Un’analisi storica dei delitti mafiosi estivi
“Tranquillo, ora siamo d’inverno. La mafia uccide solo d’estate”. Questa famosa battuta, tratta dal film La mafia uccide solo d’estate di Pierfrancesco “Pif” Diliberto, esprime una “bugia bianca” pronunciata da un padre per rassicurare il figlio Arturo, spaventato dalla violenza mafiosa nella Palermo degli anni ’70-’90. Ma è davvero così? I dati e la storia suggeriscono il contrario: la mafia non ha stagioni proibite, e le scie di sangue dei suoi omicidi percorrono tutto l’anno, inverno incluso. Studi recenti mostrano infatti che, almeno in tempi moderni, i delitti di mafia si distribuiscono in modo abbastanza uniforme tra le stagioni, senza un picco particolare in estate. Anzi, negli anni ’90 a Palermo l’estate risultò addirittura il periodo meno sanguinoso rispetto a primavera e inverno. Ciò non toglie, però, che alcuni tra i più eclatanti omicidi mafiosi siano avvenuti proprio tra maggio e agosto, alimentando la percezione di una “stagionalità” delle azioni mafiose.
In questa inchiesta esamineremo i principali omicidi di mafia avvenuti tra i mesi di maggio e agosto, dal 1850 a oggi, sia in Italia sia all’estero, analizzando le maggiori organizzazioni criminali: dalla Cosa Nostra siciliana alle consorterie calabresi della ’Ndrangheta, dalla Camorra campana alla Sacra Corona Unita pugliese, fino alle mafie internazionali (mafia italo-americana, yakuza giapponese, triadi cinesi, cartelli del narcotraffico in America Latina, ecc.). Analizzeremo decennio per decennio il contesto storico e culturale in cui maturarono questi delitti, le tipologie di vittime colpite (boss rivali, magistrati, forze dell’ordine, politici, giornalisti, imprenditori o cittadini innocenti) per capire se esistano ricorrenze stagionali o strategie legate al periodo estivo. Inoltre, offriremo una visione comparativa tra il caso italiano e quello di altri Paesi afflitti dai fenomeni mafiosi.
Tutti gli eventi menzionati direttamente rientrano nel periodo maggio-agosto, salvo rare eccezioni vicine a tale intervallo che aiutano a contestualizzare il racconto.
Alle origini delle mafie (1850-1900)
Le mafie italiane affondano le radici nel XIX secolo. In Sicilia, negli anni successivi all’Unità d’Italia, si registrano i primi omicidi attribuibili a cosche proto-mafiose. Un caso emblematico è l’assassinio del generale garibaldino Giovanni Corrao, patriota popolare che fu ucciso in un agguato presso Palermo il 3 agosto 1863. Questo delitto è passato alla storia perché per la prima volta negli atti d’indagine comparve il termine “mafia”, segno che già in epoca post-unitaria esisteva un’organizzazione criminale riconoscibile. Gli interessi di queste prime cosche siciliane erano legati al controllo del territorio, del bestiame e delle campagne, spesso in combutta con notabili locali.
Parallelamente, anche a Napoli operava un’antica struttura criminale: la Camorra, già attiva nel periodo borbonico. Un fatto di sangue chiave fu il duplice omicidio Cuocolo. La notte del 6 giugno 1906, a Torre del Greco, fu trovato assassinato Gennaro Cuocolo, un camorrista e informatore di polizia, e poche ore dopo a Napoli venne uccisa la moglie Maria Cutinelli. Il movente stava probabilmente nel tradimento del codice d’onore camorrista, i coniugi erano sospettati di fare la spia, e nel regolamento di conti tra bande. Da questo caso scaturì il clamoroso Processo Cuocolo (1911-1912), un maxi-processo tenutosi a Viterbo che portò alla condanna di 27 camorristi e segnò il declino della vecchia Camorra rurale.
Sul finire dell’Ottocento, in Sicilia, l’omicidio più eclatante, benché avvenuto in inverno, fu quello del marchese Emanuele Notarbartolo avvenuto nel 1893. Notarbartolo fu sindaco di Palermo. Nel gennaio 1893 decise di rendere dichiarazioni spontanee alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta in merito alle malversazioni attorno al Banco di Sicilia. Anche se Notarbartolo fu ucciso a febbraio, il suo caso, fu il primo omicidio “eccellente” di un uomo di Stato da parte di Cosa Nostra, getta luce sul potere crescente della mafia già nei decenni precedenti al 1900. Da allora, la parola “mafia” entrò nel lessico comune per indicare un sistema criminale con connivenze politiche, destinato a sopravvivere alle repressioni formali.
Intanto, fuori d’Italia, prendevano piede altre organizzazioni di tipo mafioso. Negli Stati Uniti, l’immigrazione italiana portò alla nascita delle prime Black Hand (Mano Nera) e cosche italo-americane a New York, New Orleans e altre città. Già nel 1890 l’omicidio del Capo della polizia di New Orleans, David Hennessy, fu attribuito agli “italian gangsters”. In Asia, le Triadi cinesi e i clan yakuza giapponesi avevano origini ancor più remote, società segrete e clan criminali attivi già nel XIX secolo, ma in questa fase storica i loro delitti non divennero casi internazionali eclatanti. Si può tuttavia dire che, ovunque nel mondo, povertà, vuoti di potere e connivenze locali favorirono la formazione di mafie moderne attorno alla fine del XIX secolo.
Il primo Novecento e il periodo fascista (1900-1943)
Nei primi decenni del ’900, la mafia siciliana continuò a colpire figure scomode. Nel 1909, a Palermo, la Mano Nera eliminò Joe Petrosino, leggendario poliziotto italo-americano giunto dalla NYPD per investigare sui legami tra mafia siciliana e crimine negli USA. Petrosino fu assassinato in piazza Marina, era marzo, preludio di primavera. Fu un delitto dal forte impatto simbolico: dimostrò la proiezione internazionale di Cosa Nostra e la sua spietatezza verso le autorità.
Negli Stati Uniti, negli anni ’20, durante il Proibizionismo, dilagava il fenomeno del gangsterismo, omicidi e faide tra clan italo-americani, come la Guerra castellammarese (1930-31), mietevano vittime in ogni stagione. Uno degli episodi più cruenti fu la strage di San Valentino avvenuta a Chicago nel febbraio 1929 ma, per restare in tema estivo, si può citare l’eliminazione del boss Frankie Yale a New York: Yale fu crivellato di colpi il 1º luglio 1928 a Brooklyn con mitra Thompson in pieno giorno, su ordine di Al Capone. Anche se avvenuto negli USA, fu un tipico regolamento di conti di “stampo mafioso”: la stagione calda non fu certo un deterrente per i killer.
In Italia, negli anni ’10-’20 del secolo scorso, il fenomeno mafioso fu più sottotraccia rispetto al secondo dopoguerra. In Campania, la Camorra, come già detto, fu decapitata dal processo Cuocolo e durante la Grande Guerra le cronache mafiose passarono in secondo piano. In Sicilia, dopo la Prima guerra mondiale si registrò un’ondata di violenza ai danni di contadini e sindacalisti socialisti: è di quegli anni l’attività del tenente dei carabinieri Cesare Mori, che indagò sugli omicidi mafiosi nel trapanese e nel palermitano. Nicoletti, Panepinto, Verro, Zangara, Rumore, Monticciolo, Canzio, Alongi, Mirmina, Orcel, Stassi, Scudieri e Bonfiglio. Anche se spesso dimenticati, questi sono i nomi dei sindacalisti o leader contadini uccisi, ancora una volta senza criterio di stagionalità, da Cosa Nostra tra il 1905 e il 1922. Mori scrisse di esecuzioni sommarie di “briganti”. Le sue indagini furono il preludio alla sua nomina a Prefetto e alla dura repressione fascista. Infatti, con l’ascesa del regime, negli anni ’20, Benito Mussolini lanciò una campagna per “sradicare” la mafia: Mori, detto il “Prefetto di ferro”, guidò retate e operazioni tra 1925 e 1929, costringendo alla latitanza o all’arresto centinaia di mafiosi. Durante il ventennio, gli omicidi di mafia calarono drasticamente, almeno quelli riconosciuti. Dal 1924 al 1943 praticamente non si hanno notizie di delitti mafiosi di rilievo in Sicilia. In parte ciò fu dovuto alla repressione del regime e alla propaganda, che tendeva a derubricare i fatti di mafia come “normale criminalità” per non ammettere l’esistenza del fenomeno. In quegli anni, la mafia scelse spesso di abbassare il profilo, aspettando tempi migliori. Molti boss finirono in carcere o al confino, oppure emigrarono negli Stati Uniti.
Sul fronte internazionale, attorno agli anni ’30, vale la pena menzionare la crescita delle triadi e yakuza. In Giappone i grandi sindacati criminali (Yamaguchi-gumi, Inagawa-kai, etc.) consolidarono la loro presenza, ma preferivano l’intimidazione economica più che gli omicidi eccellenti. In Cina, la Triade di Shanghai (la “Green Gang” di Du Yuesheng) fu persino complice del regime: famosa la strage di Shanghai del 12 aprile 1927, quando i gangster della triade, su mandato di Chiang Kai-shek, membro influente del Kuomintang, il Partito nazionalista massacrarono centinaia di comunisti. All’alba della Seconda guerra mondiale le mafie erano tutt’altro che sconfitte. In sordina, aspettavano solo l’occasione per riaffermarsi. E così fu.
Dopoguerra e anni ’50: la “resurrezione” delle mafie
La fine della Seconda guerra mondiale riportò nuovi spazi di manovra per la criminalità organizzata. In Sicilia, la mafia riemerse sfruttando l’instabilità del dopoguerra e l’ondata di occupazioni contadine delle terre. Il 1º maggio 1947, durante la Festa del Lavoro, avvenne la prima grande strage dell’Italia repubblicana: a Portella della Ginestra, nelle campagne palermitane, la banda del bandito Salvatore Giuliano, in combutta con latifondisti mafiosi e forze politico-eversive di destra, sparò sulla folla di contadini riuniti in comizio, uccidendo 11 persone e ferendone 27 tra uomini, donne e bambini. La strage di Portella, perpetrata proprio il giorno di Primo Maggio, stroncò l’entusiasmo post-bellico: fu un attacco politico-mafioso contro i sindacalisti dei Fasci siciliani, e inaugurò la strategia mafiosa di opporsi violentemente al movimento contadino e alla sinistra. I mandanti veri rimasero nell’ombra, protetti da complicità nei ranghi dei potentati locali e da connivenze nei servizi segreti non solo italiani. È necessario ricordare che, a quel tempo, ci trovavamo nel pieno della Guerra Fredda.
Negli anni ’40 e ’50 la Sicilia visse una tragica scia di sangue contro i leader sindacali che guidavano le lotte per la terra. Decine di sindacalisti, attivisti contadini e politici di sinistra furono assassinati, spesso all’alba mentre andavano a lavoro. Tra questi ricordiamo Accursio Miraglia a Sciacca, gennaio 1947, Placido Rizzotto a Corleone, marzo 1948, Epifanio Li Puma, leader contadino, nell’agosto 1948 e Salvatore Carnevale a Sciara. Proprio l’omicidio di Turiddu Carnevale, avvenuto all’alba del 16 maggio 1955, destò enorme scalpore: Carnevale, giovane socialista che organizzava i braccianti nel palermitano, fu ucciso a colpi di lupara mentre si recava in cava, nonostante fosse cosciente di essere bersaglio di minacce mafiose. Sua madre, Francesca Serio, ebbe il coraggio senza precedenti di costituirsi parte civile al processo contro i presunti killer, sfidando apertamente Cosa Nostra. Tuttavia, come molti delitti di quell’epoca, anche questo rimase impunito o con pene blande, complice l’omertà e le collusioni politico-feudali. Era il segnale che la mafia, lungi dall’essere sconfitta dal fascismo, era tornata a dettare legge e a controllare il territorio, capacità che esercita ancora tutt’oggi.
In Campania, la Camorra nella seconda metà degli anni ’40 era meno strutturata di quella siciliana, ma il vuoto di potere del dopoguerra vide il proliferare di bande criminali urbane, i cosiddetti guappi. Episodi di omicidi camorristici non ebbero la risonanza di quelli siciliani in quegli anni. Bisognerà attendere i decenni successivi per l’ascesa di boss sanguinari, come i cutoliani.
Intanto, negli Stati Uniti del dopoguerra, la mafia italo-americana, fortemente legata a Cosa Nostra siciliana tramite i boss rientrati dall’esilio, consolidò il proprio impero criminale. Gli anni ’50 negli USA furono relativamente “tranquilli” dopo le guerre di gang dei decenni precedenti, in parte grazie alla pax mafiosa imposta dalla neonata Commissione delle Cinque Famiglie di New York (Lucky Luciano, Frank Costello, ecc.). Non mancarono regolamenti di conti interni, come l’omicidio di Albert Anastasia, potente boss newyorkese che fu ucciso nell’autunno 1957. Dal punto di vista repressivo, invece, l’episodio più rilevante fu il famoso summit di Apalachin, nel novembre 1957, nello Stato di New York, quando decine di padrini italoamericani si riunirono, inclusi emissari provenienti dalla Sicilia, per discutere sulle proprie strategie dopo l’eliminazione di Anastasia. L’incontro fu smascherato dalla polizia, rivelando pubblicamente l’esistenza di Cosa Nostra USA.
In sintesi, negli anni ’50 la violenza mafiosa in Italia fu rivolta soprattutto verso bersagli “politico-sociali” come sindacalisti e amministratori locali riformisti. L’estate non fu affatto un periodo di tregua. La mafia approfittava spesso della stagione del raccolto per colpire chi guidava le occupazioni delle terre.
Anni ’60 e ’70: dalle faide interne agli “anni di piombo” mafiosi
Gli anni ’60 videro la mafia siciliana evolversi in forme più organizzate e spregiudicate. È doveroso ricordare l’omicidio del giornalista Cosimo Cristina, che avvenne nel maggio del 1960, ucciso per i suoi articoli di denuncia scomodi al potere politico-mafioso. Nel primo decennio esplose quella che viene ricordata come la Prima guerra di mafia (1962-1963) tra clan rivali a Palermo, principalmente le famiglie Greco contro i La Barbera, legata a interessi su eroina e appalti edilizi durante il c.d. “Sacco di Palermo”. Questo conflitto intestino insanguinò le strade palermitane con 68 omicidi in pochi anni. Il culmine, e al contempo la svolta, si ebbe con la strage di Ciaculli: il 30 giugno 1963, in contrada Ciaculli a Palermo, esplose un’Alfa Romeo Giulietta imbottita di tritolo, uccidendo 7 uomini delle forze dell’ordine (carabinieri e militari dell’esercito) accorsi per disinnescare l’autobomba. Il bersaglio dell’attentato sarebbe stato, in realtà, il boss Salvatore “Ciaschiteddu” Greco, ma la bomba falcidiò le forze dell’ordine e destò enorme indignazione. Ma fu proprio la strage di Ciaculli che provocò finalmente la reazione dello Stato, la prima del dopoguerra. In poche settimane furono arrestati oltre 1.200 mafiosi, la Commissione mafiosa fu sciolta e, nel luglio 1963, fu istituita la prima Commissione parlamentare Antimafia. Per qualche anno la mafia “andò in ibernazione”: molti boss scapparono all’estero o restarono in carcere. Anche per questo, la metà degli anni ’60 fu relativamente “calma” in termini di omicidi eccellenti. Non si segnalano delitti estivi clamorosi in quel periodo, se non faide locali e regolamenti di conti minori.
Sul fronte della ’Ndrangheta calabrese, gli anni ’60 furono segnati da sequestri di persona e prime faide tra cosche di Reggio e provincia. Nel settembre del 1969 avvenne la cosiddetta “strage di Locri”, l’agguato mortale a Pasquale Cordì e altri, preludio alla Prima guerra di ’ndrangheta negli anni ’70. In generale, la ’ndrangheta di allora prediligeva sequestrare e tenere in vita gli ostaggi per riscatto, compiendo quindi meno omicidi pubblici.
Gli anni ’70 segnarono un crescendo di violenza mafiosa, preludio dell’epoca delle “guerre” e delle stragi. In Sicilia, dopo la relativa tregua successiva a Ciaculli, la nuova generazione di boss, i Corleonesi di Luciano Liggio prima e di Salvatore “Totò” Riina poi, iniziò un’opera di eliminazione sistematica di giornalisti, poliziotti e magistrati scomodi. Tra i primi caduti vi furono giornalisti coraggiosi come Mauro De Mauro, rapito e ucciso nel settembre 1970, e Mario Francese, nel gennaio 1979, a Palermo. Anche se questi episodi non cadono in estate, delineano il contesto di escalation. Nel periodo estivo di quell’anno, invece, uno dei nomi da ricordare è quello del dottor Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo. Giuliano fu assassinato il 21 luglio 1979 in un bar di via Di Blasi, colpito alle spalle dal killer Leoluca Bagarella, luogotenente dei Corleonesi. Giuliano indagava sul traffico di eroina e sui legami finanziari della mafia; la sua uccisione in piena estate lanciò un messaggio terribile alle istituzioni. Pochi giorni prima, al Nord, la mafia aveva allungato la sua mano fino a Milano: l’11 luglio 1979 veniva crivellato sotto casa l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore chiamato a indagare sui loschi intrecci finanziari del banchiere Michele Sindona, legato a Cosa Nostra. Ambrosoli cadde la notte dell’11 luglio per mano di un sicario americano assoldato da Sindona. Si trattò, quindi, di un omicidio di stampo mafioso realizzato nel centro di Milano. Due omicidi, Giuliano e Ambrosoli, nello stesso luglio 1979, in contesti diversi, Palermo e Milano, ma entrambi emblematici e legati tra loro: chi cercava e toccava il denaro della mafia doveva essere soppresso. Si trattava del “Follow the money”, quella pista investigativa inaugurata da Giuliano che divenne poi la cifra stilistica delle indagini di Giovanni Falcone.
Sempre nel 1979, il 25 settembre, la mafia uccise a Palermo il giudice Cesare Terranova, già giudice istruttore negli anni ’60, e con lui il maresciallo Lenin Mancuso. Anche questo evento rientrò in quella stagione di attacchi ai rappresentanti della giustizia. Nel complesso, la fine degli anni ’70 fu un periodo nero: oltre ai citati, ricordiamo che nel maggio 1978 fu assassinato il militante Peppino Impastato, 9 maggio, caso isolato di attivista ucciso durante il sequestro Moro che ne oscurò la notizia della morte, e nell’agosto 1977 cadde il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, ucciso il 20 agosto a Ficuzza dai Corleonesi. Dunque, anche in quegli anni troviamo omicidi mafiosi eccellenti in piena estate, ancora una volta segno che la “pausa estiva” non esisteva nei piani criminali: piuttosto, a dettare i tempi erano le opportunità e le necessità strategiche interne alle cosche.
Sul fronte camorristico napoletano, gli anni ’70 videro la riorganizzazione della Camorra in nuove forme: Raffaele Cutolo fondò la Nuova Camorra Organizzata (NCO) verso fine decennio. Nel 1978-79 iniziarono le faide di camorra: omicidi di affiliati riempirono la cronaca nera campana (come l’eliminazione del boss Michele Zaza sfiorata nel 1978 e riuscita poi negli ’90). Un evento di quella stagione drammatico, benché autunnale, fu l’omicidio del giovane giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla Camorra il 23 settembre 1985 per i suoi articoli scomodi. Negli anni ’70 però, la Camorra non aveva ancora preso di mira personalità istituzionali di rilievo nei mesi estivi e le sue guerre erano più interne oppure rivolte a imprenditori e uomini delle forze dell’ordine.
Nel frattempo, in Calabria, dal 1975 al 1977 imperversò la Prima guerra di ’Ndrangheta tra clan di Reggio Calabria, con circa 300 morti. Molti regolamenti di conti avvennero d’estate come, ad esempio, il boss Antonio Macrì che fu ferito a morte in un agguato nel gennaio 1975, ma la scia proseguì per anni, toccando picchi nel periodo estivo con imboscate spettacolari sulla Statale 106 ionica. Questo conflitto ‘ndranghetista rimase però circoscritto e poco noto al grande pubblico, anche perché la ’Ndrangheta, a differenza della mafia siciliana, evitava bersagli “eccellenti” fuori dalle faide fino a tempi più recenti.
Riassumendo gli anni ’60-’70: in Italia le mafie, specie quella siciliana, preparano il terreno agli anni delle stragi eliminando sistematicamente figure di opposizione e rivali interni. Molti omicidi chiave avvennero nei mesi estivi come Ciaculli a giugno ’63; Giuliano e Ambrosoli a luglio ’79; Russo ad agosto ’77; Russo, Terranova e Mancuso a fine estate. Ciò fu più frutto delle contingenze che di una scelta stagionale preordinata. È interessante però notare come nell’estate 1979 vi sia stata quasi una sincronia di attacchi mafiosi su fronti diversi d’Italia, segno di un periodo particolarmente turbolento e prodromico agli accadimenti degli anni ‘80 e ‘90.
(segue)
Roberto Greco