La Repubblica Italiana si trova oggi di fronte a un bivio fondamentale che riguarda non solo la sua politica industriale e di difesa, ma l’essenza stessa della sua architettura democratica e del controllo civile sulle armi. La Legge 9 luglio 1990, n. 185, per oltre trent’anni considerata un baluardo di civiltà e un modello internazionale di regolamentazione, è attualmente oggetto di un’offensiva legislativa senza precedenti che mira a smantellarne i meccanismi di controllo e a riportare l’intera materia sotto una coltre di segretezza politica. L’inchiesta che segue analizza le forze in campo, i dettagli tecnici della riforma e le implicazioni di lungo periodo di una scelta che potrebbe spostare definitivamente l’asse decisionale dal Parlamento al Governo, sacrificando la trasparenza sull’altare della competitività industriale.
La fortezza di carta: origine e valore della Legge 185/90
Per comprendere la gravità dell’attuale “attacco” alla normativa, è necessario ricostruire il clima in cui essa nacque. La Legge 185/90 non fu una concessione del potere, ma il risultato di una mobilitazione popolare vastissima, nata dallo sdegno per scandali come quello delle mine antiuomo prodotte dalla Valsella e vendute a paesi in conflitto. Prima del 1990, il commercio di armi era regolato da circolari ministeriali e norme risalenti al periodo fascista, che garantivano un’opacità quasi totale. La nuova legge introdusse principi rivoluzionari: il commercio di armi non è un’attività economica come le altre; esso deve essere subordinato alla politica estera italiana e al rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, che recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
La legge stabilì criteri oggettivi di divieto, sottraendo la materia alla pura discrezionalità del governo del momento. Venne vietata l’esportazione verso paesi in stato di conflitto armato, paesi i cui governi sono responsabili di accertate gravi violazioni dei diritti umani, e paesi sotto embargo internazionale. Ma l’elemento più innovativo fu l’obbligo di una Relazione annuale dettagliata che il Presidente del Consiglio deve inviare al Parlamento entro il 31 marzo di ogni anno, contenente dati analitici su ogni singola operazione autorizzata.
I pilastri dei divieti originari
L’architettura dei divieti rappresenta il cuore etico della norma. Essi non sono semplici suggerimenti, ma obblighi di legge che vincolano l’azione degli uffici tecnici.
| Tipologia di Divieto | Descrizione e Fondamento | Riferimento Normativo |
| Contrasto con l’Art. 11 Cost. | Divieto di operazioni che favoriscano la guerra come risoluzione di conflitti. | Art. 1, comma 1 |
| Paesi in Conflitto | Divieto verso stati coinvolti in scontri militari, salvo casi di legittima difesa (Art. 51 ONU). | Art. 1, comma 6 |
| Violazione Diritti Umani | Divieto verso governi responsabili di gravi violazioni accertate da organismi internazionali. | Art. 1, comma 6 |
| Paesi sotto Embargo | Divieto assoluto verso nazioni soggette a sanzioni ONU o UE. | Art. 1, comma 6 |
| Spesa Militare Eccessiva | Divieto verso paesi che sottraggono troppe risorse ai bisogni sociali per armarsi. | Art. 1, comma 6 |
L’offensiva legislativa: Il disegno di Legge 1730 e la semplificazione “armata”
Oggi, questa struttura è percepita dal complesso politico-militare-industriale come un ostacolo burocratico insostenibile. Il governo ha presentato un disegno di legge (A.S. 855, ora A.C. 1730 alla Camera) che, con il pretesto dell’aggiornamento tecnico, rischia di svuotare la legge della sua anima. L’obiettivo dichiarato dal Ministro della Difesa, Guido Crosetto, è rendere l’industria italiana più competitiva in un contesto internazionale instabile, eliminando quelli che definisce “lacci e lacciuoli”.
L’inchiesta rivela come la riforma punti a una “revisione accelerata”. Il governo spinge affinché la commissione Difesa della Camera approvi rapidamente il testo per portarlo in aula tra marzo e aprile 2026. Questa fretta risponde a una duplice esigenza: da un lato, soddisfare le richieste delle lobby industriali riunite nell’AIAD (Associazione Industrie per l’Aerospazio, i Sistemi e la Difesa), dall’altro evitare che il dibattito si trascini troppo a ridosso della sessione di bilancio e delle scadenze elettorali.
Il ritorno del CISD: dalla tecnica alla politica
Il perno della riforma è la reintroduzione del Comitato Interministeriale per gli scambi di materiali d’armamento per la difesa (CISD), un organismo soppresso nel 1993 e ora riesumato per avocare a sé le decisioni strategiche. Composto dal Presidente del Consiglio e dai ministri di Esteri, Difesa, Interno, Economia e Imprese, il CISD avrà il potere di definire gli indirizzi generali e, soprattutto, di esaminare i divieti proposti dal Ministero degli Affari Esteri.
Il meccanismo è sottile: il Ministero degli Affari Esteri, tramite l’autorità tecnica UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento), può proporre divieti basati sull’analisi del rispetto dei diritti umani. Tuttavia, il CISD avrà 15 giorni per valutare tali proposte. Se non interviene, la proposta passa; ma se il Comitato decide diversamente, può revocare il divieto in modo discrezionale e politico. Questo sposta l’asse della decisione dall’analisi tecnica e legale dell’UAMA all’opportunismo politico del Comitato interministeriale, di fatto creando una nuova forma di segreto di Stato sulle motivazioni delle autorizzazioni.
Il fronte delle “banche armate”: la battaglia per la trasparenza finanziaria
Uno dei capitoli più drammatici di questa riforma riguarda il rapporto tra finanza e industria bellica. Nel 2000, dopo anni di mobilitazione delle riviste missionarie e di Banca Etica, fu conquistato un principio fondamentale: la Relazione annuale al Parlamento deve includere un capitolo sull’attività degli istituti di credito, specificando quali banche finanziano quali operazioni di export. Questo strumento ha permesso ai cittadini di esercitare il “diritto di sapere” dove vanno a finire i propri risparmi, dando vita alla campagna contro le “banche armate”.
L’attuale disegno di legge mira a cancellare integralmente il comma 4 dell’articolo 27, eliminando così l’obbligo di trasparenza bancaria. Durante la seconda lettura al Senato, le proteste delle associazioni avevano ottenuto un temporaneo stop a questa cancellazione, ma la maggioranza di governo sta valutando se reintrodurre la modifica durante il passaggio alla Camera. Cancellare questo dato significa, citando le associazioni in audizione, “riportare indietro l’orologio della democrazia”.
I numeri del coinvolgimento bancario
Per comprendere cosa si vuole nascondere, bisogna guardare agli ultimi dati disponibili che associano nomi e cifre. La trasparenza ha finora costretto le banche a rendere conto del proprio operato sociale.
| Istituto di Credito | Valore Operazioni Segnalate | Impatto e Profilo |
| UniCredit | approx 1,69$ miliardi di euro | Primo operatore per volume di transazioni belliche. |
| Intesa Sanpaolo | approx 732$ milioni di euro | Forte coinvolgimento nonostante i codici etici interni. |
| BNP Paribas (Italia) | Dati inclusi nel totale | Strategie di gruppo spesso in contrasto con le norme nazionali. |
| Deutsche Bank | Operatività significativa | Spesso coinvolta in programmi intergovernativi complessi. |
La rimozione di questi dati non è solo un atto tecnico, ma un segnale politico: il profitto finanziario derivante dalle armi deve tornare a essere un affare privato tra banche e imprese, al riparo dal giudizio etico dei correntisti. Banca Etica ha denunciato che senza queste informazioni viene meno la possibilità per il cittadino di scegliere consapevolmente a chi affidare il proprio denaro, svuotando il concetto di “finanza etica” di uno dei suoi pilastri informativi.
L’esplosione del mercato: export record e svolta Extra-UE
L’attacco alla Legge 185/90 avviene in un momento di euforia economica per l’industria della difesa. I dati del 2024 e le proiezioni per il 2025 indicano che l’Italia non è mai stata così “armata” sui mercati globali. Le autorizzazioni per l’export militare nel 2024 hanno sfiorato gli 8 miliardi di euro, un record assoluto che consolida l’Italia al sesto posto tra gli esportatori mondiali.
L’inchiesta evidenzia una mutazione genetica dei mercati di sbocco. Se in passato l’export era concentrato tra i partner NATO e UE, oggi i mercati extra-UE sono diventati centrali, rappresentando il 55,9% del totale delle esportazioni nel 2024. Paesi come Indonesia, Nigeria e Turchia sono saliti vertiginosamente nelle classifiche dei destinatari, spesso sollevando dubbi sulla stabilità democratica e sul rispetto dei diritti umani in tali contesti.
La mappa dei nuovi mercati dell’export militare
Il valore delle autorizzazioni individuali mostra chiaramente dove si sta concentrando lo sforzo commerciale italiano.
| Destinatario | Posizione 2024 | Note Geopolitiche |
| Indonesia | 1° posto | Balzo dal 35° posto del 2023; licenza da $> 1$ mdo. |
| Nigeria | 3° posto | Passata dal 16° al 3° posto in un solo anno. |
| Turchia | In forte crescita | Partner NATO con crescenti ambizioni regionali. |
| Ucraina | 11° posto | Licenze per 222 milioni di euro; calo rispetto al 2023. |
| Israele | Dati sensibili | Importazioni significative; esportazioni sotto osservazione. |
Questa crescita è alimentata dai campioni nazionali della difesa. Nel 2024, le prime quattro società (Leonardo, Fincantieri, Rheinmetall Italia e MBDA Italia) hanno coperto oltre il 63% dell’intero valore monetario autorizzato. Per queste aziende, la “semplificazione” della 185/90 significa tempi di consegna più rapidi e minori rischi di blocchi parlamentari o proteste dell’opinione pubblica, rendendole più appetibili per governi stranieri che non amano la pubblicità sui propri acquisti militari.
Il rischio dello slittamento al 2027: una scelta politica calcolata?
La fretta del governo di portare il DDL in aula entro aprile 2026 nasconde una preoccupazione procedurale. Se la Camera dovesse modificare il testo approvato dal Senato, ad esempio per reintrodurre le tutele sulla trasparenza bancaria richieste dalle opposizioni e da Banca Etica, il disegno di legge dovrebbe tornare al Senato per una nuova lettura [User Prompt]. Questo “ping-pong” parlamentare, unito a un calendario intasato, potrebbe far slittare l’approvazione definitiva oltre il 2027.
L’inchiesta ha mappato le strettoie temporali che il provvedimento deve affrontare nel 2026:
- Marzo 2026: Il Referendum Costituzionale assorbirà gran parte dell’attenzione politica e mediatica, rischiando di congelare i lavori ordinari in Commissione Difesa.
- Maggio 2026: Le elezioni amministrative in 626 comuni (tra cui 15 capoluoghi) porteranno i parlamentari sul territorio per la campagna elettorale.
- Settembre-Dicembre 2026: La sessione di bilancio, particolarmente complessa date le previsioni economiche, godrà di priorità assoluta, lasciando poco spazio ad altre riforme.
- 2027: L’inizio dell’anno elettorale per le politiche renderà difficile trovare accordi su temi divisivi come l’export di armi.
La scelta politica del governo è dunque cruda: forzare un’approvazione rapida di un testo opaco oppure rischiare che la riforma cada con la fine della legislatura. Per le lobby industriali, un ritardo fino al 2027 è inaccettabile, da qui la pressione per un voto blindato alla Camera.
Diritti umani e trattati internazionali: L’Italia verso l’inadempienza?
La riforma non è solo una questione interna, ma rischia di mettere l’Italia in rotta di collisione con il diritto internazionale. Le associazioni pacifiste denunciano che il nuovo testo ignora deliberatamente i criteri del Trattato sul Commercio delle Armi (ATT) dell’ONU, ratificato dall’Italia nel 2013. L’ATT impone agli Stati di effettuare una valutazione del rischio prima di ogni autorizzazione, per garantire che le armi non vengano usate per violare il diritto internazionale umanitario.
Sostituire la valutazione analitica dell’UAMA con le direttive politiche del CISD potrebbe portare a una sistematica violazione di questi obblighi. Ad esempio, nel caso dello Yemen, è stato accertato che bombe prodotte in Italia sono state usate contro obiettivi civili; solo la trasparenza della legge attuale ha permesso di sollevare il caso e arrivare a una temporanea sospensione delle licenze verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Con la nuova legge, un caso simile verrebbe probabilmente gestito nelle segrete stanze del CISD, senza che il Parlamento possa intervenire efficacemente.
L’oscuramento della relazione annuale
Il DDL prevede anche di eliminare l’obbligo di indicare in modo analitico i tipi e le quantità degli armamenti esportati. Nella proposta di emendamento 1.15, la relazione diventerebbe un aggregato di dati macroscopici, rendendo impossibile capire se si stanno vendendo fucili d’assalto, sistemi radar o bombe aeronautiche. Viene inoltre cancellato l’obbligo di riportare i divieti vigenti, eliminando la “lista nera” dei paesi verso cui l’Italia non può esportare per motivi etici.
Il ruolo del Ministro Crosetto e il conflitto d’interessi
Un aspetto che l’inchiesta non può ignorare è il legame profondo tra l’attuale Ministro della Difesa, Guido Crosetto, e l’industria bellica. Prima di assumere l’incarico ministeriale, Crosetto è stato per anni presidente dell’AIAD, il sindacato delle industrie della difesa. Sebbene si sia formalmente dimesso e abbia dichiarato di aver reciso ogni legame economico, la sua visione del settore è rimasta quella di un insider industriale.
Durante l’assemblea dell’AIAD del luglio 2023, Crosetto e i vertici militari hanno sferrato l’attacco frontale alla 185/90, definendola una norma “punitiva” per le aziende italiane. La riforma attuale appare come la traduzione legislativa di quei desiderata industriali. La “Santa Trinità” del complesso politico-militare-industriale (Ministro, Vertici Militari, AIAD) ha oggi le condizioni politiche ideali per portare a termine l’opera, grazie a una maggioranza parlamentare solida e a un clima geopolitico che tende a silenziare ogni obiezione pacifista in nome della sicurezza nazionale.
L’economia di guerra e il futuro del “Made in Italy”
entre si discute di trasparenza, l’export italiano nel suo complesso vive una fase di crescita robusta. Nel 2025, l’Italia ha chiuso con un +3,3% delle esportazioni totali, un risultato definito “storico” dal Ministro Urso. Tuttavia, analizzando i dati Istat, emerge che i settori che trainano questa crescita sono proprio quelli legati ai mezzi di trasporto (inclusi quelli militari) e ai metalli.
| Settore Merceologico | Variazione Export 2025 | Nota |
| Farmaceutica |
+31,0% |
Principale motore della crescita. |
| Mezzi di Trasporto (escluso auto) |
+25,2% |
Include navi militari e aeronautica. |
| Metalli di base e prodotti in metallo |
+27,8% |
Fondamentale per la catena di approvvigionamento bellica. |
| Prodotti alimentari |
+4,3% |
Settore tradizionale in crescita moderata. |
| Tessile e Abbigliamento |
-1,9% |
Unico settore in flessione tra i principali. |
Questa “torsione bellica” dell’export italiano solleva un interrogativo di fondo: l’Italia sta diventando un’economia dipendente dalla guerra? La facilitazione dell’export militare verso mercati extra-UE, privi di solidi controlli democratici, potrebbe garantire profitti a breve termine per Leonardo e Fincantieri, ma rischia di legare il destino economico del Paese alla stabilità di regimi autoritari o a zone di conflitto permanente.
L’eclissi della responsabilità
La revisione della Legge 185/90 non è un semplice aggiustamento tecnico per ridurre la burocrazia. È una scelta di campo che segna il passaggio da una “democrazia del controllo” a una “democrazia dell’esecuzione politica”. Svuotare la trasparenza bancaria, depotenziare la relazione al Parlamento e centralizzare le decisioni nel CISD significa dire ai cittadini che il commercio di armi è una materia riservata a pochi iniziati, dove l’etica e i diritti umani sono variabili dipendenti della ragion di Stato o del bilancio aziendale.
Se la riforma passerà nel testo attuale, l’Italia perderà quella leadership morale che le aveva permesso di ispirare il Trattato ATT delle Nazioni Unite. L’orologio della democrazia, effettivamente, tornerà indietro di trent’anni, a un’epoca in cui le armi italiane partivano verso destinazioni ignote nel silenzio delle istituzioni e delle banche. La sfida parlamentare dei prossimi mesi non riguarda solo un disegno di legge, ma la volontà di mantenere viva una cultura della trasparenza che, per decenni, ha cercato di rendere la nostra Costituzione qualcosa di più di un semplice pezzo di carta nelle zone d’ombra dei conflitti globali.
L’integrazione di questi nuovi dettagli nel rapporto finale conferma che il pericolo di un “addio alla trasparenza” non è un’iperbole degli attivisti, ma una realtà procedurale scritta negli emendamenti. La capacità di monitorare i rapporti tra banche e industrie belliche rimane l’ultimo presidio di un controllo sociale diffuso che il governo sembra intenzionato a spegnere definitivamente. In un mondo che corre verso il riarmo, la trasparenza non è un lusso burocratico, ma l’unica garanzia che la nostra produzione industriale non diventi complice silenziosa delle tragedie di domani.
Roberto Greco