A due anni dal 7 ottobre 2023, la guerra tra Israele e Hamas continua a consumarsi senza tregua, mentre Gaza resta una ferita aperta nella coscienza del mondo. Quel giorno, l’attacco del movimento islamista contro il territorio israeliano segnò uno spartiacque. Oltre 1.200 civili israeliani uccisi e 251 persone rapite. Tra gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas, secondo le ultime stime israeliane e internazionali, restano in vita circa 20 persone, mentre il destino degli altri è tragicamente incerto.
La risposta israeliana, scattata con la forza di una macchina militare determinata a cancellare Hamas dalla Striscia di Gaza, ha prodotto una devastazione di proporzioni senza precedenti: più di 66.000 palestinesi morti, oltre 170.000 feriti, secondo i dati diffusi dalle autorità sanitarie locali e confermati da agenzie delle Nazioni Unite. Tra le vittime, migliaia di bambini, molti dei quali morti sotto le macerie delle proprie case o deceduti per fame e mancanza di cure. L’UNICEF parla di “condizioni inimmaginabili” per i piccoli sopravvissuti, intrappolati tra malnutrizione e traumi irreversibili.
Un conflitto che divora tutto
Il conflitto israelo-palestinese, mai sopito in oltre settantacinque anni, è precipitato in una spirale che mette in crisi anche il diritto internazionale. L’attacco del 7 ottobre, con uccisioni di civili e rapimenti, costituisce, secondo la Corte Penale Internazionale, un crimine di guerra. Ma la risposta israeliana, per ampiezza e intensità, è finita sotto lo stesso scrutinio giudiziario: la Corte Internazionale di Giustizia ha imposto a Israele misure provvisorie per prevenire atti che possano configurarsi come genocidio, mentre la stessa Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto contro il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di aver usato la fame come arma di guerra e di aver condotto operazioni senza distinzione tra obiettivi militari e civili.
Hamas, dal canto suo, è oggi un attore indebolito ma non sconfitto. La sua leadership militare, con Mohammed Deif ricercato dalla giustizia internazionale, continua a operare da nascondigli nel sud della Striscia, mentre il braccio politico tenta di rientrare in gioco nei negoziati indiretti in corso al Cairo, mediati da Egitto, Qatar e Stati Uniti. L’obiettivo: un cessate-il-fuoco in più fasi, che includa lo scambio tra ostaggi e prigionieri, un parziale ritiro israeliano e l’aumento degli aiuti umanitari.
Tra diritti e sicurezza
Israele rivendica un diritto legittimo alla difesa: eliminare la minaccia di Hamas, impedire nuovi massacri, liberare gli ostaggi. Ma la sua strategia di annientamento totale della Striscia rischia di compromettere la sua stessa sicurezza nel lungo periodo, alimentando l’odio e rafforzando le frange radicali.
Dall’altra parte, la popolazione palestinese vive da mesi un inferno quotidiano. Oltre un milione e mezzo di sfollati sopravvive in tende di fortuna, spesso senza accesso ad acqua potabile o elettricità. Interi quartieri sono stati rasi al suolo. Nelle parole di un funzionario dell’ONU: “Non è più una guerra, è la cancellazione di un territorio abitato”.
Le responsabilità, in questa tragedia, non possono essere equamente bilanciate come se si trattasse di due eserciti regolari. Hamas ha deliberatamente colpito civili e continua a usare gli ostaggi come scudi politici. Israele, pur avendo il diritto di difendersi, ha violato i principi fondamentali della proporzionalità e della distinzione previsti dal diritto bellico.
Un doppio specchio di dolore
Sullo sfondo, resta la dimensione umana, quella che le statistiche e le accuse non riescono a raccontare. I bambini di Gaza, senza più scuole, genitori o case, rappresentano la parte più fragile e silenziosa di questo conflitto. Allo stesso modo, le famiglie israeliane, che da due anni chiedono il ritorno dei propri cari sequestrati da Hamas, tengono viva la speranza che la diplomazia prevalga sulla vendetta.
Le prospettive
La soluzione non può essere militare. Lo riconoscono, ormai, anche analisti e leader internazionali che fino a pochi mesi fa sostenevano la linea dura di Tel Aviv. Occorre un accordo politico in più fasi: prima il cessate-il-fuoco verificato e il rilascio degli ostaggi, poi l’apertura di corridoi umanitari stabili, infine la definizione di una governance transitoria di Gaza che escluda Hamas ma non riproduca l’occupazione israeliana.
Solo una vera accountability bilaterale, ossia il riconoscimento delle colpe da entrambe le parti, potrà restituire credibilità al diritto internazionale e chiudere un capitolo di impunità che dura da troppo tempo. Perché finché bambini e ostaggi resteranno il volto più visibile di questa guerra, nessuna vittoria sarà davvero una vittoria.
Roberto Greco