È la sera dell’antivigilia di Natale 1984 e il treno Rapido 904, partito alle 12:55 dal binario 11 di Napoli Centrale e diretto a Milano, è gremito di famiglie in viaggio per le festività. Le chiacchiere riempiono gli scompartimenti affollati. Alle 19:08 del 23 dicembre, mentre il convoglio, trainato da una locomotiva E444, sfreccia a oltre 150 km/h all’interno della Grande Galleria dell’Appennino (tra Vernio e San Benedetto Val di Sambro, sull’Appennino tosco-emiliano), una deflagrazione violentissima squarcia la nona carrozza di seconda classe. Un ordigno esplosivo ad alto potenziale, composto da pentrite, tritolo, nitroglicerina e plastico T4, è stato collocato sul portabagagli del corridoio ed innescato via radio pochi istanti dopo l’ingresso del treno in galleria. L’effetto è devastante: l’intera carrozza numero 9 viene cancellata in un boato. Sedici persone perdono la vita (15 sul colpo e una in seguito alle ferite) e tra esse tre bambini di 4, 9 e 12 anni. Oltre 260 rimangono ferite. I soccorritori, accorsi tra le tenebre e il fumo, percepiscono subito l’acre odore di polvere da sparo: non si tratta di un disastro casuale, ma di un attentato deliberato.
L’attentato dinamitardo sul Rapido 904 passerà alla storia come la “strage di Natale”. Non a caso, fu pianificato per causare un massacro indiscriminato nel periodo delle feste: chi mise la bomba voleva “sporcare di sangue quel Natale”, come denunciò a caldo il presidente del Consiglio Bettino Craxi. La scelta del luogo non fu casuale: l’esplosione avvenne nello stesso tratto dove dieci anni prima una bomba neofascista aveva colpito il treno Italicus, il 4 agosto 1974 e provocò 12 morti. Questa macabra “replica” suggerì sin da subito agli inquirenti la presenza di una strategia ben precisa, come se qualcuno volesse lanciare un messaggio sfruttando un luogo già segnato dal terrorismo nero. In effetti, la strage del 1984 fu la prima in Italia di matrice mafioso-terroristica, cioè opera della criminalità organizzata con modalità da terrorismo stragista. Le famiglie delle vittime, intuendo la gravità e forse i possibili depistaggi, presero subito una posizione forte: rifiutarono i funerali di Stato, un gesto altamente simbolico con cui respingevano ogni ipocrisia istituzionale e chiedevano verità. Anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel suo messaggio di fine anno, espresse sdegno: «Cinque stragi abbiamo avuto, tutte con lo stesso marchio d’infamia, e i responsabili non sono ancora assicurati alla giustizia. I parenti delle vittime, il popolo italiano non chiedono vendetta, ma giustizia».
Un Paese tra mafia e terrore: il contesto storico del 1984
Per comprendere la strage del Rapido 904 occorre inquadrarla nello scenario storico-politico italiano di metà anni Ottanta, un periodo turbolento e ricco di cambiamenti. Alexander Höbel, storico e co-autore di un saggio sulla strage, ricorda che nel 1984 l’Italia era attraversata da tensioni sociali e svolte politiche significative. Quell’anno si combatté una dura battaglia sulla scala mobile (il meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’inflazione), mentre a giugno la morte del leader comunista Enrico Berlinguer portò alle elezioni europee in cui, per la prima e unica volta, il PCI risultò primo partito a livello nazionale. Nel frattempo, importanti verità oscure iniziavano ad emergere: Tommaso Buscetta, boss di Cosa Nostra, era stato estradato in Italia e le sue confessioni al giudice Giovanni Falcone gettavano le basi per il maxiprocesso di Palermo; a Venezia il magistrato Felice Casson indagava sull’organizzazione segreta Gladio; a Roma la commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi stava per concludere i lavori sulla loggia massonica P2. Come sintetizza Höbel, stava affiorando “il sommerso della Repubblica”: mafie, trame eversive, apparati deviati dello Stato venivano alla luce, mettendo in allarme non solo la criminalità organizzata ma anche settori occulti del potere abituati all’ombra. In questo clima, Cosa Nostra viveva un momento critico: dopo aver vinto sanguinose faide interne, i corleonesi di Salvatore Riina affrontavano per la prima volta una seria offensiva giudiziaria dello Stato grazie ai pentiti. Si incrinava quel tacito “patto armistiziale” che per decenni aveva garantito un equilibrio, criminale ma stabile, tra mafia e istituzioni compiacenti.
È in questo contesto che matura la decisione di compiere una strage terroristica in stile “anni di piombo”, ma ad opera della mafia. Secondo la relazione della Commissione Parlamentare Stragi, la c.d. relazione Pellegrino, l’eccidio del Rapido 904 fu un “evento antesignano” della strategia mafiosa stragista dei primi anni Novanta. L’ipotesi avanzata in sede giudiziaria, ritenuta plausibile anche se non esaustiva, è che Cosa Nostra organizzò l’attentato come reazione alle rivelazioni dei suoi primi collaboratori di giustizia. In altre parole, Riina e i vertici mafiosi avrebbero scelto di alzare il livello dello scontro, colpendo civili innocenti su un treno, per intimidire lo Stato: un messaggio brutale volto a “rinforzare legami istituzionali che sembravano allentarsi” sotto l’incalzare di indagini e arresti. “Di fronte a una situazione nuova e destabilizzante, Cosa Nostra dovette ricorrere alla violenza indiscriminata propria dello stragismo terroristico”, si legge nelle sentenze. Non a caso, la scelta di colpire proprio nella Galleria degli Appennini, luogo “storicamente scelto dall’eversione nera” per gli attentati sui treni, “non fu priva di significato”. La mafia volle simulare un atto terroristico “politico”, nella speranza di confondere le acque e far credere a una ripresa della strategia della tensione, mentre in realtà lanciava un ricatto allo Stato. Come ha sottolineato il Presidente Sergio Mattarella in occasione del 40° anniversario, la strage del Rapido 904 fu di “impronta terroristico-mafiosa” ed “allungava la catena dei criminali attentati ai treni, in continuità con le stragi compiute dall’eversione nera”, inaugurando la scia di intimidazioni mafiose che proseguirà nel decennio successivo.
Indagini e processi: una verità giudiziaria parziale
Sin dalle prime ore dopo l’attentato del 23 dicembre 1984, gli investigatori si resero conto che quel massacro sul treno presentava analogie con gli attacchi neofascisti degli anni Settanta, ma anche elementi nuovi. Le indagini presero inizialmente in esame ambienti dell’eversione di destra, vista la “replica” dell’Italicus. Tuttavia, emersero presto indizi di un coinvolgimento mafioso e camorristico. In particolare, l’inchiesta portò a galla uno scenario inedito di alleanze criminali trasversali: Cosa Nostra siciliana, clan camorristici napoletani e frange della destra eversiva risultarono in contatto nell’organizzazione dell’attentato. Già l’8 novembre 1985 alcuni collaboratori di giustizia, ascoltati dal giudice istruttore Giovanni Falcone, avevano rivelato i legami fra mafia, camorra, estremisti neofascisti, massoneria P2 e banda della Magliana. Figure come i terroristi nero-vallellani Valerio e Cristiano Fioravanti, il neofascista Massimo Carminati e altri parlarono di intrecci tra questi ambienti criminali, tracciando il quadro di un “coacervo di interessi convergenti” dietro la strage, come verrà definito più tardi nelle sentenze.
Le indagini individuarono alcuni responsabili chiave e nel 1986 si arrivò ai primi arresti. Fra essi vi era Friedrich Schaudinn, un cittadino tedesco esperto in esplosivi, ritenuto l’artificiere che fabbricò gli ordigni. Schaudinn aveva legami con ambienti neonazisti e servizi segreti e, come verrà scoperto, faceva parte di un network internazionale di trafficanti d’armi. Arrestato, Schaudinn riuscì però a fuggire clamorosamente dall’Italia nel 1988, alla vigilia del processo di primo grado, evadendo dagli arresti domiciliari con l’aiuto di funzionari dei servizi segreti italiani. Anni dopo, intervistato in TV, ammise pubblicamente che l’intelligence lo aveva fatto espatriare in Germania. Questo episodio scandaloso confermò i sospetti di complicità occulte: “se la mafia avesse agito da sola, si sarebbe rivolta ai suoi uomini; il coinvolgimento di un artificiere tedesco di alto livello, protetto dai servizi deviati, fa riflettere”, osserva lo storico Höbel.
Il maxiprocesso contro Cosa Nostra a Palermo (1986-87) fece emergere ulteriori riscontri sui legami tra boss siciliani e ambienti neofascisti e camorristici. Alla fine degli anni Ottanta, l’inchiesta Rapido 904 approdò in aula. Il processo di primo grado si celebrò a Firenze: il 25 febbraio 1989 la Corte d’Assise condannò Giuseppe “Pippo” Calò, potente boss palermitano trapiantato a Roma, detto il “cassiere” di Cosa Nostra, e il suo braccio destro Guido Cercola all’ergastolo per strage. Calò è ritenuto l’ideatore e organizzatore dell’attentato, nonché l’anello di congiunzione tra la mafia siciliana e gli altri complici occulti. Oltre a Calò e Cercola, furono condannati a vario titolo anche membri del clan camorristico Misso di Napoli – tra cui il boss di Rione Sanità Giuseppe Misso e i suoi affiliati Alfonso Galeota e Giulio Pirozzi – accusati di aver fornito supporto logistico ed esplosivo. Il camorrista Misso era noto per legami con ambienti neofascisti napoletani, e in effetti nelle indagini emerse il coinvolgimento dell’ex estremista nero Massimo Abbatangelo, all’epoca deputato dell’MSI, sospettato di aver fornito l’esplosivo. Franco Di Agostino, altro uomo della cerchia di Calò, fu condannato a 28 anni, e lo stesso Schaudinn, processato in contumacia, a 25 anni. Alcuni imputati minori vennero ritenuti colpevoli di reati collegati (come partecipazione a banda armata e traffico di armi).
In Appello, con sentenza emessa il 15 marzo 1990, la Corte d’Assise d’Appello di Firenze confermò gli ergastoli per Calò e Cercola. La pena di Di Agostino fu ridotta a 24 anni. Misso, Pirozzi e Galeota vennero assolti dal reato di strage per insufficienza di prove, ma condannati per detenzione illegale di esplosivo. Schaudinn, ancora latitante in Germania, fu assolto dall’accusa di banda armata ma la condanna per strage fu confermata, con pena ridotta a 22 anni. Sembrava fatta giustizia, ma così non fu: il 5 marzo 1991 la Corte di Cassazione, presieduta dal controverso giudice Corrado Carnevale, annullò le condanne d’appello per vizi di forma, ordinando un nuovo processo. La Cassazione confermò solo le assoluzioni dei camorristi Misso, Galeota e Pirozzi. Un magistrato presente, Antonino Scopelliti (che sarà assassinato dalla mafia pochi mesi dopo), mise in guardia i colleghi dal “far prevalere l’impunità” per un crimine così efferato.
Si giunse così al processo d’appello-bis: il 14 marzo 1992 una nuova sezione della Corte d’Appello di Firenze confermò nuovamente l’ergastolo per Calò e Cercola, nonché le condanne a 24 anni per Di Agostino e 22 anni per Schaudinn. Misso fu riconosciuto colpevole soltanto di detenzione di esplosivo (3 anni) e per due suoi uomini (Galeota e Pirozzi) restarono pene minime di un anno e mezzo ciascuno. Quella stessa sera, mentre tornavano a Napoli, Galeota e Pirozzi subirono un agguato di camorra sull’autostrada: la loro auto fu speronata e crivellata di colpi; Alfonso Galeota e Assunta Sarno (moglie di Misso, a bordo con loro) furono assassinati, mentre Pirozzi, benché ferito gravemente, riuscì a scampare fingendosi morto. Questo episodio sanguinario, avvenuto curiosamente poche ore dopo la sentenza, fu interpretato come un regolamento di conti interno alla camorra. Di certo evidenziò l’estrema pericolosità del contesto criminale in cui maturò la strage.
Nel novembre 1992 la Cassazione si pronunciò definitivamente: confermò le condanne stabilendo ufficialmente la “matrice terroristico-mafiosa” dell’attentato. Restava da definire la posizione dell’onorevole Massimo Abbatangelo, che per via dell’immunità parlamentare era stato giudicato separatamente. Abbatangelo, accusato di aver fornito l’esplosivo militare (il potente Semtex-H) utilizzato per la bomba, fu inizialmente condannato all’ergastolo in primo grado (1991). Ma in Appello, il 18 febbraio 1994, fu assolto dal reato di strage, e fu invece condannato a 6 anni di reclusione per la sola cessione di esplosivo a Giuseppe Misso nella primavera 1984. Le famiglie delle vittime provarono amaramente a opporsi in Cassazione contro questa sentenza clemente, ma persero il ricorso e furono perfino costrette a pagare le spese processuali. Di fatto, Abbatangelo, esponente dell’estrema destra napoletana, se la cavò con una pena modesta, confermando però nei fatti che un politico neofascista aveva armato la mano della mafia, un dettaglio inquietante.
Malgrado le condanne definitive a carico di Calò, Cercola, Di Agostino e Schaudinn, la piena verità giudiziaria rimase incompleta. Chi altri, oltre ai quattro esecutori materiali, cospirò nell’ombra? Chi furono i mandanti occulti e quali gli obiettivi ultimi dell’eccidio? Gli stessi giudici, nella sentenza che assolveva Totò Riina anni dopo, parlarono, come ricordato, di “coacervo di interessi convergenti” attorno alla strage, rimasto senza volti né nomi. Nel 1993, interrogato dalla Commissione Stragi parlamentare, Pippo Calò negò cinicamente ogni coinvolgimento, definendosi un capro espiatorio. Lanciò anzi ambiguhe allusioni, insinuando che “la mafia non c’entra con quella strage” e che bisognerebbe domandarsi “chi ha fatto scappare Schaudinn”, in un’allusione chiara ai servizi segreti deviati. La realtà è che, per questa come per altre stragi italiane, “mandanti e finalità rimangono sconosciuti”. A oltre trent’anni di distanza, la magistratura ha provato a colmare i vuoti: nel 2011 la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli iscrisse nel registro degli indagati Salvatore “Totò” Riina, ritenendolo il mandante supremo dell’attentato. Il processo, spostato per competenza a Firenze, iniziò solo nel 2014: l’accusa sostenne che Riina aveva ordinato l’uso del tritolo contro i civili per “dare una risposta” allo Stato dopo gli arresti dei pentiti, e presentò prove che l’esplosivo Semtex-H impiegato sul treno proveniva dai depositi di Cosa Nostra (lo stesso stock usato poi per Capaci, via D’Amelio e le autobombe del 1993). Tuttavia, Totò Riina – già in carcere al 41bis – fu assolto nel 2015 per insufficienza di prove. La sua morte nel 2017 ha chiuso l’iter giudiziario senza ulteriori colpevoli di alto livello.
Eppure, la ricerca della verità non si è fermata. Tutti gli atti sul Rapido 904 sono stati desecretati nel 2014 su direttiva del Governo, rendendo pubblici i fascicoli finora coperti dal segreto di Stato. E nel 2024, a quarant’anni dalla strage, la Procura Antimafia di Firenze ha riaperto le indagini alla luce di nuovi spunti investigativi. Gli inquirenti, in collaborazione con il ROS dei Carabinieri, starebbero approfondendo proprio la “pista di un’alleanza tra mafia, servizi segreti deviati e neofascisti”, cercando di individuare eventuali ulteriori complici e mandanti rimasti impuniti. È un segnale importante: anche dopo quattro decenni, c’è la volontà di far luce su quei “poteri forti senza nome” che, secondo molteplici indizi, affiancarono Cosa Nostra nella strage. La giustizia italiana ha accertato la matrice mafiosa e condannato alcuni esecutori materiali, ma la storia giudiziaria del Rapido 904 resta incompleta. Lo riconoscono le stesse istituzioni: “come in tutte le altre stragi che hanno insanguinato l’Italia, i mandanti e le finalità rimangono sconosciuti”, ha ammesso un rappresentante della Regione Emilia-Romagna nel 2016.
La voce dei familiari: memoria e ricerca di verità
In assenza di una piena verità giudiziaria, a tenere accesa la fiamma della memoria sono stati ,e lo sono tuttora, i familiari delle vittime e i sopravvissuti. Subito dopo il massacro, il dolore si tramutò per loro in determinazione: emblematico fu il rifiuto dei funerali di Stato, deciso da molti parenti delle vittime come gesto di protesta silenziosa. Negli anni seguenti, i familiari si sono riuniti in un comitato e poi in una vera e propria Associazione tra i familiari delle vittime della strage sul treno Rapido 904, con sede a Napoli. Questa associazione, oggi presieduta da Rosaria Manzo, ha lottato a lungo affinché la strage non venisse dimenticata e affinché lo Stato riconoscesse le proprie responsabilità morali. Rosaria Manzo, 40 anni, è figlia di Giovanni Manzo, il macchinista che quella notte guidava il Rapido 904: suo padre sopravvisse miracolosamente. Uscì illeso fisicamente dalla locomotiva in testa al treno, ma riportò un grave trauma psicologico. Rosaria all’epoca aveva solo sette mesi, ma oggi si fa portavoce della memoria di tutti. La sua testimonianza riflette la frustrazione e la perseveranza dei familiari: “Mi sembra inverosimile che Calò da solo abbia deciso una strage del genere”, ha dichiarato, ricordando come in passato le piste sugli altri complici – ad esempio esponenti dell’estrema destra – siano state esplorate senza esito (il deputato Abbatangelo, appunto, fu condannato solo per l’esplosivo, e il camorrista neofascista Misso prosciolto dal reato di strage). Oggi, di fronte alla notizia di nuove indagini, i familiari sperano finalmente di sapere “quali fossero gli interessi convergenti” dietro la strage. “Nella sentenza che assolse Riina si parla di un coacervo di interessi – spiega Rosaria – ma non è chiaro quali. La speranza è che le nuove indagini lo facciano emergere”.
Quarant’anni sono lunghi, e molti parenti delle vittime nel frattempo sono mancati, portandosi dietro il dolore e il dubbio irrisolto. “Molti familiari non ci sono più e la vita dei superstiti è stata stravolta. Credo sia giunta l’ora di mettere la parola fine a questa storia”, ha detto Rosaria Manzo con amarezza. Chi è rimasto non si dà pace: l’associazione da anni chiede verità e persino il risarcimento dovuto alle vittime del terrorismo, che lo Stato finora ha negato. Incredibilmente, i familiari non hanno mai ottenuto alcun indennizzo dal Viminale, una decisione contestata perché “in grave contraddizione con le sentenze” che hanno accertato la natura terroristico-mafiosa dell’attentato. È una ferita che si aggiunge al dolore: lo Stato sembra averli ignorati due volte, prima non proteggendo i loro cari, poi non riconoscendo loro giustizia piena e memoria.
Sul fronte della memoria pubblica, la strage del Rapido 904 è rimasta a lungo nell’ombra, spesso definita una “strage dimenticata”. A differenza di altri eccidi (come Bologna nel 1980), non c’è un luogo fisico di memoria accessibile: la galleria teatro dell’attentato è un “non-luogo” ferroviario, impossibile da commemorare in loco. I resti del treno, per di più, sono stati smantellati nel silenzio generale, senza conservare neppure un frammento come memoriale. “Come se avessero voluto cancellarne la memoria”, commenta amaramente Rosaria Manzo. Ogni anno, l’associazione organizza cerimonie il 23 dicembre: una a San Benedetto Val di Sambro, la stazioncina appenninica più vicina al luogo della tragedia, e l’altra a Napoli Centrale, punto di partenza di quel maledetto treno. Pochi però vi partecipano: “alle commemorazioni non ha mai partecipato nessuna alta carica dello Stato”, nota lo storico Höbel. Nessun governo ha mai inviato un ministro o un rappresentante ufficiale alla cerimonia di Napoli nemmeno per il trentennale o altre ricorrenze. Solo nel 2024, in vista del quarantennale e grazie alle pressioni dei familiari, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto pervenire un messaggio istituzionale di vicinanza. Ma è un’eccezione: fino a poco tempo fa, persino ottenere un telegramma dal Quirinale sembrava un’impresa burocratica, “mi auguro che non serva una richiesta scritta, come mi fu detto qualche anno fa dalla segreteria del Quirinale”, ironizzava Manzo.
Ciononostante, i familiari non si sono arresi alla dimenticanza. Ogni 21 marzo, nella Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie organizzata da Libera, e ogni 9 maggio, Giorno dedicato alle vittime del terrorismo, i nomi dei 16 caduti del Rapido 904 vengono letti pubblicamente. La strage figura infatti in entrambi gli elenchi, riconosciuta tanto come atto di mafia quanto come atto terroristico. Una duplicità che, osserva Rosaria, “rischia di risultare nulla”, quasi a indicare che collocandola a metà tra due memorie, la si lasci in una terra di nessuno del ricordo. Anche a Napoli una piccola targa commemorativa è stata installata nel 2003 fra i binari 11 e 12 della stazione, e grazie anche all’impegno della Fondazione Polis della Regione Campania (che si occupa di vittime innocenti della criminalità) sono stati promossi studi e iniziative. Nel 2006 l’associazione ha pubblicato, con il patrocinio regionale, un volume di riferimento: “La strage del treno 904. Un contributo delle scienze sociali” di Höbel e Gianpaolo Iannicelli, che ricostruisce la vicenda, il contesto e la memoria napoletana della strage. Sul fronte artistico-culturale, ci sono stati racconti teatrali e persino una canzone dedicata a una delle giovani vittime, segno che la strage del Rapido 904, sebbene poco nota alle nuove generazioni, ha lasciato un segno indelebile in chi la visse.
Le testimonianze dei sopravvissuti rivelano traumi che nemmeno il tempo ha cancellato. Enza Napoletano, che viaggiava su quel treno insieme ai suoi figli piccoli, ricorda di aver pensato che non sarebbero sopravvissuti: riportò gravi ferite, e per cinque anni dopo l’esplosione non riuscì più a salire su un treno, vinta dal terrore e dai flashback. Molti come lei hanno dovuto convivere con incubi, menomazioni fisiche e lutti difficili da elaborare. “Vedere in carcere chi ha materialmente messo la bomba […] non mi avrebbe dato indietro mio figlio”, ha confidato un padre, esprimendo il vuoto incolmabile che nessuna sentenza potrà colmare. Proprio per onorare quel dolore, i familiari rivendicano una verità storica completa, che vada oltre la “verità giudiziaria” limitata ai soli esecutori materiali. “Non possiamo accontentarci della verità giudiziaria, è un dovere capire chi c’era oltre Calò e Cercola”, incalza lo storico Höbel. Allo stesso modo Rosaria Manzo insiste: “Noi siamo dalla parte della verità, lasciando volare al vento le opinioni di chi questa verità non la vuole dire o non la conosce”. In una sua recente dichiarazione, ha messo in guardia contro le mistificazioni e i depistaggi mediatici: “dobbiamo districarci tra verità processuali, sentenze, opinioni e verità soggettive… La verità che cerchiamo non deve essere di comodo, ma certa e inflessibile”.
Quarant’anni dopo quel tragico 23 dicembre 1984, l’inchiesta sul Rapido 904 è ancora aperta. Quella che fu definita “la strage itinerante” (perché colpì un treno in corsa) resta una ferita nascosta nella storia della Repubblica. La memoria di quelle 16 vite spezzate esige ancora giustizia e piena luce. “Sembra che tutti conoscano i nomi, ma nessuno abbia il coraggio di pronunciarli”, ha detto Rosaria, riferendosi ai mandanti occulti. E allora il compito di un Paese democratico è proprio questo: illuminare i punti oscuri, dare un nome ai responsabili rimasti senza volto e consegnare “alle generazioni più giovani” il testimone di una memoria autentica e condivisa. Solo così il silenzio lungo quarant’anni potrà finalmente essere rotto, e la strage del Rapido 904 troverà il posto che le spetta nella coscienza collettiva: non più come una tragica pagina dimenticata, ma come monito di ciò che non deve mai più accadere.
Roberto Greco