Immagina di essere accusato di un crimine che non hai commesso. Ti ritrovi in tribunale, ti condannano, e finisci in carcere. Ti chiedi perché tutto questo stia succedendo proprio a te e, intanto, passano gli anni. Poi la verità: sei innocente. Ti rilasciano e torni finalmente libero, ma ormai hai perso il lavoro, gli affetti e la casa. Lo Stato deve indennizzarti per l’ingiusta detenzione che ti ha fatto subire, ma i soldi arrivano dopo tanti anni e la tua vita finisce, ancora una volta, in standby. Quella appena descritta non è una storia eccezionale, infatti, ogni anno in Italia si contano circa mille casi di ingiusta detenzione ed errori giudiziari.
«Questo dato è ricavato dal MEF in base alle richieste di risarcimento danni, per cui è chiaramente un numero al ribasso, infatti ottiene il risarcimento danni soltanto il 45% di chi ne fa domanda – spiega Irene Testa, garante della Sardegna per i diritti dei detenuti -. Ciò succede perché la procedura è molto difficile e complessa. Inoltre, una persona che subisce un processo a volte non ha la voglia di intraprendere altre azioni legali oppure non sa che deve fare la richiesta entro due anni. Spesso, queste persone non hanno neanche la disponibilità economica per fare una richiesta di risarcimento danni».
Proprio per ovviare a questo problema, è nata la proposta di legge di iniziativa popolare “Zuncheddu e altri” che mira a garantire un immediato risarcimento economico a chi viene assolto dopo un’ingiusta detenzione. «La proposta di legge prevede che un assegno sia erogato dal momento dell’assoluzione fino alla sentenza di risarcimento del danno – scrive il Partito Radicale che promuove la Pdl -. Perché è proprio in quel periodo che può durare sei, sette, otto, dieci anni che le persone non sanno cosa fare: alcune si rivolgono alla Caritas, altre sono costrette ad andare a rubare, altre ancora se non ci fossero le famiglie si troverebbero costrette a dormire sotto i ponti».
La proposta di legge può essere sottoscritta in ogni comune d’Italia e sarà disponibile fino alla fine dell’anno. «La raccolta firme sta andando abbastanza bene, ma ne servono 50.000 per poter presentare la proposta di legge – riferisce ancora Testa -. Di base, questa è una proposta di buonsenso che dovrebbe essere condivisa bipartisan, purtroppo però c’è sempre un pregiudizio nei confronti di questo tipo di vittime. I fatti ci dimostrano che il Parlamento italiano dal caso Tortora in poi, quindi da quarant’anni, non ha mai pensato a provvedere nell’immediato a supportare le vittime di errori giudiziari».
Una legge che, secondo Irene Testa, andrebbe rivista perché farraginosa e ostacolante: «Per poter accedere al risarcimento ci sono fin troppi paletti, ad esempio viene erogato se il giudice ritiene che l’imputato non abbia collaborato, che magari ci sia stato del dolo, non ha parlato e ha scelto il silenzio. Situazioni che a volte fanno parte anche della strategia difensiva nelle fasi processuali. Quindi è tutta la materia che andrebbe rivista».
«Con questa proposta di legge stiamo cercando di inserire un tassello che è soltanto il primo passo rispetto a tutta la riforma che occorrerebbe fare – sottolinea infine la garante dei detenuti -. Si inizia da qui, perché è questa la parte più scandalosa, cioè quella in cui vedi una persona rovinata e distrutta da un sistema della giustizia che non ha funzionato. Per cui, non solo si vede tolti anni di vita, perché è incarcerato, ma si vede distruggere anche l’azienda, la famiglia, riportando quindi danni economici, morali, psicologici. Vedi poi il caso estremo di Beniamino Zuncheddu, che è stato in carcere per 33 anni, pur essendo innocente».
Sonia Sabatino