Led Zeppelin, a 45 anni dalla fine. Perché la reunion è impossibile

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I Led Zeppelin, che avevano venduto oltre 200 milioni di dischi nel mondo scelsero di congelare la propria leggenda al suo apice

Il rock and roll, nel dicembre del 1980, ricevette un colpo mortale. Il 4 dicembre di quell’anno, poco più di due mesi dopo la tragica scomparsa del batterista John Bonham, i Led Zeppelin emisero un comunicato ufficiale che segnava la fine della band. Il comunicato era lapidario e perentorio: “Desideriamo far sapere che la perdita del nostro caro amico, e il profondo senso di armonia indivisa provato da noi stessi e dal nostro manager, ci hanno portato a decidere che non potremmo continuare come eravamo“.

Questo annuncio, maturato dopo la morte di Bonham avvenuta il 25 settembre 1980 , stabilì immediatamente un precedente etico nel panorama del rock: l’integrità artistica era superiore all’entità aziendale. Jimmy Page, chitarrista e leader de facto del gruppo, chiarì la posizione, sottolineando che Led Zeppelin non era affatto “un’entità aziendale”, bensì un “affair of the heart” (una faccenda di cuore). La coesione del quartetto era la sua stessa essenza, e l’assenza di Bonham, il catalizzatore ritmico che Robert Plant aveva descritto come suo “fratello” , rendeva disonesta qualsiasi continuazione.

L’impatto di questa “morte etica” fu profondo. I Led Zeppelin, che avevano venduto oltre 200 milioni di dischi nel mondo , scelsero di congelare la propria leggenda al suo apice. Questo atto di purezza, il rifiuto di “creare un ruolo per qualcuno” imponendo uno stile specifico , ha generato una trappola morale per qualsiasi futuro tentativo di reunion. Robert Plant, in particolare, avrebbe fatto leva su questa decisione storica per resistere alla pressione di un ritorno puramente commerciale nel decennio successivo, etichettandolo come un inaccettabile ruolo da “jukebox”.

L’eredità sacra: il peso della perfezione e la trappola del mito

L’eredità dei Led Zeppelin non è solo quantificabile in termini di vendite o di influenza come pionieri dell’hard rock e dell’heavy metal. Risiede nella qualità insuperabile e nella complessa sinergia di quattro strumentisti di eccezionale calibro: Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham. Erano un’entità in cui l’abilità strumentale era “far superior” alla maggior parte dei loro contemporanei , con Page come produttore e arrangiatore, Jones come polistrumentista e arrangiatore e Bonham come metronomo impareggiabile.

La mitologia esoterica come fortezza

A elevare ulteriormente il mito contribuì l’aura di misticismo che circondava la band, culminata con la scelta degli enigmatici emblemi, noti come ZoSo, sulla copertina di Led Zeppelin IV. Jimmy Page intendeva “trascendere le parole” e “comunicare direttamente con l’anima” attraverso questo linguaggio visivo di alchimia ed esoterismo. Questa fusione di musica e misticismo ha trasformato il loro catalogo in qualcosa di quasi sacro, un “puzzle che continua a stimolare la mente e il cuore dei loro fan”.

La conseguenza di questa sacralizzazione è chiara: qualsiasi esibizione moderna deve confrontarsi non solo con la difficoltà tecnica del repertorio, brani come ‘Stairway to Heaven’, ‘Whole Lotta Love’ e ‘Kashmir’ , ma anche con l’aspettativa mitologica che circonda la band. Un tour realizzato solo per motivi economici e per suonare “la solite cose” non solo non renderebbe giustizia alla musica, ma contaminerebbe il mito.

Preservare l’immortalità artistica

Un elemento cruciale che rafforza il blocco alla reunion è il contrasto con altre rock band che hanno continuato a suonare per decenni. Mentre gruppi come i The Who non sono “invecchiati bene” agli occhi di alcuni critici, la leggenda dei Led Zeppelin è rimasta “intatta”. La decisione di Plant di rifiutare i tour di nostalgia è intrinsecamente legata alla volontà di evitare di “tarnishing their image” (macchiare la loro immagine).

L’analisi dimostra che il valore intrinseco della loro eredità è paradossalmente mantenuto dal loro status di assenza. La loro musica, dinamica e variegata , non ha bisogno di essere attualizzata o replicata imperfettamente sul palco. Questo imperativo di preservazione è divenuto una forza più potente della tentazione finanziaria.

Il destino delle riunioni: anatomia di un fallimento annunciato

Nonostante il giuramento del 1980, i membri sopravvissuti non furono immuni alla pressione della reunion, ma ogni tentativo di risurrezione, ad eccezione di una singola notte, si è rivelato artisticamente fallimentare, cementando la convinzione di Robert Plant che l’armonia originaria fosse irrecuperabile.

I capitoli confusi (1985-1988)

Il primo tentativo, al Live Aid nel 1985, fu universalmente criticato. L’esibizione, con Phil Collins e Tony Thompson (batterista degli Chic) che si raddoppiavano alla batteria “perché ci vogliono due grandi batteristi per eguagliare un John Bonham” , fu un “absolute fail” che “crashed and burned”. Il batterista Phil Collins, inizialmente reclutato da Robert Plant, che lo contattò senza menzionare John Paul Jones, si sentì intrappolato in un evento che era stato trasformato ne “The Second Coming of History’s Greatest Rock Band” , quando lui pensava si trattasse solo di una jam amichevole. L’iniziale esclusione di John Paul Jones rivelò la persistenza di dinamiche disfunzionali tra i membri.

La seconda prova, in occasione del 40° anniversario della Atlantic Records nel 1988 con Jason Bonham alla batteria, fu descritta come “un’altra performance negativa”. Le cronache riportano che Jimmy Page arrivò in ritardo e aveva bevuto pesantemente, e che lui e Plant litigarono prima dello show, specificamente sull’opportunità di suonare la celeberrima “Stairway to Heaven”. Questi disaccordi prefiguravano la spaccatura definitiva tra il desiderio di Page di eseguire i classici e la crescente riluttanza di Plant verso l’obbligo nostalgico.

L’apice irripetibile del 2007 e la crisi successiva

L’eccezione a questa serie di fallimenti fu il concerto del 10 dicembre 2007, l’Ahmet Ertegun Tribute Concert all’O2 Arena di Londra. Con Jason Bonham dietro le pelli, l’evento fu acclamato, con critiche che lo definirono “fucking great”. Per un breve periodo, il successo di una performance solida e tecnicamente impressionante, immortalata nel film Celebration Day , alimentò aspettative irrefrenabili per un tour mondiale.

Page e Jones presero la decisione di suonare all’O2 “perché pensavamo che ci sarebbero stati altri concerti“. Tuttavia, il trionfo fu di brevissima durata. Plant fu irremovibile sul fatto che si trattasse di un evento isolato. Un episodio, in particolare, avrebbe rafforzato la sua riluttanza: nel ricevere un premio MOJO per la performance all’O2, Page non menzionò Plant nel suo lungo discorso di accettazione, una “snub” (frecciatina) che “ha messo a repentaglio qualsiasi piano futuro”.

La guerra fredda dei capricorno: le dinamiche interne post-O2

Il blocco alla reunion non è di natura tecnica o logistica, ma risiede in una divergenza filosofica e, in ultima analisi, personale tra i membri fondatori, in particolare tra Page e Plant.

L’imperativo creativo di Robert Plant

Robert Plant ha scelto risolutamente la strada dell’evoluzione continua (“ever onward”). Dopo l’O2, ha proseguito una carriera solista versatile, esplorando il folk, il blues acustico, e collaborando con artisti di successo come Alison Krauss. Recentemente (nel 2024), ha focalizzato le sue energie sul progetto Saving Grace.

Il suo rifiuto di un tour di reunion è ancorato all’integrità del 1980. Plant ha liquidato la prospettiva come “una cosa assolutamente inutile, realizzata solo per portare avanti qualche interesse economico,” rifiutando categoricamente di essere ridotto a un “jukebox”. Questa posizione riflette una profonda comprensione del fatto che la musica deve rimanere una “faccenda di cuore” , non un mero veicolo finanziario. Un ulteriore fattore di dissuasione per Plant è la consapevolezza del rischio di “rovinare la sua voce” tentando di replicare le sfide vocali estreme del repertorio classico dei Led Zeppelin.

La nostalgia ostinata di Jimmy Page

Jimmy Page ha manifestato una chiara e profonda frustrazione per l’ostinazione di Plant. Il suo desiderio non era semplicemente quello di creare nuova musica con i suoi ex compagni, ma di riportare in vita la versione hard rock dei Led Zeppelin. Questa divergenza è stata palesata quando Plant, in un momento di apertura, propose a Page: “Se hai qualcosa di acustico, fammelo sapere. Ci proverò,” ma Page “just walked away”. L’obiettivo di Page era riportare il “suo bambino nella culla”, ovvero restaurare la gloria dei grandi tour negli stadi.

La tentata sostituzione e il veto definitivo

Determinati a non arrendersi, Page e John Paul Jones cercarono attivamente un sostituto per Plant tra il 2008 e il 2009. Furono fatti i nomi di Steven Tyler degli Aerosmith e di Myles Kennedy degli Alter Bridge. Kennedy, pur definendo l’opportunità come “pretty special” e il “zenith” della sua carriera , confermò che il progetto, che non avrebbe usato il nome Led Zeppelin, fu infine abbandonato all’inizio del 2009. Questo fallimento dimostrò in modo inequivocabile che, sebbene tecnicamente si potesse trovare un cantante, lo spirito e l’accettazione pubblica dei Led Zeppelin dipendevano intrinsecamente dalla voce di Robert Plant.

Dopo questo fallimento, anche John Paul Jones, che in un’intervista fu ironicamente definito da Plant come uno dei “Capricorns” che lo lasciava fare la parte del “cattivo ragazzo” rifiutando la reunion , proseguì per la sua strada artistica, formando i Them Crooked Vultures con Josh Homme e Dave Grohl.

La rivelazione sulle relazioni interpersonali

Un elemento che mina ulteriormente la possibilità di un ritorno è la rivelazione sulla reale natura del rapporto interpersonale. Contrariamente alla narrazione di quattro amici che creano magia, John Paul Jones avrebbe confessato in età avanzata che i membri “raramente parlavano fuori dal lavoro” e che la relazione era in gran parte “puramente business”. Questa freddezza strutturale, unita a vecchie ferite (come l’assenza di Page al funerale del figlio di Plant, Karac, nel 1977 e la presunta esclusione di Jones dal progetto No Quarter per motivi finanziari ), rende insuperabili le attuali divergenze artistiche. L’assenza di un robusto legame personale ha impedito ai membri di mediare le loro opposte visioni per il futuro.

L’ombra del quarto elemento: l’insostituibilità e il rischio vocale

L’impossibilità di replicare la formula dei Led Zeppelin risiede nella consapevolezza che il quartetto era una somma di parti insostituibili. Nonostante il sincero omaggio offerto da Jason Bonham, la magia ritmica del padre, John Bonham, è un vuoto incolmabile. L’episodio del Live Aid, dove due batteristi non bastarono a ricreare la potenza di “Bonzo” , servì da prova definitiva che la band era finita con la sua morte.

Inoltre, il rischio tecnico e fisico è un fattore determinante. Sebbene Page abbia avuto momenti di brillantezza (come all’O2, dove, dopo una partenza incerta, è tornato a eccellere ), le sue performance non sono sempre state garantite (come documentato dalla critica per la performance del 1988).

Ma l’elemento più critico, che Plant ha tenuto sotto stretto controllo, è la sua voce. La sua scelta di esplorare generi acustici e meno esigenti non è casuale. È un atto di autoprotezione. Per Plant, tentare di replicare gli urli e le estensioni estreme del suo apogeo non solo comporterebbe il rischio di “rovinare la sua voce” , ma di intaccare l’immagine del “golden god of yore”. Il silenzio è, in questo caso, la miglior forma di conservazione della sua arte.

Epilogo: la porta aperta che non si aprirà mai

A 45 anni dall’annuncio dello scioglimento, il panorama è chiaro. L’opzione di una reunion dei Led Zeppelin è più che improbabile. John Paul Jones ha espresso pubblicamente questo sentimento già nel 2020, dichiarando che una nuova performance è “pretty unlikely”. Robert Plant continua a percorrere la sua via artistica con progetti come Saving Grace, rifiutando di cadere nella trappola della nostalgia finanziaria.

Il desiderio di Page di rivivere la gloria passata e la ferma volontà di Plant di creare arte “ever onward” rappresentano un divario artistico e filosofico insuperabile. La band ha avuto l’opportunità di capitalizzare in modo massiccio sul successo del concerto dell’O2, ma Plant ha protetto l’integrità del marchio, preferendo l’immortalità del mito alla potenziale mediocrità di un tour prolungato.

Il paradosso finale dei Led Zeppelin è che la loro grandezza è sigillata da un atto di non-azione. Hanno dimostrato che, sebbene ci sia sempre un interesse economico per un ritorno, l’unica via per un’eredità intatta era chiudere le porte con dignità nel 1980 e mantenerle chiuse, nonostante le tentazioni. Il loro “dirigibile” continua a volare in alto, ma è un monumento inamovibile, protetto per sempre dalla sua stessa integrità etica e dalla profonda, irrisolta, divergenza filosofica tra i suoi membri sopravvissuti.

Roberto Greco

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