I fatti del 2025. Eurasia in guerra

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L’anno 2025 segna un momento di profonda rifondazione geopolitica, con l’Europa che si confronta con sfide definite come “esistenziali” nel contesto del declino dell’ordine globale in vigore dal 1945 con la guerra semopre in primo piano. Nell’80° anno dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’attuale configurazione di crisi, in particolare l’aggressione russa in Ucraina, ha nuovamente diviso il continente, costringendo l’Unione Europea a rivalutare radicalmente la propria architettura di sicurezza e difesa. La simultaneità di crisi su due fronti (Est e Sud) impone un test di resistenza senza precedenti alle strutture di cooperazione e sicurezza occidentali.

Questa pressione globale è aggravata dal fatto che la politica estera e di difesa è stata a lungo basata sulla premessa di una garanzia di sicurezza americana solida e incondizionata. Tuttavia, la combinazione delle dinamiche del conflitto in Ucraina e dei recenti sviluppi nella politica estera degli Stati Uniti ha accentuato l’urgenza per l’UE di rafforzare la propria autonomia strategica e di accelerare gli sforzi per potenziare le proprie capacità militari.

Il fattore catalizzatore americano (the pivot to Asia)

Una delle variabili più destabilizzanti per la sicurezza europea non è stata un’azione diretta della Russia, ma l’incertezza strategica percepita a Washington. L’ipotesi di un potenziale disimpegno americano dall’Europa, o la sua crescente focalizzazione sull’Asia (una dottrina già anticipata dalla presidenza Obama con il “pivot to Asia”) , ha innescato una corsa contro il tempo per l’autonomia difensiva europea.

Sebbene il Segretario Generale della NATO, Rutte, abbia smentito al momento l’ipotesi di un’uscita definitiva degli Stati Uniti dall’Alleanza , la domanda cruciale che attanaglia i pianificatori europei è se questa discussione sia soltanto uno strumento tattico per spingere gli alleati europei ad aumentare drasticamente la spesa per la difesa, o se al contrario rifletta concrete pianificazioni di una ritrazione strategica a lungo termine. L’analisi della reazione europea suggerisce che gli alleati non possono più permettersi di trattare tale ipotesi come un mero strumento negoziale.

Il dispiegamento permanente di una Brigata Corazzata tedesca in Lituania e l’incremento generalizzato della spesa militare europea non sarebbero giustificabili in termini di costi politici e logistici se l’Europa non percepisse un rischio concreto nell’affidarsi esclusivamente alla deterrenza statunitense. Questa percezione di rischio, anche se potenziale, ha funzionato come un “acceleratore strategico” per l’Unione Europea, costringendo l’abbandono di decenni di dottrina di difesa post-Guerra Fredda e determinando mosse radicali sul fianco orientale.

La crisi Russo-Ucraina: stato del fronte e pressioni Diplomatiche

Alla fine del 2025, il conflitto russo-ucraino si è stabilizzato in una guerra di logoramento. Mentre sul campo di battaglia i guadagni territoriali sono minimi e ottenuti a caro prezzo, il fronte diplomatico è dominato dal dibattito sulla sostenibilità del supporto occidentale e sulle prospettive di pace. Continuano le analisi sui punti chiave e i retroscena dei negoziati per un accordo di pace, sebbene la volontà di Kyiv e Mosca rimanga rigida.

In Occidente, non mancano le correnti di opinione, anche all’interno dei paesi membri dell’UE, che invocano una de-escalation e sostengono che l’Unione Europea debba “ritrovare il senno buttato nella follia bellicista riaprendo il dialogo con Putin”. Parallelamente, organismi internazionali continuano a cercare vie per la stabilizzazione a medio termine. La Svizzera, per esempio, pur mantenendo la sua neutralità, ha continuato a sostenere gli sforzi di riforma dell’Ucraina dal punto di vista umanitario ed economico. Inoltre, la Svizzera prende posizione nei dibattiti in seno al Consiglio d’Europa e all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), dove viene ribadita la necessità che “a medio termine è molto importante che tutti si siedano allo stesso tavolo”.

Il dilemma degli aiuti: l’architettura compensatoria europea

L’aspetto più critico della crisi nel 2025 è stata la ricalibrazione del sostegno militare internazionale. L’interruzione degli aiuti militari diretti da parte dell’amministrazione statunitense ha rappresentato un significativo disimpegno, con Washington che ha chiesto agli alleati europei di intensificare i propri sforzi, spesso suggerendo l’acquisto e l’invio di armi di produzione statunitense.

Nonostante le indicazioni iniziali di un “forte calo” negli aiuti militari all’Ucraina , l’Europa e gli altri sostenitori internazionali sono riusciti a mettere in piedi un’architettura compensatoria sufficientemente robusta. Il Primo Ministro ucraino Denys Shmyhal ha dichiarato che l’Ucraina ha ottenuto $45 miliardi in aiuti militari nel 2025, un livello di sostegno quantitativamente simile a quello ricevuto negli anni precedenti. Questo risultato dimostra un notevole sforzo da parte degli alleati non-USA per coprire il gap finanziario e logistico lasciato dagli Stati Uniti.

La NATO ha giocato un ruolo chiave nel coordinamento di questo supporto attraverso la Prioritised Ukraine Requirements List (PURL), un meccanismo attraverso il quale gli alleati stanno onorando impegni che ammontano finora a $4 miliardi.

Il gap di sostenibilità

Nonostante il successo compensatorio nel 2025, l’analisi delle proiezioni future rivela una fragilità strategica del modello di finanziamento. Per l’anno successivo, Kyiv ha stimato un fabbisogno di $60 miliardi dai suoi sostenitori. La richiesta formale agli alleati di destinare lo 0,25% del proprio PIL a questa missione sottolinea la necessità di una fonte di finanziamento strutturale e prevedibile, ben oltre le donazioni ad hoc finora impiegate.

Il divario proiettato di $15 miliardi (tra i $45 miliardi ricevuti e i $60 miliardi richiesti) segnala che l’attuale sforzo di supporto, pur encomiabile, non è sostenibile a lungo termine se non integrato da un aumento significativo della capacità produttiva di difesa europea e da un impegno finanziario continuativo. Questo deficit si scontra inoltre con l’aumento simultaneo delle spese militari europee necessarie per la propria difesa (come evidenziato dalla dottrina di deterrenza avanzata NATO), creando un conflitto di priorità finanziarie che potrebbe presto intaccare l’efficacia del supporto sul campo di battaglia ucraino.

Il conflitto israelo-palestinese: la crisi strutturale e la violenza protratta

Il conflitto israelo-palestinese ha continuato a dominare l’agenda geopolitica del 2025, esacerbando una crisi umanitaria che era già strutturalmente grave. Già prima dei fatti del 2023, la situazione era critica, con l’anno precedente caratterizzato da una “violenza senza precedenti” e da attacchi militari in Cisgiordania e Gaza, assimilabili a uno scenario di guerra vera e propria.

La prolungata crisi umanitaria ha avuto conseguenze devastanti per i civili palestinesi: la mancanza di accesso ai servizi di base, lo sfollamento di migliaia di famiglie, la restrizione di movimento e la riduzione delle opportunità di lavoro sono diventati problemi cronici. In particolare, è minacciato il diritto all’istruzione dei bambini palestinesi, con gli ultimi anni scolastici segnati da interruzioni dovute alle continue escalation di violenza e dalla crisi finanziaria che ha colpito il sistema educativo.

Il bilancio delle vittime del 2025: la misura della catastrofe

L’intensità del conflitto non ha mostrato segni di attenuazione nel 2025. I dati aggiornati al settembre di quell’anno riflettono la catastrofe umana: nella Striscia di Gaza si sono contati 200.000 tra morti e feriti, secondo le stime del comandante militare israeliano Herzi Halevi aggiornate al 14 settembre 2025.

La violenza si è estesa in modo significativo anche al di fuori della Striscia di Gaza. In Cisgiordania, la situazione ha visto 1.031 morti al 23 agosto 2025, di cui 210 bambini, oltre a 9.684 feriti. Questi numeri confermano che la regione è intrappolata in un ciclo di violenza estrema e prolungata che genera un impatto umanitario sproporzionato.

La dinamica di regionalizzazione e la concorrenza geopolitica

Il conflitto non è rimasto confinato all’area storica israelo-palestinese, ma si è regionalizzato, coinvolgendo attori esterni chiave come l’Iran e i ribelli Huthi. Parallelamente, Israele continua a godere del supporto militare e politico degli Stati Uniti. La mappa della situazione evidenzia un fronte settentrionale di tensione permanente, con aree di attrito tra Israele (incluse le Alture del Golan occupate) e le aree con presenza di Hezbollah in Libano e Siria.

La scala della catastrofe umana nel Levante crea una “concorrenza strategica” per le risorse e, soprattutto, per l’attenzione politica dell’Occidente. La gestione del conflitto israelo-palestinese richiede un vasto capitale politico e, dato il supporto statunitense a Israele , impegna risorse militari e diplomatiche che potrebbero altrimenti essere concentrate sul fronte ucraino. L’obbligo di sostenere la stabilità (o la guerra) su due fronti cruciali (Ucraina ed Estremo Oriente) contemporaneamente mette in discussione i limiti della capacità e della volontà occidentale, rendendo strutturalmente più difficile finanziare i $60 miliardi richiesti da Kyiv. L’instabilità nel Mediterraneo orientale è, pertanto, non solo una crisi umanitaria a sé stante, ma un fattore che distrae e drena la capacità di risposta alla minaccia russa in Europa.

La Risposta NATO, le sentinelle Permanenti

La risposta della NATO all’ambiente di sicurezza deteriorato del 2025 è stata rapida e duplice, incentrata sia sulla difesa convenzionale avanzata che sulla sicurezza dalle minacce ibride e asimmetriche.

Operazione “Baltic Sentry”: la difesa dalle minacce ibride

Nel gennaio 2025, la NATO ha lanciato l’operazione “Baltic Sentry” (Sentinella del Baltico). L’obiettivo primario di questa iniziativa è aumentare la sicurezza delle infrastrutture critiche lungo il fianco orientale e nell’area del Mar Baltico.

Annunciata dal Segretario Generale Rutte, Baltic Sentry è concepita per coordinare l’uso delle risorse messe a disposizione dagli alleati specificamente per proteggere le reti vitali – energetiche, di comunicazione sottomarina e terrestri – da attacchi ibridi o sabotaggi. Questa mossa è una risposta diretta alla comprensione che la minaccia russa non è solo convenzionale, ma include attacchi mirati alla resilienza interna degli alleati, come dimostrato dalla consapevolezza, ad esempio, del Regno Unito, dove agenti reclutati dai russi sono stati condannati per spionaggio. L’operazione “Baltic Sentry” rappresenta la componente di sicurezza “soft” o ibrida della nuova dottrina di deterrenza.

Il dispiegamento tedesco in Lituania: la trasformazione della Bundeswehr

La componente di deterrenza convenzionale (hard power) è stata segnata dalla decisione storica della Germania di dispiegare permanentemente la sua 45ª Brigata Corazzata in Lituania. Questa azione è stata definita una “mossa audace” che non solo ribadisce l’impegno della Germania verso la sicurezza della NATO, ma invia anche un “forte messaggio alla Russia”.

Questo dispiegamento ha un significato storico profondo, poiché costituisce il primo spiegamento permanente di truppe tedesche al di fuori della Germania per un periodo indefinito. Segna una radicale evoluzione della politica militare tedesca, superando decenni di dottrina basata sulla ritrosia a proiettare forze. Essendo una Brigata Corazzata , essa è strutturata per la deterrenza convenzionale ad alta intensità e per il combattimento, superando il concetto di ‘tripwire’ (forze leggere destinate principalmente a innescare l’Articolo 5) che aveva caratterizzato le precedenti formazioni eFP (Enhanced Forward Presence). La Lituania, strategicamente vitale e vicina al corridoio di Suwałki, è stata scelta come punto focale di questa nuova postura difensiva avanzata.

La combinazione del dispiegamento permanente di forze di combattimento pesanti e l’operazione focalizzata sulla resilienza infrastrutturale (Baltic Sentry) evidenzia un cruciale cambiamento dottrinale della NATO nell’area baltica. L’Alleanza non persegue più una deterrenza basata esclusivamente sull’intervento a posteriori, ma ha adottato una strategia di difesa avanzata e integrale, che mira a negare fin dall’inizio all’aggressore il terreno e i vantaggi iniziali, affrontando la gamma completa delle minacce, dal hard power convenzionale al soft power della guerra ibrida.

Il prezzo della sicurezza: l’impatto economico cumulativo

I due grandi conflitti non solo hanno ridefinito la mappa geopolitica, ma hanno anche imposto costi economici massicci e strutturali. L’impatto cumulativo delle guerre, includendo Ucraina e Palestina, è stato stimato in $171.4 miliardi di euro in tre anni. Questa cifra rappresenta il costo diretto e indiretto che l’Europa, in particolare, sta sostenendo a causa dell’instabilità.

Sebbene all’inizio del conflitto in Ucraina l’allora premier italiano Mario Draghi avesse respinto l’ipotesi che l’Europa fosse destinata a un’economia di guerra , il passare del tempo e la persistenza delle crisi hanno reso evidente il contrario. La regione affronta ora sfide senza precedenti, inclusi l’impatto sull’energia, sulle catene di approvvigionamento e un aumento sostenuto delle spese militari. Nonostante ciò, molte economie europee hanno mostrato una certa resilienza , ma tale stabilità è mantenuta al prezzo di un “geopolitical surcharge” permanente sui bilanci nazionali, che deve essere accettato come il nuovo costo strutturale della sicurezza.

L’alternativa alla garanzia USA: la deterrenza nucleare europea

La discussione sulla potenziale uscita degli Stati Uniti dalla NATO, un’ipotesi che renderebbe l’Alleanza “assolutamente mozzata” e priva di una forza importante , impone una seria riflessione sulle capacità di autodifesa europee.

In un tale scenario, la difesa del continente dipenderebbe in modo critico dalle uniche due potenze nucleari europee: Francia e Regno Unito, che insieme detengono circa 500 testate. Questa prospettiva ha spinto questi due paesi a essere particolarmente attivi nel contesto della sicurezza europea. L’attivismo del Regno Unito, che si rende conto della minaccia russa anche dopo l’uscita dall’Unione Europea (come dimostrato dagli arresti per spionaggio), rafforza l’idea che l’asse nucleare franco-britannico potrebbe costituire il pilastro fondamentale della potenziale autonomia difensiva europea.

La necessità di un aumento ingente e duraturo della spesa (i $171.4 miliardi sostenuti), unita al mandato di potenziare le capacità militari europee e il potenziale affidamento sulle sole potenze nucleari europee , suggeriscono che l’accelerazione della spesa nel 2025 non sia una misura temporanea ma il segnale di una profonda riforma strutturale della difesa. L’iniziativa tedesca in Lituania è il sintomo più visibile di questo ribilanciamento strategico: la Germania, tradizionalmente cauta, è ora un leader nella difesa avanzata, spinta tanto dalla minaccia russa quanto dalla necessità di dimostrare impegno autonomo agli alleati orientali.

Verso un equilibrio di tensione permanente

Il 2025 non è stato l’anno della risoluzione, ma della stabilizzazione in un nuovo equilibrio di tensione e logoramento. La persistenza della crisi russo-ucraina e l’aggravarsi del conflitto israelo-palestinese hanno sancito una nuova normalità geopolitica caratterizzata da un elevato costo economico e strategico.

La capacità del blocco occidentale di mantenere la stabilità globale dipenderà essenzialmente dalla coesione e dalla sostenibilità del suo supporto. In Ucraina, la sfida immediata sarà colmare il gap di $15 miliardi nel fabbisogno militare per l’anno a venire, un obiettivo che si scontra con il simultaneo drenaggio di risorse e attenzione politica richiesto dalla gestione della catastrofe umanitaria e dalla regionalizzazione della crisi in Medio Oriente.

La risposta della NATO, attraverso l’Operazione “Baltic Sentry” per la resilienza ibrida e il dispiegamento permanente della Brigata Corazzata tedesca per la deterrenza convenzionale, dimostra che l’Alleanza ha pienamente abbracciato una dottrina di difesa avanzata e robusta. La sostenibilità a lungo termine di questa deterrenza non dipenderà solo dalla volontà politica di mantenere le truppe in loco, ma soprattutto dalla capacità degli stati membri di sostenere economicamente il “geopolitical surcharge” su base permanente, riconoscendolo come un costo strutturale essenziale per la sicurezza europea.

Roberto Greco

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