà delle IVG si effettua con la pillola RU486, il 58,4% nel 2023, ma con forti differenze geografiche: nel Nord sono ormai la maggioranza, mentre in Sicilia e Sardegna la pillola è usata solo in una minoranza dei casi. In Sicilia, nel 2021, la RU486 copriva appena il 23,4% delle IVG, molto meno della media nazionale.
Obiezione di coscienza: Italia e Sicilia
Il problema principale in Italia è l’obiezione di coscienza dei medici. A livello nazionale nel 2022 il 60,5% dei ginecologi ha dichiarato obiezione, dato in calo rispetto al 2021 quando la percentuale si attestò al 63,6%. In Sicilia la percentuale è altissima: l’81,5% nel 2022 e per l’anno precedente il Ministero segnalava l’85%. Solo il Molise supera la Sicilia, con il 90,9% di ginecologi obiettori. All’estremo opposto si collocano Valle d’Aosta (25%) e Trento (31,8%). In pratica, quasi 7 ginecologi su 10 in Italia sono obiettori. Le altre regioni meridionali non scherzano: sulla base dei dati relativi 2021 si stima che in Abruzzo quasi 9 medici su 10 che svolgono l’IVG siano obiettori, e in Campania, Puglia, Basilicata circa 8 su 10. In Sicilia addirittura 26 strutture ospedaliere su 55 (47,3%) non effettuavano alcun aborto nel 2022 proprio per obiezione totale.
Secondo la relazione ministeriale, in Sicilia il 87,6% dei ginecologi ospedalieri era obiettore nel 2013, e solo il 50% dei reparti di ostetricia/ginecologia offriva il servizio IVG. Nelle ASL di Catania solo 4 ginecologi su 65 erano non obiettori; il resto delle strutture locali, come il Cannizzaro o il Garibaldi, aveva il 100% del personale obiettore. In tali ospedali si ricorre a convenzioni con medici esterni non obiettori. Anche in altri grandi ospedali (Policlinico e S. Bambino di Catania) solo 2 medici su 15–21 praticano regolarmente IVG, garantendo in media 4-6 aborti alla settimana.
Questa altissima obiezione comincia ad avere un impatto pratico sulla guarigione: il direttore di reparto spiega che «riusciamo a rispondere a tutte le richieste, in media garantiamo sei IVG a settimana, quasi sempre entro 14 giorni, tranne forse in estate quando manca personale». Ma se i pochi medici non obiettori vanno in ferie, o sono sovraccarichi, i servizi si sospendono. Come osserva il ginecologo Salvatore Caruso, medico non obiettore al Policlinico di Catania, il rischio è «restare ghettizzati nelle IVG».
Confronto Sud e Nord
Lo squilibrio Nord–Sud emerge chiaramente. A livello nazionale il 61,1% delle strutture autorizzate offriva IVG nel 2022, in crescita sul 59,6% del 2021, ma solo il 47,3% in Sicilia. In generale nelle regioni del centro-sud governate da destra l’obiezione supera regolarmente l’80%, e l’offerta di servizi integrata è meno diffusa. Ad esempio, Basilicata, Molise e Calabria hanno quote di obiezione analoghe a Sicilia e Abruzzo. Anche nelle Marche o in alcune aree del Nord, a Bolzano l’84,5% dei ginecologi sono obiettori, si osservano picchi simili.
In Sicilia la situazione è storicamente più critica: secondo dati ministeriali 2013-2014 in un ginecologo non obiettore isolano vengono praticate in media circa 10 IVG a settimana, il numero più alto d’Italia. Questo significa che chi assolve al suo compito di medico finisce per sostenere carichi di lavoro sproporzionati.
Le motivazioni delle donne
Le motivazioni comunemente dichiarate dalle donne sono soprattutto sociali e familiari (difficoltà economiche, instabilità lavorativa, mancanza di supporto) e personali (famiglia già al completo, desiderio di rimandare maternità). Solo una minoranza di aborti è legata a ragioni sanitarie gravi. Per esempio, Donatella (37 anni, Roma) ha interrotto la gravidanza perché il feto presentava una trisomia 13 giudicata incompatibile con la vita. Racconta che «non ho impiegato molto a decidere… c’erano molte motivazioni personali (non sindacabili, ndr) che mi hanno convinto fin da subito che fosse l’unica decisione possibile». In sintesi, motivi medici, come gravi malattie materne o anomalie fetali, spiegano alcuni casi, ma la maggior parte degli aborti volontari in Italia è stata richiesta per fattori economico-sociali o familiari, spesso sottolineando di non sentirsi in grado di accogliere un figlio in quel momento.
Per quanto riguarda la violenza sessuale, la legge 194 la considera esplicitamente motivo valido (senza limiti di età gestazionale), ma non esistono dati ufficiali precisi su quante IVG avvengano in seguito a stupro. Nessuna statistica pubblica distingue infatti i casi di IVG su questo fattore specifico. Le associazioni femministe rilevano che le donne vittime di violenza incontrano ostacoli aggiuntivi: spesso non vengono nemmeno informate del proprio diritto. Un esempio emerso dalle indagini è che in Sicilia far ricorso all’aborto farmacologico dopo uno stupro può richiedere di percorrere centinaia di chilometri, il che rappresenta a sé una grave barriera. Purtroppo mancano testimonianze dirette raccolte dalle fonti consultate, ma è opinione diffusa che queste donne siano ancora più vulnerabili nel sistema sanitario.
C’è chi dice no
Negli ultimi anni nel dibattito italiano sull’aborto hanno preso la parola soprattutto i rappresentanti del centrodestra e i movimenti pro-life. Alla vigilia delle elezioni 2022 la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha chiarito di non voler «abolire la 194» ma di volerla «applicarla integralmente, anche nella parte che riguarda la prevenzione», parlando di far capire alle donne che pensano che l’aborto sia l’unica scelta, che hanno invece la possibilità di fare una scelta diversa, senza toglier loro alcun diritto”. Sullo stesso fronte, il segretario della Lega Matteo Salvini ha dichiarato in un comizio che «bisogna tutelare la vita», pur aggiungendo che «l’ultima parola spetta sempre e solo alla donna». Altri esponenti del centrodestra sposano posizioni ancora più radicali: la lista Alternativa per l’Italia, nata da Popolo della Famiglia e Italexit, ha esplicitamente messo nel programma la fine della possibilità di abortire, con il leader Mario Adinolfi che sui social ha scritto che «a non dover essere toccato è il bimbo, nessuno può ucciderlo». In alcune Regioni governate dal centrodestra si sono già concretizzate misure restrittive: ad esempio nelle Marche la giunta di Fratelli d’Italia ha eliminato l’aborto farmacologico nei consultori, mentre il capogruppo FdI Carlo Ciccioli ha bollato la difesa dell’aborto come «una battaglia di retroguardia».
Anche la Chiesa cattolica ribadisce posizioni contrarie all’aborto. Il Messaggio dei vescovi italiani per la 45ª Giornata per la Vita , nel febbraio 2023, sottolinea che l’«articolo 3» della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani «non parla di diritto all’aborto» e avverte che chi proclama tale diritto «ignora e nasconde il diritto del nascituro a nascere». Parole analoghe sono state espresse dal cardinale Matteo Zuppi, presidente del Consiglio episcopale permanente: egli osserva che «alcune interpretazioni della legge 194/78 hanno generato nella coscienza di molti la scarsa o nulla percezione della sua gravità, tanto da farlo passare per un “diritto”». I vescovi si chiedono provocatoriamente se riconoscere un “diritto all’aborto” sia davvero indice di civiltà o piuttosto la conseguenza di scelte drammatiche imposte alle donne. Papa Francesco, da parte sua, ribadì in più occasioni il valore inviolabile della vita nascente: durante un volo del 2024 il Pontefice ha affermato che «un aborto è un omicidio» e ha definito come «sicari» i medici che praticano l’interruzione di gravidanza. Nonostante in passato anche alcuni prelati avessero parlato della legge 194 come di un «pilastro» dello Stato sociale, l’attuale linea della Chiesa italiana insiste sulla responsabilità di salvaguardare la vita umana dal concepimento, accompagnando le gravidanze difficili piuttosto che considerare l’aborto una soluzione.
Sullo sfondo di queste prese di posizione politiche e religiose operano associazioni pro-life molto attive. Pro Vita & Famiglia e il Movimento per la Vita ribadiscono da anni che l’aborto è un dramma da contrastare. Sul sito di Pro Vita & Famiglia la legge 194 è descritta in toni durissimi, «una vera e propria licenza d’uccidere» e anche i dati statistici vengono letti in chiave tragica: la lettura dell’ultimo rapporto ministeriale del 2022 viene interpretata come «65.661 bambini eliminati», espressione con cui si intende sottolineare i nati vivi persi a causa dell’aborto. Il Movimento per la Vita, fondato da Carlo Casini, gestisce decine di Centri di Aiuto alla Vita e invita a sostituire l’aborto con ogni forma di sostegno alle donne in difficoltà; non per nulla richiama spesso la necessità di proteggere la vita nascente come «diritto fondamentale». Altre realtà come CitizenGO, lobby cattolica internazionale, promuovono campagne pubbliche e petizioni contro l’aborto: ad esempio nel 2018 affissero manifesti provocatori con la scritta «L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo», poi contestati dalle istituzioni e oggetto di ricorso al TAR. Complessivamente, queste associazioni partecipano attivamente al dibattito pubblico chiedendo di applicare con rigore la legge 194 o addirittura di limitarla ulteriormente, sostenendo politiche di prevenzione della gravidanza e di aiuto alla maternità per «evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite», come recita l’art.1 della 194 stessa.
Storie di donne: gli ostacoli sul territorio
Maria, nome di fantasia, è una madre di tre figli della provincia di Catania. Scopre di essere incinta non desiderando un altro figlio. Si rivolge al consultorio locale per chiedere la pillola: le dicono che il servizio era temporaneamente sospeso per assenza della ginecologa non obiettrice. Le indicano come primo presidio disponibile l’ospedale di Modica (120 km di autostrada), dove servirebbero quasi 500 km totali, o tre notti fuori casa, per le due somministrazioni a 48 ore l’una. Maria si rivolge allora a gruppi di supporto, il collettivo “Non è un veleno”: l’unica opzione praticabile è un aborto chirurgico a Catania con l’unico ginecologo non obiettore rimasto. Lei denuncia: «È un mio diritto e non mi è stato garantito, ora mi dovrò operare». In sala d’aspetto vede venti donne ignare che, come lei, non sapevano esistesse la RU486. L’esperienza conferma un paradosso: 500 km di viaggio e costi enormi per accedere a un servizio garantito dalla legge. Come sottolinea la psicologa Federica Di Martino, del progetto “IVG, ho abortito e sto benissimo”: «È impensabile dire che il diritto è garantito quando una donna deve percorrere 500 km per l’aborto farmacologico». La pillola, aggiunge, sarebbe in realtà meno costosa per il sistema sanitario, «basta un medico, non tutto lo staff di sala operatoria».
V., 26 anni di Messina, racconta un percorso simile. Già preoccupata perché il ginecologo di Buccheri La Ferla le aveva detto «sia fatta la volontà di Dio» per una gravidanza con toxoplasmosi, V. scopre di poter fare l’IVG farmacologica. Ma anche a Messina trova resistenze: «Se vuoi abortire a Messina ti fanno capire che puoi solo operarti, sempre che i pochi medici non obiettori siano liberi in tempo utile». A Messina le viene prescritto di prenotare l’impegnativa tramite medico di base, fornendo quindi un’informazione errata. Agli ospedali di Catania, Sant’Agata e Cannizzaro, la pillola è disponibile: «mi hanno detto che non c’era». Infine un ginecologo la indirizza a Palermo. Al Civico viene accolta e inizia l’iter con la RU486. Come conclude, «l’esperienza è stata positiva, ma bisogna essere caparbie». Il suo è un raro “lieto fine”: molte altre desistono o sono costrette al ricovero chirurgico fuori termine.
Giulia, 38enne romana, ha invece dovuto volare all’estero. Il suo ginecologo, obiettore, le conferma la gravidanza ma la spinge a portarla a termine. Il suo medico di base non sa come aiutarla. Quando scopre che la pillola italiana non è più un’opzione, essendo oltre i 90 giorni, giunge la disperazione: «Non riuscivo a trovare informazioni… ho telefonato a tutte le cliniche in Svizzera, Londra, Olanda», fino a quando non scopre un gruppo Facebook che le indica la Spagna, in cui è possibile praticare la IVG fino alla 22° settimana. Con 1.200€ di tasca sua va a Barcellona, dove finalmente «mi sono sentita capita. C’erano tante donne come me, non mi sono sentita più sola». Racconta: «In Italia abbiamo un problema di informazione: se avessi saputo prima che potevo farla per legge, sarebbe stata un’altra esperienza». La sua storia evidenzia che anche a Roma l’ostacolo principale non era tanto l’età gestazionale, in quanto la 194 fissa un termine, ma il vuoto informativo e l’assenza di medici non obiettori. La ginecologa Silvia De Zordo e altre studiose confermano che in Italia lo stigma sociale, la mancanza di dati chiari e le attese obbligatorie rendono l’accesso all’IVG difficoltoso. In media oltre il 60% dei ginecologi italiani è obiettore, con punte oltre l’80% in Molise, Abruzzo e a Bolzano. Per questo molte donne partono all’estero: uno studio UE segnala che le italiane vanno principalmente in UK o Spagna per abortire oltre i limiti italiani.
Medici e operatori sanitari
I medici non obiettori isolani testimoniano le difficoltà interne. Il dott. Antonino Rapisarda, , direttore di Ginecologia al Policlinico di Catania, conferma che nel suo reparto «non ci sono stati grandi cambiamenti»: chi obietta lo è da sempre e non pratica aborti, ma «non li ostacola». Spiega che il reparto garantisce circa sei IVG a settimana, ricorrendo a uno o due non-obiettori anche con l’aiuto di convenzioni esterne. Il dott. Salvatore Caruso, non obiettore, aggiunge che, essendo pochi, «c’è il rischio di restare ghettizzati nelle IVG» e che spesso si dedica anche ad attività di ricerca o educazione alla contraccezione per evitare l’intrappolamento sul fronte abortivo.
A Palermo, il dott. Francesco Gentile, medico in quiescenza e già responsabile IVG a Villa Sofia-Cervello, conferma che fino al 2023 il suo team faceva circa 400 IVG l’anno, di cui 280 farmacologiche. Racconta che fino a pochi anni fa praticamente tutti gli specializzandi siciliani erano obiettori, mentre oggi «fortunatamente c’è una buona percentuale di giovani non obiettori». Gentile ricorda le carenze della Sicilia orientale: molte donne di Messina andavano a Palermo all’alba per poter praticare l’IVG entro i termini. E sottolinea i problemi relativi alle ferie estive: «Spesso in estate in zona Catania non si trovava nessuno per fare l’IVG, perché tutti i pochi medici non obiettori erano in ferie». Anche nel caso degli aborti terapeutici, quindi oltre 90 giorni per gravi malformazioni, i reparti isolani non sono attrezzati: Gentile ricorda più volte di non aver trovato medici disponibili in estate, lasciando vittime e famiglie nell’ansia.
Dal fronte sindacale, Renato Costa, di CGIL medici, denuncia un’«assoluta inapplicazione della 194» in alcune zone: osserva che quando negli ospedali non si eseguono IVG, queste possono avvenire «sotto mentite spoglie», cioè camuffate come curettage o eseguite in intramoenia privato a prezzi elevati. Il suo invito è legislativo: «nei concorsi per i medici prevedere per legge una quota obbligatoria di non obiettori, vincolati a non cambiare idea» una volta assunti. In altre parole, scrive lo scrittore Eugenio Nicolosi, «chi fa il ginecologo non dovrebbe essere obiettore di coscienza»: se si sceglie questa carriera, l’IVG rientra nei doveri professionali.
Un diritto negato?
Complessivamente, emerge un quadro di forti disparità territoriali. In Sicilia, così come in gran parte del Sud, il servizio di IVG è de facto disomogeneo e a tratti inaccessibile. Nonostante 46 anni di legge, le garanzie formali restano poco più che carta: l’art.9 del 194 impone alle Regioni di garantire l’IVG anche con mobilità di personale, ma sul campo molte donne sono costrette a migrare o a rinunciare. Le fonti citate documentano dati ufficiali integrati da numerose testimonianze dirette di pazienti e medici: tutti concordano sul fatto che l’obiezione diffusa è l’ostacolo principale. Perciò in Sicilia, a fronte di una percentuale di obiettori tra le più alte d’Italia, l’iter per abortire spesso somiglia a un “calvario” di viaggi, rinvii e umiliazioni. Associazioni civili e giornalisti pro-choice sottolineano che l’unica via percorribile è migliorare l’informazione, potenziare consultori e OB-GYN pubblici, e applicare nuove regole, come l’assunzione obbligatoria di medici non obiettori. Fino a quando ciò non avverrà, saranno ancora le reti della società civile, volontarie, avvocatesse e psicologhe, a “colmare i buchi” nella legge, aiutando le donne a rivendicare un diritto ancora troppo spesso eluso.
Roberto Greco