Stop a Instagram e TikTok per gli under 16: la Spagna punta al divieto

Nei giorni scorsi il premier spagnolo Pedro Sánchez ha annunciato di voler vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni. Anche in Sicilia una prima stretta

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 5 minutes

Tra regolamentazioni internazionali, nuove responsabilità per le Big Tech e studi scientifici, in Spagna cresce il dibattito su come proteggere bambini e adolescenti dal “far west digitale” dei social e dai rischi di dipendenza e disturbi emotivi

Nei giorni scorsi il premier spagnolo Pedro Sánchez ha annunciato di voler vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni. Durante il suo intervento al World Governments Summit di Dubai, il primo ministro ha sostenuto che «i social network si sono trasformati in uno Stato fallito, un luogo in cui le leggi vengono ignorate e la criminalità è tollerata, in cui la disinformazione vale più della verità e metà degli utenti è esposta a discorsi d’odio».

Pedro Sanchez
Pedro Sanchez

La misura prevedrebbe un pacchetto di provvedimenti suddiviso in cinque punti, per proteggere i più giovani dal “far west digitale”, obbligando le piattaforme social a integrare sistemi efficaci di verifica dell’età. Questi provvedimenti verranno introdotti attraverso degli emendamenti al disegno di legge sulla tutela dei minori, presentato di recente al congresso spagnolo dal ministero della Gioventù e dell’Infanzia. Oltre alla verifica dell’età, il ddl punterebbe ad introdurre una maggiore responsabilità penale diretta per i vertici delle Big Tech in caso di contenuti illegali non rimossi, nuovi reati per la manipolazione algoritmica e l’amplificazione intenzionale di fake news o odio, e un sistema per misurare l’“impronta dell’odio” delle piattaforme ai fini di eventuali sanzioni.

Elon Musk
Elon Musk

Ma Sánchez sembra non volersi fermare qua. Il governo ha iniziato, infatti, a collaborare con la Fiscalía General del Estado per indagare ed eventualmente perseguire violazioni commesse su X, Instagram e Tik Tok. Già nelle scorse settimane altri Paesi europei, e la stessa Commissione Europea, hanno aperto indagini sull’intelligenza artificiale integrata di X, Grok, dopo diversi casi di immagini di persone “spogliate” e diffuse sulla stessa piattaforma. Grok, fortemente voluto da Elon Musk come strumento “anti-woke” e alternativo ai modelli concorrenti, è stato più volte accusato di scarsa moderazione e di amplificare contenuti estremi. Musk ha respinto le accuse, parlando di tentativi di censura politica e di attacchi al principio di libertà di espressione.

La Spagna, però, non è l’unica a muoversi in una direzione proibizionista. A dicembre l’Australia è stata il primo paese al mondo a vietare i social ai minori di 16 anni, imponendo gravi sanzioni alle aziende che non si fossero adeguate e che non avessero adempito a filtrare i tentativi d’accesso da parte dei minori. Anche in Francia è stata presentata all’Assemblea nazionale una proposta di legge, fortemente voluta da Macron, per vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni. Anche altri paesi europei, come Danimarca, Grecia e Austria stanno valutando di introdurre simili norme.

In Italia, vari movimenti si sono appellati a governo e parlamento per l’introduzione di una norma regolatrice, e in Sicilia lo scorso gennaio è stata approvata dall’Assemblea Regionale Siciliana una legge voto targata M5S, proposta dal deputato e pediatra Carlo Gilistro, che mira a vietare i telefonini e le apparecchiature digitali ai bambini fino a cinque anni e a limitarne fortemente l’utilizzo nella seconda e terza infanzia e in età adolescenziale.

Carlo Gilistro
Carlo Gilistro

Secondo il deputato, il nodo della questione non riguarda soltanto i social network, ma l’utilizzo dello smartphone in quanto tale. «Una cosa è vietare i social, un’altra è vietare completamente lo smartphone», spiega. «Lo smartphone è uno strumento che può creare dipendenza dopaminergica indipendentemente dai contenuti». È per questo che la legge-voto da lui proposta e approvata dall’Assemblea Regionale Siciliana nel gennaio 2025 interviene già nei primissimi anni di vita, vietando l’uso dei dispositivi digitali fino ai cinque anni e prevedendo forti limitazioni nelle fasi successive dell’infanzia e dell’adolescenza.

Gilistro richiama le posizioni sempre più nette di numerose società scientifiche pediatriche, che oggi arrivano a raccomandare un’esposizione nulla o minima agli schermi almeno fino ai 12-13 anni. «Se prendiamo un bambino di dodici o tredici mesi e gli mettiamo in mano uno smartphone, al di là del fatto che non capisca i contenuti, osserviamo comunque una risposta di tipo dipendente», racconta. «Nel momento in cui il telefono viene tolto, il bambino può andare in una vera e propria crisi di astinenza, con pianti inconsolabili che si interrompono immediatamente quando il dispositivo gli viene restituito».

Per Gilistro questo dimostra che il problema precede la questione dei social e riguarda la struttura stessa dello strumento, progettato per stimolare continuamente il sistema della ricompensa. Una tesi che trova riscontro anche in una parte crescente della letteratura scientifica internazionale. Psicologi dello sviluppo come Jean Twenge e Jonathan Haidt hanno messo in relazione l’esplosione dell’uso degli smartphone con l’aumento, soprattutto tra gli adolescenti, di disturbi d’ansia, depressione, difficoltà relazionali e problemi di attenzione. Diversi studi indicano che l’esposizione precoce agli schermi può interferire con lo sviluppo delle funzioni esecutive e con la regolazione emotiva, in particolare quando avviene nei primi anni di vita. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità e molte società pediatriche europee raccomandano limiti molto stringenti all’uso degli schermi nella prima infanzia.

Un altro punto centrale del discorso di Gilistro è il cosiddetto phubbing, termine che deriva dall’unione di “phone” e “snubbing” e indica l’atto di ignorare il bambino perché si è concentrati sullo smartphone. «Nei primi mesi e anni di vita il contatto oculare con il genitore è fondamentale», spiega. «Il cosiddetto mirroring, basato sui neuroni specchio, si costruisce nello scambio di sguardi. Se durante l’allattamento o il gioco il genitore si immerge continuamente nel telefono, interrompendo questa relazione, si rischia una vera e propria riprogrammazione del sistema neuronale». Secondo Gilistro, questo può avere conseguenze sull’empatia, sull’affettività e sulle capacità relazionali future, ed è un fenomeno ancora largamente sottovalutato.

Alla critica secondo cui sarebbero preferibili interventi educativi piuttosto che divieti, Gilistro risponde con esempi già noti. «Se avessimo aspettato solo l’educazione, oggi non useremmo le cinture di sicurezza, il casco o i seggiolini per bambini», osserva. «Le sanzioni non servono tanto a punire, quanto a creare consapevolezza e a modificare i comportamenti nel tempo». Anche nel caso del fumo, ricorda, l’efficacia delle norme non è dipesa dal numero di multe, ma dal cambiamento culturale che hanno prodotto.

Il tema della responsabilità genitoriale resta centrale, ma secondo Gilistro non può essere l’unico argine. «Nessuno immagina di entrare nelle case per sanzionare un genitore», chiarisce. «Ma una volta che il problema è noto, la responsabilità diventa individuale». Oggi, racconta, vede ancora genitori che usano il cellulare come strumento per “tenere buoni” i bambini, anche in situazioni quotidiane come una passeggiata o una spesa al supermercato. «È una scorciatoia comoda, ma profondamente irresponsabile».

Nel suo ragionamento rientra anche una critica più ampia all’ecosistema digitale. «Non è solo il contenuto a fare la differenza, ma il modo in cui viene spinto e reso virale». Gli algoritmi, sostiene, orientano i comportamenti, alimentano dinamiche di dipendenza e incidono anche su fenomeni come il cyberbullismo, dove l’esclusione e il silenzio diventano strumenti di pressione psicologica potentissimi.

Secondo Gilistro, infine, il problema è anche economico e sociale. «Stiamo spendendo centinaia di milioni tra psicologi, neuropsichiatri, farmaci e interventi tardivi», sostiene. «Su disturbi come ADHD, autismo o fenomeni di ritiro sociale come gli hikikomori, la diagnosi precoce fa la differenza». Da qui la proposta di investire massicciamente in campagne di informazione e pubblicità progresso, per aiutare genitori e insegnanti a riconoscere i segnali di allarme. «Se tutti sapessero cos’è il phubbing o quali sono le bandierine rosse da osservare, potremmo evitare che molti bambini e ragazzi si perdano per anni».

Samuele Arnone

Ultimi Articoli