Il sindaco pescatore, in memoria di Angelo Vassallo

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Angelo Vassallo è stato il popolare sindaco pescatore di Pollica, un piccolo comune costiero del Cilento, in provincia di Salerno. Nato nel 1953, ex pescatore di professione, entrò in politica negli anni ’90 per amore della sua terra, diventando sindaco nel 1995. Le sue parole sottolineavano il rifiuto di vedere la politica come un mezzo per arricchirsi o per trarre vantaggi personali, evidenziando una visione disinteressata e altruista del suo ruolo. Da allora è stato rieletto per tre mandati consecutivi, dal 1995 al 2004, e di nuovo nel 2005, guidando il paese fino alla tragica morte nel 2010. Membro di centro-sinistra, Margherita prima e PD poi, ha ricoperto anche incarichi sovracomunali: consigliere provinciale a Salerno e soprattutto presidente della Comunità del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Nel 2010 era stato confermato sindaco per un quarto mandato con il 100% dei voti validi, segno di un rapporto di fiducia totale con i cittadini. La sua Pollica – incluse le frazioni di Acciaroli e Pioppi – sotto la sua guida conobbe una profonda trasformazione in termini di qualità della vita, tutela ambientale e sviluppo sostenibile. Vassallo promosse con passione la dieta mediterranea come patrimonio dell’umanità UNESCO, obiettivo raggiunto poco dopo la sua morte. Il suo operato valse a Pollica riconoscimenti nazionali: nel 2010 il paese fu premiato da Legambiente e Touring Club come miglior comune marino d’Italia, grazie a mare pulito, spiagge accessibili e gestione virtuosa del territorio. Amato dai suoi concittadini, Vassallo era noto per il suo stile di governo vicino alla gente e per iniziative innovative: celebre la sua ordinanza “anti-mozzicone” che multava fino a 1.000 euro chi gettava a terra i mozziconi di sigaretta, per mantenere pulito l’ambiente. «Chi è stato una vita per mare non può avere paura degli uomini» ripeteva a chi lo metteva in guardia dai pericoli del suo impegno amministrativo in terra di camorra. Quella temerarietà, radicata nell’amore per la propria comunità, lo avrebbe però esposto a rischi mortali.

Le battaglie per il Cilento e i nemici invisibili

Nel corso dei suoi 15 anni da sindaco, Angelo Vassallo si distinse per un marcato ambientalismo e una ferrea difesa della legalità. In un territorio bellissimo ma insidiato dagli interessi illeciti, si oppose con forza all’abusivismo edilizio e alla cementificazione selvaggia che minacciavano la costa cilentana. Roberto Saviano a proposito di Vassallo, sottolineò come egli si opponesse alle licenze edilizie, al cemento che in Cilento dilaga a scapito di una magnifica bellezza, sfidando così interessi criminali radicati. Vassallo combatteva anche sul fronte della gestione dei rifiuti, sottraendo l’appalto dell’immondizia all’influenza della malavita organizzata e portando la raccolta differenziata comunale a percentuali record, oltre il 70%. Denunciò irregolarità in appalti pubblici e non esitò a scontrarsi con poteri forti locali pur di tutelare il bene comune.

Durante l’estate 2010 il sindaco intensificò la propria battaglia contro lo spaccio di droga ad Acciaroli, località balneare del comune. Il 24 agosto 2010, mentre passeggiava con la moglie, alcuni turisti gli segnalarono il viavai di spacciatori nel porto affollato di villeggianti. Vassallo intervenne immediatamente, presentandosi al molo con due vigilesse per cacciare i pusher dalla zona. Uno di essi gli capitò a tiro e il sindaco lo affrontò a viso aperto: «Tu qua non devi più venire, hai capito?» intimò al malvivente, allontanandolo pubblicamente. L’episodio provocò la reazione indignata della piccola rete di spaccio locale – insulti e minacce non si fecero attendere – ma Vassallo non arretrò di un passo. Dodici giorni dopo, quel coraggioso sindaco sarebbe caduto in un agguato. Ancora oggi ci si chiede se a decretarne la condanna sia stata proprio quella sfida ai trafficanti di droga, oppure le sue battaglie di lunga data contro gli abusi edilizi e i compromessi opachi nel governo del territorio. Probabilmente, agli occhi dei suoi assassini, tutto l’operato di Angelo rappresentava un ostacolo: Angelo dava fastidio perché rompeva con la sua attività e onestà un sistema di potere organizzato per non fare nulla, spiega il fratello Dario Vassallo, evidenziando come l’intransigenza di Angelo fosse una minaccia per gli affari illeciti di molti. In una terra dove spesso politica e affari oscuri procedono a braccetto, l’esempio di trasparenza e sviluppo sostenibile offerto da Vassallo lo aveva isolato e reso bersaglio di chi preferiva lo status quo.

L’omicidio del sindaco pescatore e un’indagine lunga anni

Angelo Vassallo fu assassinato la sera del 5 settembre 2010 in località Acciaroli, mentre rincasava alla guida della sua auto. Era buio, poco dopo le 22, quando una pioggia di proiettili – nove colpi di pistola calibro 9 sparati a bruciapelo – lo raggiunse, uccidendolo sul colpo. L’agguato, condotto con modalità camorristiche, lasciò sgomenta la comunità locale e l’intero Paese. Vassallo, 57 anni da compiere, fu trovato esanime nella sua Audi crivellata di colpi lungo una stradina secondaria; degli assassini nessuna traccia immediata. Fin da subito si ipotizzò la matrice camorristica del delitto, ossia un omicidio su commissione maturato in ambienti criminali locali come ritorsione per le sue “scomode” iniziative di legalità. Il movente, emerso progressivamente dalle indagini, sarebbe legato in particolare alla scoperta da parte del sindaco di un traffico di sostanze stupefacenti che interessava il porto di Acciaroli: Vassallo aveva confidato ciò che sapeva all’allora procuratore di Vallo della Lucania Alfredo Greco ed era pronto a denunciare tutto ai Carabinieri di fiducia, ma la camorra decise di fermarlo prima che potesse farlo. In questo scenario inquietante, è emerso anche il sospetto coinvolgimento di membri deviati delle forze dell’ordine: alcuni esponenti dell’Arma, secondo l’accusa, sarebbero stati collusi con i narcos locali e partecipi del complotto.

Le indagini sull’omicidio Vassallo sono state lunghe e complesse, con anni di apparenti stalli e successive svolte. Nel 2015 un primo indagato, un pregiudicato italo-brasiliano vicino agli ambienti dello spaccio, fu iscritto nel registro degli indagati, ma senza esito risolutivo. Una pista concreta emerse solo nel 2018, quando venne coinvolto nelle indagini Lazzaro Cioffi, un carabiniere poi rivelatosi colluso con un clan camorristico dedito al narcotraffico. Cioffi, in servizio proprio nell’area cilentana all’epoca dei fatti, fu accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio, alimentando i sospetti di un grave tradimento interno alle istituzioni. La vera svolta è arrivata dodici anni dopo i fatti: nel luglio 2022 la Procura Antimafia di Salerno ha iscritto nove persone nel registro degli indagati, tracciando per la prima volta una possibile rete di mandanti ed esecutori. Tra questi figuravano due pregiudicati legati alla camorra, quattro imprenditori locali e tre appartenenti all’Arma dei Carabinieri. L’inchiesta ha ipotizzato un vero complotto: Vassallo sarebbe stato ucciso su decisione del clan camorrista egemone nell’area, individuato nel clan Cesarano, con la complicità di taluni imprenditori e persino di membri infedeli delle forze dell’ordine, che avrebbero partecipato anche a depistaggi nel periodo immediatamente successivo al delitto.

La ricostruzione accusatoria ha trovato parziale riscontro nel novembre 2024, quando, a 14 anni dall’omicidio, sono scattati i primi arresti. Quattro persone sono state arrestate con l’accusa di omicidio premeditato aggravato da finalità mafiose: fra loro Fabio Cagnazzo, un colonnello dei Carabinieri all’epoca comandante nella zona, ritenuto coinvolto sia nella pianificazione dell’agguato sia in un successivo insabbiamento delle prove. Gli altri fermati sono l’ex carabiniere Lazzaro Cioffi e due personaggi legati al clan, l’ex collaboratore di giustizia Romolo Ridosso e l’imprenditore Giuseppe Cipriano. Secondo gli inquirenti, Cioffi avrebbe effettuato sopralluoghi preparatori, mentre Ridosso e Cipriano si sarebbero assicurati dell’assenza di telecamere sul luogo designato per l’agguato. Il colonnello Cagnazzo, uno dei primi a intervenire sulla scena del crimine, è accusato di aver alterato le prove: raccolse di persona alcuni bossoli per poi rimetterli a terra, e fece sparire mozziconi di sigaretta dal luogo del delitto, circostanze anomale confermate da testimoni, con tanto di ritrovamento di un mozzicone recante proprio il DNA di Cagnazzo. Elementi che suggeriscono un depistaggio pianificato fin da subito per sviare le indagini su false piste.

Nonostante queste clamorose novità, il caso Vassallo non è ancora arrivato a sentenza definitiva. All’inizio del 2025, la Procura di Salerno ha notificato l’avviso di chiusura indagini a otto indagati, passo che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. Tuttavia, pochi mesi dopo, un colpo di scena ha rimesso tutto in discussione: nel maggio 2025 il Tribunale del Riesame di Salerno ha annullato le ordinanze di custodia cautelare, disponendo la scarcerazione di Cagnazzo e degli altri arrestati per insufficienza di indizi solidi. La Cassazione aveva infatti rilevato contraddizioni nelle dichiarazioni dei pentiti chiave e lacune nell’impianto accusatorio. Così, a 15 anni dai fatti, gli ex imputati sono tornati liberi e l’inchiesta sembra dover compiere ulteriori passi per giungere alla verità. La famiglia di Vassallo continua a chiedere instancabilmente giustizia: “Non abbiamo mai chiesto altro che conoscere la verità… Oggi non abbiamo la verità assoluta, ma abbiamo un punto da cui partire per capire cosa sia successo e perché”, ha dichiarato il figlio Antonio Vassallo, definendo gli sviluppi investigativi un primo passo importante ma non ancora la parola fine. Antonio non nasconde l’amarezza per il presunto tradimento istituzionale emerso: “Sapere che le persone che ti devono difendere sono i presunti colpevoli di questo omicidio fa veramente male”, ha affermato dopo gli arresti, sottolineando come inizialmente nessuno sospettasse di figure insospettabili poi risultate coinvolte. La tenacia dei familiari e di quanti lo stimavano resta alta: “Abbiamo sempre dato fiducia allo Stato… continueremo a chiedere la verità”, ha ribadito Antonio Vassallo. A oggi, dunque, la morte del sindaco pescatore rimane un caso ancora aperto, in attesa di verità e giustizia. Molto si è scoperto, ma la giustizia formale attende ancora di essere compiuta.

L’eredità di Angelo Vassallo e il significato di una vita spesa per il bene comune

A distanza di anni, la figura di Angelo Vassallo rimane un simbolo potente di onestà e abnegazione nella pubblica amministrazione. La sua vicenda ha dimostrato tragicamente che evidentemente si può morire di buona amministrazione, di amore per la propria terra, come ha osservato amaramente un cronista nel ricordarlo. Vassallo ha pagato con la vita la scelta di non scendere a patti con compromessi e illegalità in un contesto difficile, incarnando l’idea che la politica, se fatta al servizio dei cittadini, può infrangere equilibri criminali consolidati. La sua morte è stata definita uno scandalo della democrazia – non può e non deve essere considerato “normale” che un sindaco del Sud venga assassinato dalla camorra per il suo impegno. Proprio il rischio dell’isolamento istituzionale è uno dei messaggi che emergono dalla storia di Vassallo: “Si muore quando si è soli”, scrisse Roberto Saviano, denunciando la solitudine in cui spesso operano gli amministratori locali onesti e auspicando che casi come quello di Pollica vengano raccontati prima che scorra il sangue, perché la prevenzione passa anche dalla consapevolezza collettiva.

Eppure, dall’estremo sacrificio di Angelo Vassallo sono germogliati anche frutti positivi. La memoria del sindaco pescatore è oggi viva più che mai e si è tradotta in impegno civile diffuso. Pollica non ha dimenticato il suo esempio: le amministrazioni successive, guidate dai suoi collaboratori, hanno proseguito nel solco tracciato, mantenendo alto lo standard di tutela del territorio, sviluppo sostenibile e trasparenza amministrativa. Da allora il comune cilentano è rimasto stabilmente ai vertici delle classifiche di qualità ambientale, e anzi l’onda lunga dell’esempio di Vassallo ha stimolato altri centri del Cilento e della costa salernitana a intraprendere azioni analoghe. “La memoria del sindaco pescatore è diventata impegno in altri comuni”, ha scritto Avvenire nel decennale della morte: ciò si è visto in iniziative antimafia locali, nella rete di sindaci virtuosi che si richiama ai suoi valori, e nelle molte manifestazioni in suo onore. La Fondazione Angelo Vassallo, creata dai familiari, promuove ogni anno attività di educazione alla legalità, ambiente e buona politica nel suo nome. Sono nati premi nazionali dedicati alla sua figura, libri, spettacoli teatrali come “Il Sindaco pescatore” con Ettore Bassi, il documentario “Quel che resta” per la regia di Luca Pagliari e un film per la TV, “Il sindaco pescatore” con Sergio Castellitto, che ne raccontano la storia per ispirare le nuove generazioni. Tutto questo testimonia che il sacrificio di Vassallo non è stato vano.

Nell’Italia di oggi, segnata ancora da episodi di corruzione e collusione, la lezione di Angelo Vassallo risuona forte e chiara. “Un delitto irrisolto, di cui sappiamo molto ma non ancora abbastanza”, ha detto Roberto Saviano dodici anni dopo, chiedendo verità e giustizia per Vassallo. La vicenda del sindaco pescatore ricorda a tutti noi che difendere il proprio territorio dalle mafie e dalle “zone grigie” del potere è possibile, ma richiede coraggio, supporto della comunità e presenza dello Stato. Vassallo dimostrò che un altro modello di amministrazione, fondato su onestà, sostenibilità e rifiuto delle lusinghe criminali, è realizzabile persino in contesti difficili: un modello di “bella politica” che molti hanno scoperto solo dopo averne pianto la perdita. Sta ora alle istituzioni e alla società civile far sì che quel modello non resti isolato. Come disse il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz onorandone la memoria, «la sua morte non deve passare invano». Angelo Vassallo, con la sua vita e con il suo martirio, ha tracciato una strada di impegno civile da seguire: quella di chi, amando la propria terra, non arretra di fronte alle intimidazioni e crede che la legalità sia la premessa indispensabile per lo sviluppo e la dignità di una comunità. È questa l’eredità più grande che il sindaco pescatore lascia all’Italia.

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