Il Grande Rischio: rimodellare la Repubblica tra Autonomia e Premierato

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Nel 2024‐25 l’Italia ha visto approdare in Parlamento due riforme costituzionali epocali, sull’Autonomia Differenziata e sul Premierato, che in modi diversi promettono di rimodellare l’equilibrio dei poteri tra Stato centrale, Regioni e Parlamento. Secondo un’analisi giuridica, le recenti deliberazioni di Senato e Camera «rappresentano un momento cruciale per il futuro assetto istituzionale del Paese», scatenando «reazioni contrastanti tra maggioranza e opposizione». La maggioranza di governo sostiene che le riforme rafforzino l’Italia, superando “le differenze territoriali” e garantendo maggior stabilità governativa. L’opposizione, dal canto suo, allerta sul rischio di una spaccatura del Paese: molte voci parlamentari e osservatori temono che i LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) sconosciuti e un eccesso di concentrazione di potere possano aumentare le disuguaglianze Nord‐Sud e indebolire i contrappesi costituzionali.

Autonomia differenziata: il nodo dei LEP e il divario Nord‐Sud

Parlamentari a confronto durante un acceso dibattito sull’autonomia differenziata.
La riforma sull’Autonomia Differenziata (legge n.86/2024) consente alle Regioni ordinarie che la richiedono (Lombardia, Veneto, Emilia‐Romagna tra le prime) di acquisire ulteriori poteri su materie oggi di competenza statale, come ad esempio sanità, istruzione, infrastrutture ambientali, commercio estero, professioni. In base alla legge quadro, ogni intesa Stato‐Regione può avere durata fino a 10 anni e deve essere accompagnata dalla preventiva determinazione dei Livelli Essenziali di Prestazione (LEP). I LEP sono infatti concepiti come gli standard minimi di qualità (servizi sanitari, scolastici, welfare) da garantire in modo uniforme in tutto il Paese: la legge precisa che questi livelli rappresentano la «soglia necessaria» e il «nucleo invalicabile» per assicurare i diritti civili e sociali su tutto il territorio. In teoria, dunque, nessuna regione potrà ridurre servizi essenziali al di sotto degli standard nazionali, proprio per evitare discriminazioni tra Nord e Sud.

Il problema pratico, denunciato dai critici, è che al momento i LEP non sono definiti nei dettagli né finanziati. La riforma si limita a stabilire che entro 24 mesi dovranno essere emanati decreti legislativi per determinare i LEP e i relativi costi. Fino a quel momento esiste un vuoto normativo: senza parametri di spesa chiari, il rischio è che le Regioni più ricche sfruttino le nuove competenze aumentando servizi e investimenti mentre quelle meno dotate finanziariamente rimangano al palo. In altre parole, l’opposizione teme che «l’assenza di risorse rischia solo di aggravare i divari territoriali esistenti». Il Gruppo del Partito Democratico ha sintetizzato il timore nel definire la riforma «uno spacca‐Italia da fermare del tutto», perché porterebbe a «aumentare irreparabilmente i divari nel Paese». La Consulta stessa, nella sentenza n.192/2024, aveva già indicato gravi profili di incostituzionalità del testo approvato, richiamando il governo a riscriverlo per rispettare i principi di unità nazionale, solidarietà fra Regioni ed equilibrio di bilancio.

I sondaggi confermano la percezione di profonde fratture: un’indagine di Demopolis mostrava che il 66% dei cittadini del Nord vede positivamente l’autonomia differenziata, mentre addirittura l’81% del Sud la giudica negativamente. Molti italiani temono infatti che la riforma non ridurrà il divario Nord‐Sud, il 62% pensa che neppure il PNRR sarà sufficiente a colmarlo, e anzi potrebbe accentuarlo. Un recente sondaggio parlava chiaro: il 45% degli italiani è contrario perché crede che l’autonomia «aumenti il divario tra Regioni ricche e povere, penalizzando la scuola e la sanità».

La maggioranza di governo al contrario la presenta come un passo verso un’Italia «più forte e giusta, superando le differenze territoriali». Sostiene che le Regioni conoscono meglio i bisogni locali e che una gestione decentrata potrà ottimizzare le risorse. Del resto, dopo l’entrata in vigore della legge n.86/2024 alcune Regioni hanno già chiesto formalmente l’avvio delle intese: a novembre 2025 il ministro Roberto Calderoli ha firmato pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, ossia accordi preliminari che impegnano lo Stato e le Regioni a completare i negoziati sulla base dei princìpi della legge e delle prescrizioni della Corte costituzionale. Queste pre-intese indicano già su quali materie (sanità, previdenza integrativa, protezione civile ecc.) verranno ripartite le competenze aggiuntive. Tuttavia, come ricordano esponenti dell’opposizione, il mero avvio delle intese non basta a eliminare i rischi: servono clausole di perequazione forti e l’effettiva copertura finanziaria dei LEP, altrimenti si legittimeranno «gravi disparità esistenti». In assenza di una seria revisione della riforma, PD e M5S annunciano di voler ricorrere al referendum abrogativo (la Corte costituzionale ha per ora dichiarato inammissibile il primo quesito, invocando la revisione del testo). Intanto l’attuazione procede lentamente: come indicato dalla legge, entro due anni dovranno essere definiti i LEP e i relativi costi, poi le intese diventeranno operative. Ma senza visione condivisa e garanzie costituzionali, cresce il timore che l’autonomia differenziata si traduca in un «federalismo asimmetrico» capace di «demolire» il welfare del Sud e di far esplodere le disuguaglianze.

Il Premierato: promessa di stabilità o pericolo per la democrazia?

Accanto alla riforma territoriale viaggia il Premierato, ossia l’idea di dare al Presidente del Consiglio un mandato «diretto» dall’elettorato, con governo garantito per un intero quinquennio. Nel giugno 2024 il Senato ha dato il via libera in prima lettura a un disegno di legge costituzionale (n.935) che introduce l’elezione diretta del Premier: il capo del governo verrà scelto con suffragio universale, contestualmente all’elezione parlamentare, e la legge elettorale assegnerà alla coalizione vincente almeno il 55% dei seggi. In questo modo, spiegano i proponenti, si deve realizzare una maggioranza coesa e duratura: secondo la riforma, un governo eletto dal popolo godrà di «stabilità garantita» fino alla fine della legislatura, mentre in caso di sfiducia il Presidente della Repubblica potrà confermare il Premier o sciogliere le Camere.

La premier Giorgia Meloni insiste che questo «premierato» serve a dare al Paese governi «scelti dal popolo, stabili, con un orizzonte di legislatura». In un recente discorso ha addirittura sostenuto che chi accusa la riforma di voler consegnare pieni poteri a lei stessa fraintende: «noi stiamo cercando banalmente di restituire pienamente questo potere ai cittadini, non a Giorgia Meloni». L’obiettivo dichiarato è superare l’instabilità cronica delle coalizioni frammentate: come osservato dallo Stato Maggiore del governo, un esito ambiguo delle elezioni non dovrebbe portare a governi tecnici, e per evitarlo serve un sistema bipolare col premio di maggioranza (sul modello delle elezioni regionali).

Tuttavia l’opposizione grida alla minaccia per il bilanciamento dei poteri: a sinistra si teme che il premierato riduca il Parlamento a un organo «invitato a ratificare decisioni prese dall’esecutivo», concentrando eccessivamente l’autorità nel capo del governo. Già la legge sul Porcellum e la riforma del 2001 avevano scontentato molti, e ora «il referendum confermativo sul premierato diventerà un pronunciamento su tutta l’idea d’Italia della maggioranza, dunque su tutte le riforme, autonomia inclusa.

Anche nel merito i parlamentari dell’opposizione sono durissimi. La capogruppo del PD Chiara Braga definisce il nuovo assetto «inaccettabile perché mette in pericolo l’equilibrio tra i poteri dello Stato», annunciando che il centrosinistra opporrà «barricate parlamentari durissime» a ogni suo passaggio. Per +Europa «il combinato disposto» tra premierato e nuova legge elettorale sarebbe «l’anticamera dei pieni poteri che tanto vorrebbe Giorgia Meloni». Fratelli d’Italia dal canto suo incalza gli alleati: il presidente del Senato La Russa invita a prendere tempo e discutere un sistema ispirato alle elezioni regionali, mentre il sottosegretario Fazzolari assicura che la riforma sarà completata in questa legislatura e poi sottoposta a referendum confermativo. Probabilmente nella prossima legislatura, come anticipato dallo stesso Fazzolari. Il timore è che un governo premiante di fatto trasformi le Camere in un organo di controllo quasi inutile.

Il «premierato» promette stabilità e chiarezza nell’alternanza di governo, ma rischia di spingere verso un sistema più personalistico. Soprattutto, come osserva la Repubblica, questa riforma costituzionale dovrebbe essere approvata con referendum confermativo: e di fatto diventerebbe un test di fiducia su chi detiene il potere. Come giustamente sottolinea il presidente Mattarella, i cittadini al referendum non dovranno votare «contro Meloni o il governo», ma sulla riforma in sé, per esempio giudicando se la giustizia in Italia funzioni o meno. È chiaro però che la posta in gioco è altissima: la stessa opposizione preannuncia che ogni mossa «avrà come sfondo» il timore di «far vincere la destra a tavolino». La partita sul premierato si presenta quindi incerta e cruciale tanto quanto quella sull’autonomia, coinvolgendo in pieno il rapporto tra istituzioni e cittadini.

Rischio unità o disgregazione?

Autonomia differenziata e premierato sono riforme che muovono in direzioni opposte, la prima verso un maggiore decentramento territoriale, la seconda verso una maggiore accentramento personale del potere esecutivo, ma entrambe scuotono le fondamenta della forma di Stato italiana. I sostenitori parlano di modernizzazione: delegare scelte come sanità o trasporti ai territori virtuosi, da un lato, e garantire governi stabili scelti dal popolo, dall’altro, dovrebbe aumentare efficienza e fiducia nelle istituzioni. Ma i dubbi sono molteplici. In un paese in cui il divario economico e sociale tra Nord e Sud è già una ferita aperta, molti temono che l’autonomia differenziata diventi una bomba sul welfare meridionale, mentre il premierato possa tradursi in un esecutivo troppo forte, fuori dal controllo parlamentare.

Le opposizioni e numerosi esperti sottolineano che la Costituzione italiana nasce dal compromesso tra unità e pluralismo: l’articolo 5 sancisce che la Repubblica è «una e indivisibile», e l’articolo 117 stabilisce un coordinamento nazionale sui diritti fondamentali. Cambiare queste regole è possibile solo con ampio consenso e tutele stringenti. Oggi mancano ancora molti dettagli, sul piano normativo come su quello politico, e ciò alimenta sfiducia: la legge quadro sull’autonomia stessa deve ancora tradursi in decreti e intese concrete, mentre sul premierato il dibattito sulla legge elettorale incrocia quello costituzionale.

Il bilancio tra rafforzamento e rischio di spaccatura è molto incerto. La maggioranza ha già la maggioranza qualificata per modificare la Costituzione, ma l’appoggio popolare non è scontato: un’eventuale vittoria del “No” ai referendum confermativi sarebbe un segnale potentissimo, non solo contro le singole riforme, ma contro l’intera visione politica della coalizione al governo. Il grande rischio è dunque duplice: da un lato, che il Mezzogiorno perda poteri e risorse senza garanzie adeguate sui LEP; dall’altro, che l’equilibrio tra Esecutivo e Parlamento venga sbilanciato a favore del premier. Il Paese si gioca molto, e la strada è ancora lunga. Allo stato attuale, molti analisti concludono che, senza modifiche sostanziali, queste riforme rischiano più di «spaccare l’Italia» anziché rafforzarla.

Roberto Greco

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