L’Italia necessita di un modello di sviluppo sostenuto da investimenti e innovazione, capace di far crescere complessivamente il “tavolo della ricchezza” prima di dividerne i frutti
L’economia italiana ha dimostrato negli ultimi anni una certa resilienza: grazie a misure fiscali di sostegno e a un cauto recupero di competitività, il PIL è tornato sui livelli pre‐pandemia e l’occupazione ha raggiunto valori record. Il tasso di disoccupazione, intorno al 7-7,5% nel 2023 secondo l’OCSE, è ai minimi storici. Tuttavia la crescita rimane debole: l’OCSE prevede per il 2024‐25 un’espansione del PIL intorno allo 0,7‐1,2%. Banco d’Italia e OCSE richiamano le fragilità strutturali del sistema: un avanzamento produttivo assai lento e una capacità innovativa inferiore alle principali economie europee. Panetta sottolinea che questa debolezza «riporta in primo piano le debolezze strutturali dell’economia italiana» (produttività stagnante e bassa innovazione) e impedisce che i salari e i redditi crescano stabilmente.
Produttività stagnante e salari reali fermi
Il principale tallone d’Achille è la produttività. I dati ISTAT mostrano infatti che dal 1995 al 2024 la produttività del lavoro è cresciuta in media appena dello 0,3% all’anno, di gran lunga sotto la media UE (circa +1,4%). Nel 2024, anzi, l’ISTAT segnala un nuovo calo dell’1,9% della produttività oraria (mentre in Francia e Spagna cresceva positiva). Questo enorme ritardo si riflette direttamente sui redditi da lavoro: i salari reali in Italia sono sostanzialmente fermi da oltre due decenni. Come ricorda Panetta, «dal 2000 i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21% in Germania e del 14% in Francia».
Lo shock inflazionistico del biennio 2022-23 ha aggravato il problema. In Italia i prezzi al consumo sono oggi circa il 20% più alti che nel 2019, mentre le retribuzioni nominali sono cresciute solo del 12%, determinando un calo del potere d’acquisto degli stipendi di circa 8 punti percentuali. Negli altri grandi paesi europei gran parte di questa perdita è stata già recuperata, ma da noi il recupero è avvenuto solo in parte. L’ISTAT registra che le retribuzioni contrattuali reali a marzo 2025 restano ancora circa l’8% sotto i livelli di gennaio 2021, nonostante i rinnovi contrattuali recenti. Il Presidente Mattarella ha ammonito che «l’Italia si distingue per una dinamica salariale negativa nel lungo periodo, con salari reali inferiori a quelli del 2008». In altre parole, dopo 16 anni di stagnazione il salario medio è ancora inferiore a quello del 2007 in termini di potere d’acquisto.
Il ruolo della politica fiscale: effetti positivi e limiti
Per attenuare questa caduta dei redditi, negli ultimi anni il governo ha varato generosi interventi di politica fiscale. Dall’inizio del 2021 sono stati introdotti sgravi contributivi e fiscali per lavoratori dipendenti e autonomi (incluse misure come i “bonus 200 euro” e il taglio delle aliquote IRPEF per le fasce medio-basse), finalizzati proprio a sostenere il reddito da lavoro. Secondo la Banca d’Italia, tali misure hanno effetto tangibile: gli sgravi fiscali introdotti dal 2021 hanno aumentato le retribuzioni nette di circa 5 punti percentuali, riducendo la perdita di potere d’acquisto dal -8% al -3%. In parallelo è cresciuto il numero dei percettori di reddito da lavoro, in particolare tra i nuclei più fragili. Complessivamente, anche grazie ai trasferimenti sociali, il reddito reale disponibile delle famiglie è tornato sui livelli precedenti allo shock inflazionistico.
Questo «salva‐redditi» fiscale è stato determinante per evitare peggiori conseguenze sulle famiglie – specialmente quelle a basso reddito – ma non può rappresentare una soluzione definitiva. Come osserva Panetta, «guardando avanti, la crescita dei redditi non potrà poggiare in modo permanente sulla politica fiscale. I margini di bilancio sono limitati e gli interventi pubblici possono fornire solo un sostegno temporaneo in situazioni eccezionali». Il vincolo è reale: il rapporto debito/PIL italiano è fra i più alti al mondo (sopra il 140%), e nuove risorse fiscali strutturali sono scarse. Inoltre, il recente recupero dei salari ha innescato una forte «fiscal drag»: dal 2024 è aumentata la pressione fiscale sui lavoratori proprio perché il progresso contrattuale li ha fatti finire in scaglioni d’imposta più alti. Come spiega un’analisi economica, quando accelerano i salari (che pesano per il 38% del PIL) l’erario incassa molto di più rispetto a una crescita paragonabile dei profitti (50% del PIL), accentuando il carico fiscale sugli stessi lavoratori.
Ripartire dalla produttività per crescere
Tutte le valutazioni conclusive convergono su un punto: senza una ripresa robusta della produttività non ci sarà un vero aumento duraturo dei salari. Panetta è chiaro: «aumenti duraturi dei salari richiedono che la produttività torni a crescere a ritmi sostenuti e che i suoi benefici siano adeguatamente ripartiti tra capitale e lavoro». Nella pratica, ciò significa investire massicciamente in formazione, ricerca e innovazione, per rendere le imprese italiane più competitive. Il governatore pone l’accento che una spesa pubblica maggiore in istruzione (oggi inferiore alla media UE) avrebbe «elevati ritorni economici e sociali», aiutando il paese a compensare i limiti demografici e tecnologici.
L’Italia necessita di un modello di sviluppo sostenuto da investimenti e innovazione, capace di far crescere complessivamente il “tavolo della ricchezza” prima di dividerne i frutti. Solo così si potranno garantire aumenti reali delle retribuzioni senza ricorrere indefinitamente a interventi pubblici. La sfida è ardua, ma l’esempio recente mostra che senza stimoli esterni i salari italiani non riprendono fiato. Occorre quindi coniugare politiche di breve termine (sgravi, contrattazione, sostegni sociali) con riforme strutturali (mercato del lavoro, concorrenza, formazione) che rilancino produttività e occupazione e migliorino l’equilibrio tra capitale e lavoro.
Roberto Greco