Lo Ius Scholae, in Italia, continua ad essere un diritto negato. Nelle aule delle scuole italiane, la demografia del futuro ha già superato i confini tracciati dalla burocrazia, delineando un panorama umano che precede e spesso ignora le lungaggini del dibattito legislativo. Oltre 914.860 alunni con cittadinanza non italiana frequentano quotidianamente gli istituti del Paese, rappresentando più dell’11% della popolazione scolastica totale. Questi numeri non descrivono semplicemente un fenomeno migratorio di passaggio, ma tracciano il profilo di una trasformazione profonda e irreversibile dell’identità nazionale. Circa il 66,7% di questi studenti, infatti, è nato in Italia, appartenendo a pieno titolo a quella che sociologi e statistici definiscono la “seconda generazione”. Sono ragazzi che parlano l’italiano come lingua madre, spesso arricchito dalle inflessioni e dalle cadenze dei dialetti locali, che tifano per la nazionale di calcio con la stessa foga dei propri coetanei e che condividono sogni, valori e riferimenti culturali comuni. Tuttavia, per l’ordinamento giuridico vigente, questi giovani restano stranieri fino al compimento del diciottesimo anno di età, vivendo in una condizione di “temporaneità permanente” che incide in modo significativo sulla loro percezione di appartenenza e sul loro sviluppo psicologico.
Il contrasto tra la quotidianità vissuta e lo status legale crea una frattura identitaria profonda. Mentre all’interno delle classi l’integrazione avviene attraverso il gioco, lo studio e la condivisione di spazi comuni, al di fuori della scuola questi giovani si scontrano con barriere burocratiche che limitano la loro partecipazione alla vita pubblica, l’accesso a concorsi, la possibilità di viaggiare agevolmente per motivi di studio o di rappresentare ufficialmente l’Italia in competizioni sportive internazionali. Questa discrepanza non è solo una questione di documenti, ma un tema centrale di coesione sociale. Negare il riconoscimento formale a chi è già italiano nei fatti genera frustrazione e disillusione, alimentando un senso di esclusione che può compromettere l’efficacia delle politiche di integrazione a lungo termine.
L’evoluzione del quadro normativo: dallo ius sanguinis alla riforma del 2025
L’attuale impianto normativo italiano si fonda sulla Legge 5 febbraio 1992, n. 91, un testo che privilegia in modo quasi assoluto il principio dello ius sanguinis (diritto di sangue) rispetto allo ius soli (diritto del suolo). Questo modello affonda le sue radici storiche nel Codice Civile napoleonico, che già nel 1804 stabiliva la trasmissione della cittadinanza dal padre al figlio, svincolandola dal luogo di nascita per preservare l’identità nazionale anche in caso di emigrazione. La legge del 1992 è stata concepita in un periodo in cui l’Italia era ancora prevalentemente un Paese di emigrazione, cercando di mantenere forti i legami con i discendenti degli italiani all’estero, ma si è rivelata col tempo inadeguata a gestire la realtà di un Paese diventato meta di flussi migratori stabili e significativi.
La disciplina vigente per i minori
Per i figli di cittadini stranieri nati sul territorio nazionale, l’articolo 4, comma 2, della Legge 91/1992 stabilisce un percorso specifico ma estremamente rigido: lo straniero nato in Italia può divenire cittadino italiano a condizione che vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età. La dichiarazione di volontà deve essere resa entro un anno dal compimento del diciottesimo anno. Questa norma ignora completamente il percorso di integrazione culturale e scolastica avvenuto durante l’infanzia e l’adolescenza, legando il diritto alla cittadinanza esclusivamente alla continuità della residenza anagrafica, un requisito che spesso viene meno per motivi burocratici o spostamenti temporanei della famiglia.
La svolta della riforma del 2025: il criterio della prossimità
Il 2025 ha segnato un punto di svolta nel dibattito sulla cittadinanza con l’approvazione del Decreto-Legge n. 36/2025, convertito nella Legge n. 74/2025. Questa riforma ha introdotto modifiche sostanziali alla trasmissione della cittadinanza iure sanguinis per i residenti all’estero, cercando di limitare il riconoscimento automatico a chi non possiede legami reali con il territorio italiano. Tra le novità principali figurano restrizioni per i nati all’estero che già possiedono un’altra cittadinanza e la richiesta che almeno un genitore abbia risieduto in Italia per almeno due anni dopo l’acquisto della cittadinanza e prima della nascita del richiedente. Sebbene questa riforma miri a razionalizzare il sistema per i discendenti degli emigrati, essa accentua il paradosso per i residenti in Italia: mentre si restringe il diritto di chi vive all’estero, rimane ancora estremamente difficoltoso il percorso per chi, pur vivendo e studiando in Italia, non possiede antenati italiani.
Mappa ragionata del fenomeno: una geografia dell’integrazione
La distribuzione degli alunni con cittadinanza non italiana (CNI) riflette le dinamiche economiche e sociali del Paese, con una concentrazione massiccia nelle regioni del Nord e del Centro, dove il tessuto produttivo ha favorito l’insediamento stabile delle famiglie migranti. Tuttavia, la presenza straniera è ormai un dato strutturale in ogni ordine e grado di scuola, influenzando profondamente la didattica e la gestione degli istituti scolastici.
Analisi Territoriale della Popolazione Scolastica Straniera
I dati relativi all’anno scolastico 2023/2024 e le prime proiezioni del 2024/2025 evidenziano una spaccatura territoriale tra le diverse aree del Paese.
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Ripartizione Geografica |
Incidenza Stranieri per 100 Iscritti |
Totale Iscritti (Stima 2024) |
| Nord-ovest |
16,9% |
2.070.725 |
| Nord-est |
16,5% |
1.543.603 |
| Centro |
12,8% |
1.550.402 |
| Sud |
4,5% |
1.954.472 |
| Isole |
4,1% |
877.116 |
| Media Nazionale |
11,6% |
7.996.318 |
Distribuzione geografica degli alunni stranieri nelle scuole italiane.
La Lombardia si conferma la regione con il maggior numero assoluto di studenti stranieri, ospitandone oltre 236.000 (circa il 25,4% del totale nazionale). L’Emilia-Romagna detiene il primato per l’incidenza percentuale più alta, con il 18,9% di studenti stranieri sul totale degli iscritti regionali.
Il caso del veneto: un laboratorio di seconde generazioni
Il Veneto offre un esempio emblematico di stabilizzazione. Nell’anno scolastico 2024/2025, la regione conta 109.725 alunni CNI, pari al 17,3% della popolazione studentesca regionale. Un dato fondamentale per comprendere la questione dello ius scholae è che il 62,2% di questi alunni è nato in Italia. Nella scuola dell’infanzia, questa percentuale sale vertiginosamente all’83,5%, mentre nella scuola primaria si attesta al 71%.
Focus Sicilia: un modello di integrazione nel Mediterraneo
In Sicilia, la presenza di alunni con cittadinanza non italiana si attesta attorno al 4,1% (ripartizione Isole), con una concentrazione di circa il 6% del totale nazionale dei cittadini non comunitari residenti. Sebbene le percentuali siano inferiori rispetto alle regioni del Nord, l’isola rappresenta un caso unico di integrazione storica e sociale, dove il concetto di “nuovo siciliano” è radicato in comunità storiche come quella tunisina di Mazara del Vallo.
La visione politica regionale
Il Presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha espresso una posizione di forte apertura verso lo ius scholae, allineandosi alla proposta di Forza Italia. Schifani ha definito il riconoscimento della cittadinanza per chi completa un ciclo di studi come un “dovere da parte dello Stato” e un “atto di civiltà”, sottolineando come l’identità umana non debba subire discriminazioni basate sul luogo di nascita se il percorso di crescita è avvenuto in Italia. Questa visione è condivisa anche dal vescovo Antonino Raspanti, presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, che ha partecipato a dibattiti sul tema insieme a esponenti della Comunità di Sant’Egidio.
Progetti di inclusione e realtà locali
La Sicilia è teatro di numerosi progetti volti a rafforzare il legame tra minori stranieri e territorio:
- Progetti “Prisma” e “L’italiano la strada che ci unisce”: Hanno coinvolto circa 1.600 giovani stranieri in percorsi formativi e oltre 1.300 studenti in laboratori linguistici, musicali e di scrittura creativa nelle province di Palermo, Catania, Messina e Trapani.
- Mazara del Vallo: In questa città, l’integrazione è una realtà materiale e culturale da decenni. Progetti come “Comunità Speranza” seguono oltre 200 bambini, molti dei quali di seconda e terza generazione, lavorando sulla rigenerazione degli spazi comuni e sul superamento dei pregiudizi.
- Dialetto e Identità: Nelle scuole siciliane, il dialetto non è percepito come uno stigma (a differenza dei grandi capoluoghi del Nord), ma come una risorsa linguistica condivisa. Gli alunni stranieri adottano spesso forme dialettali (“ce la facevamo adosso”, “si è fatto 3 cantuneri”) che sanciscono la loro piena integrazione nel tessuto sociale locale.
Il confronto europeo: modelli di cittadinanza e percorsi di integrazione
L’Italia si posiziona in un contesto europeo caratterizzato da una grande varietà di approcci. La tendenza generale è legare la cittadinanza non solo al sangue, ma alla residenza stabile e al percorso di studi.
Francia: lo Ius Soli progressivo
Un minore nato in Francia da genitori stranieri diventa automaticamente cittadino alla maggiore età se vi ha risieduto per almeno 5 anni dall’età di 11 anni. È possibile anticipare l’acquisizione a 13 o 16 anni con dichiarazione dei genitori o propria.
Germania: la riforma del 2024
La cittadinanza tedesca viene acquisita automaticamente alla nascita se almeno uno dei genitori risiede legalmente nel Paese da almeno 5 anni (termine ridotto dagli 8 precedenti) e possiede un diritto di soggiorno a tempo indeterminato.
Spagna: percorsi agevolati
In Spagna, i nati sul territorio spagnolo da genitori stranieri possono richiedere la cittadinanza dopo un solo anno di residenza legale.
Lo Ius Scholae nel dibattito politico italiano
La proposta di Forza Italia: lo Ius Italiae
Propone la cittadinanza dopo il completamento dell’obbligo scolastico (10 anni) con profitto. La richiesta può essere fatta a 16 anni con decorrenza dai 18, previa verifica della conoscenza della storia, geografia e Costituzione.
Le opposizioni (PD, M5S, AVS)
Sostengono modelli più accessibili, tipicamente legati al completamento di un ciclo di 5 anni di studi. Per queste forze, la cittadinanza è uno strumento di inclusione precoce per combattere la dispersione scolastica, che tra gli stranieri tocca il 30-35%.
La posizione di Lega e Fratelli d’Italia
Rimangono contrari ad automatismi, sostenendo che la legge attuale sia già generosa e che la maggiore età sia il momento corretto per una scelta consapevole.
Voci dai banchi: il parere di insegnanti e pedagogisti
Il mondo della scuola vive quotidianamente le contraddizioni di una legge che ignora il percorso educativo. Gli studenti senza cittadinanza mostrano tassi di assenza prolungata doppi rispetto ai coetanei italiani (13% contro 6%). La mancanza del passaporto incide sulle aspettative future: oltre un quarto degli studenti stranieri non sa quale titolo di studio conseguirà, contro l’11% degli italiani.
Testimonianze e storie reali
- Honest Ahanor: Giovane promessa del calcio, nato in Italia, che non può rappresentare la nazionale fino ai 18 anni, subendo una “temporaneità permanente”.
- Alba Lala: Residente a Genova da quando aveva 3 anni, oggi ventisettenne ancora senza cittadinanza, definisce il suo percorso come un “albero con radici albanesi fiorito in Italia”.
- Idan e Alexandra: Studenti a Roma che si sentono “italiani al 100%” e vedono nello ius scholae la naturale formalizzazione della loro realtà quotidiana.
Ius Scholae, una prospettiva futura?
L’analisi dei dati e il focus sulle diverse realtà regionali, dal Veneto alla Sicilia, mostrano un’Italia dove l’integrazione è già avvenuta nei fatti ma resta sospesa nel diritto. La scuola si conferma il principale agente di costruzione dell’identità nazionale. Una riforma legislativa non sarebbe un atto di concessione, ma il riconoscimento di una realtà consolidata, necessaria per garantire coesione sociale e non disperdere il capitale umano dei “nuovi italiani”.
Roberto Greco