Giornata Mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza: diritti, storia e sfide attuali

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Ogni anno, il 20 novembre, il mondo celebra la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (nota anche come Giornata mondiale dell’infanzia). In questa data simbolica, scelta perché il 20 novembre 1989 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, governi, istituzioni e società civile si fermano a riflettere sui progressi e le sfide nella tutela dei più piccoli. Quest’anno ricorre il 36° anniversario della Convenzione, il trattato sui diritti umani più ratificato al mondo, con 196 Stati aderenti. È un’occasione per celebrare i traguardi raggiunti, ma anche per ribadire gli impegni ancora necessari a garantire che ogni bambino e adolescente veda rispettati i propri diritti fondamentali.

Dalla Dichiarazione del 1924 alla Convenzione del 1989: evoluzione storica e contesto

L’idea di dedicare una giornata ai diritti dei bambini affonda le radici nel primo dopoguerra. Già nel 1924 la Società delle Nazioni approvò la Dichiarazione di Ginevra sui diritti del fanciullo, un documento pionieristico in 5 punti che per la prima volta riconosceva formalmente bisogni e tutele specifiche per i bambini. Su impulso di attivisti come Eglantyne Jebb, fondatrice di Save the Children, la Dichiarazione di Ginevra affermava ad esempio il diritto dei minori a ricevere soccorso, cure, protezione e istruzione adeguata. Nel secondo dopoguerra, con la nascita dell’ONU, si avvertì l’esigenza di aggiornare e ampliare quei principi: nel 1948 le Nazioni Unite elaborarono una prima bozza di dichiarazione sui diritti dei bambini in 7 punti, preludio della svolta successiva.

Il 20 novembre 1959 l’Assemblea Generale dell’ONU adottò all’unanimità la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo. Questo documento, pur non vincolante giuridicamente, enunciava 10 principi fondamentali per garantire ai bambini protezione, cure, educazione, assistenza speciale in caso di disabilità e tutela dal lavoro minorile. Gli anni ’60 e ’70 furono caratterizzati da crescenti movimenti per i diritti civili e dalla presa di coscienza che i bambini dovessero essere riconosciuti come soggetti di diritti e non più solo oggetto di tutela. L’ONU dichiarò il 1979 Anno Internazionale del Fanciullo (IYC) in occasione del 20° anniversario della Dichiarazione del 1959, dando ulteriore impulso alla causa.

Questa evoluzione storica avvenne in parallelo a cambiamenti politici e sociali profondi. Nel contesto del secondo dopoguerra e poi della Guerra Fredda, la tutela dell’infanzia divenne terreno di dialogo internazionale: assicurare istruzione e benessere ai bambini era visto come condizione essenziale per un futuro di pace e sviluppo. Allo stesso tempo, l’avanzamento del diritto internazionale portò alla codifica di nuovi strumenti vincolanti: si capì che serviva un trattato con forza giuridica per obbligare gli Stati a rispettare i diritti dei minori.

Dopo un decennio di negoziati, il risultato fu la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, approvata appunto il 20 novembre 1989 ed entrata in vigore nel 1990. La Convenzione, composta da 54 articoli, riconosce ai minori di 18 anni una vasta gamma di diritti civili, sociali, economici e culturali, tra cui: diritto alla vita e alla salute, all’istruzione, al gioco, alla famiglia, alla protezione da violenze e abusi, alla non discriminazione e all’ascolto delle loro opinioni. Si tratta di un cambio di paradigma epocale: i bambini non sono più visti solo come oggetto di cura, ma come titolari attivi di diritti, da coinvolgere nelle decisioni che li riguardano.

In Italia la Convenzione è stata ratificata nel 1991 con la legge n.176, impegnando il Paese a conformare leggi e politiche ai principi convenzionali. Da allora sono stati istituiti organi ad hoc, come il Garante nazionale per l’infanzia e la Commissione parlamentare infanzia, e promosse campagne di sensibilizzazione nelle scuole. Anche grazie a questi sviluppi normativi, e alla mobilitazione di associazioni e società civile, negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo cambiamento culturale: concetti come il superiore interesse del minore, il diritto all’ascolto o all’educazione non violenta sono entrati nel dibattito pubblico e nelle pratiche educative. Tuttavia, ogni epoca porta nuove sfide: dagli anni ’90 a oggi, fenomeni come le migrazioni, le crescenti disuguaglianze economiche, le guerre in corso e l’avvento del digitale hanno messo alla prova l’attuazione concreta dei diritti dell’infanzia. Mai come oggi, a 36 anni dalla Convenzione, è importante rileggere quei principi alla luce dei contesti attuali, per colmare il divario tra enunciazione e realtà.

Campagne globali e iniziative in Italia: da “Go Blue” alle marce dei diritti

Sin dal 1954, quando le Nazioni Unite invitarono tutti i Paesi a istituire una Giornata universale del bambino all’insegna della fratellanza internazionale, il 20 novembre è diventato il fulcro di iniziative di sensibilizzazione in tutto il mondo. Ogni anno l’UNICEF, l’agenzia ONU per l’infanzia, coordina una campagna globale nota come World Children’s Day , una giornata “dei bambini, per i bambini” in cui i più giovani sono protagonisti di azioni simboliche per ricordare agli adulti i loro diritti. Emblematico è lo slogan internazionale di quest’anno “Ascolta il Futuro” (Listen to the Future!), scelto per il 2024: un invito rivolto agli adulti ad ascoltare attivamente le aspirazioni, le idee e le preoccupazioni delle nuove generazioni. Nell’ambito di questa campagna, in tutto il mondo migliaia di studenti hanno scritto lettere agli adulti per condividere la loro visione del futuro (nel 2050) e chiedere impegni concreti. Le risposte arrivate da Paesi diversi, da Gaza ad Haiti, dalla Tanzania all’Italia, convergono tutte su un desiderio comune: un mondo in cui i bambini possano essere al sicuro, in salute, istruiti e lontani da guerre e cambiamenti climatici catastrofici.

Anche in Italia il 20 novembre è ogni anno occasione di numerosi eventi istituzionali e iniziative della società civile. Tradizionalmente, l’UNICEF Italia collabora con il Governo e il Parlamento nell’organizzazione di una cerimonia ufficiale per la Giornata italiana per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Tra le campagne più visibili c’è “Go Blue”, lanciata dall’UNICEF a livello globale e adottata in Italia in partnership con l’ANCI, l’ìAssociazione Nazionale Comuni Italiani. Ogni 20 novembre i municipi vengono invitati a illuminare di blu un monumento o edificio simbolico della città, come segno di adesione ai principi della Convenzione. Vedere piazze, municipi e monumenti tingersi di blu è un gesto semplice ma potente per ricordare, con immediatezza visiva, che “ogni diritto di ogni bambino deve essere garantito e attuato”. L’illuminazione in blu rientra nel programma “Città amiche dei bambini” promosso da UNICEF e ANCI, che coinvolge gli enti locali in azioni concrete di sensibilizzazione.

In tutta Italia si moltiplicano incontri nelle scuole, laboratori didattici, mostre, convegni e perfino momenti di gioco e sport dedicati ai più piccoli. Negli ultimi anni sono diventate popolari le “Marce dei diritti” organizzate in diverse città: cortei festosi di bambini e ragazzi per le vie cittadine, spesso accompagnati da insegnanti, volontari e famiglie.

Non mancano poi le iniziative originali: nel 2025 l’UNICEF Italia ha dedicato la Giornata al Diritto al Gioco (art. 31 della Convenzione) e promosso, tra le tante attività, uno spettacolo di luci e musica a Bressanone ideato dagli artisti di Spectaculaires con colonna sonora del Maestro Giorgio Moroder, oltre a laboratori nelle biblioteche per creare spazi dedicati ai diritti dei bambini e perfino una campagna nei cosiddetti Baby Pit Stop, aree attrezzate per l’allattamento e la cura dei bebè, con poster per sensibilizzare i neogenitori sull’importanza del gioco nello sviluppo dei figli. Questi esempi mostrano come la ricorrenza del 20 novembre sia diventata, negli anni, un catalizzatore di creatività e impegno condiviso: dalle istituzioni nazionali fino alle associazioni locali, ognuno contribuisce a modo proprio per dare voce ai bambini e promuovere una cultura dei diritti dell’infanzia.

Focus Sicilia: iniziative e alleanze sul territorio

In Sicilia, regione che presenta alcune delle sfide più urgenti sul fronte dell’infanzia, la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia è vissuta con particolare intensità. Oltre ai capoluoghi maggiori, che normalmente aderiscono al “Go Blue”, molte città siciliane organizzano eventi capillari coinvolgendo scuole, enti locali, associazioni e comunità religiose. L’obiettivo è non solo celebrare la ricorrenza, ma attivare reti territoriali permanenti a sostegno dei minori più vulnerabili.

Il 20 novembre dello scorso anno presso l’Assessorato alle Attività Sociali del Comune sono stati presentati i nuovi progetti dedicati ai minori: attività ludico-ricreative, giochi e animazione, persino a tema natalizio, organizzati per i bambini ospitati in comunità-alloggio, per i minori con disabilità in centri socio-educativi, e per i figli delle donne vittime di violenza ospitati in case rifugio. Rosi Pennino, al tempo assessora alle Politiche socio-sanitarie di Palermo, sottolineò il significato di queste azioni: «Queste iniziative, fortemente volute dall’amministrazione, mirano a promuovere giornate all’insegna del gioco e dei laboratori. L’amministrazione è attenta ai diritti dei minori che vivono condizioni di fragilità e attraverso un gesto concreto restituisce ai nostri bambini e adolescenti il diritto al gioco, offrendo a genitori, insegnanti, caregiver e operatori sanitari un punto di partenza per difendere, promuovere e celebrare i diritti dell’infanzia». Si tratta dunque di garantire momenti di spensieratezza e socialità a chi di solito ha meno opportunità, e al tempo stesso sensibilizzare la comunità educante, famiglie, docenti, personale sociale e sanitario, sull’importanza di includere tutti i bambini, anche i più svantaggiati, in esperienze ludiche e formative positive.

Un altro fiore all’occhiello siciliano è la Marcia dei Diritti di Siracusa. Ogni 20 novembre centinaia di studenti siracusani, dai più piccoli ai liceali, danno vita a un festoso corteo cittadino accompagnati da insegnanti, volontari e associazioni locali. La marcia è inserita nel più ampio Festival dell’Educazione, che nel 2024 ha avuto come tema un binomio inscindibile: diritto all’ascolto e diritto alla pace. Il corteo di Siracusa parte tradizionalmente dai giardini pubblici, i “Villini”, e attraversa il centro fino al lungomare, dove i ragazzi animano il “Villaggio dei Diritti”: un’area allestita con postazioni tematiche e stand curati dagli studenti delle scuole superiori insieme a associazioni, enti del terzo settore e realtà territoriali. All’interno di questo villaggio educativo si svolgono laboratori, piccoli spettacoli, letture e incontri aperti alla cittadinanza. Per un giorno la città intera diventa una “Città Educativa”, in cui istituzioni, tra queste Comune e scuole, e cittadini collaborano fianco a fianco per promuovere un futuro più giusto e inclusivo.

La Marcia di Siracusa si distingue anche per l’attenzione all’attualità internazionale e alla solidarietà. Nell’edizione 2025, ad esempio, i promotori hanno voluto dare spazio alle voci dei bambini di Gaza, come simbolo di un’infanzia che chiede di essere ascoltata e protetta dalla guerra. La testimonianza di coetanei che vivono in zone di conflitto ha ricordato ai partecipanti siracusani, e agli adulti presenti, che “ogni diritto negato, ogni voce soffocata, è una ferita alla comunità globale”. Inoltre, attorno alla Marcia ruotano iniziative di volontariato concreto: i giovani della Croce Rossa Italiana, sezione di Siracusa, affiancano gli organizzatori occupandosi della sicurezza e della logistica, e parallelamente viene promossa una raccolta di generi alimentari col Banco Alimentare per aiutare le famiglie bisognose. Questo mix di educazione civica, impegno sociale e festa comunitaria fa della Marcia siracusana un modello di buona pratica locale, spesso citato come esempio di come coinvolgere attivamente i ragazzi nella difesa dei propri diritti.

Oltre ai casi di Palermo e Siracusa, in tutta la Sicilia si moltiplicano gli eventi locali il 20 novembre. A Catania l’UNICEF provinciale organizza spettacoli e incontri pubblici. Nella città di Trapani e in altri centri sono state intitolate piazze o spazi pubblici ai diritti dei bambini, oppure piantati alberi dedicati ai nati dell’anno in segno di speranza. Numerose parrocchie e associazioni religiose (Salesiani, Caritas, movimenti scout) promuovono momenti di riflessione e preghiera per i bambini in difficoltà, ricordando l’appello di Papa Francesco a “amare e proteggere” i più piccoli. Proprio Papa Francesco, in occasione dell’udienza generale del 20 novembre 2024, annunciò per il 3 febbraio 2025 un incontro mondiale sui diritti dei bambini in Vaticano intitolato “Amiamoli e proteggiamoli”, con esperti e rappresentanti di diversi Paesi, finalizzato a individuare nuove vie di intervento per i milioni di minori che ancora oggi nel mondo vivono senza diritti, sfruttati, abusati o colpiti dalle guerre. Un messaggio forte che dalla massima autorità religiosa cattolica arriva fino alle comunità locali, rafforzando l’idea che la tutela dell’infanzia è una responsabilità condivisa, “una priorità morale e un dovere di tutti”, come ribadito anche dal Presidente della Repubblica italiana.

L’infanzia tra dati e realtà: situazione in Italia e in Sicilia

Accanto alle celebrazioni e ai buoni propositi, la Giornata mondiale serve anche a fare il punto sulla condizione concreta di bambini e adolescenti, attraverso i dati statistici e i rapporti di settore. In Italia la situazione dei minori presenta luci e ombre, con forti disparità territoriali che vedono spesso il Mezzogiorno, e in particolare la Sicilia, in maggiore difficoltà. Di seguito una panoramica estesa su alcuni indicatori chiave, dal benessere materiale a quello psicologico, per comprendere le sfide attuali.

  • Povertà minorile: secondo gli ultimi dati ISTAT (2023), oltre 1,29 milioni di bambini e ragazzi in Italia vivono in povertà assoluta, pari al 13,8% dei minori italiani. È una quota nettamente superiore alla media della popolazione generale (9,7%) e segnale di un’allarmante fragilità sociale, acuita dalla recente inflazione e stagnazione dei salari. Il fenomeno colpisce in modo disuguale il Paese: il divario Nord-Sud è marcato, e la Sicilia registra uno dei tassi di povertà minorile più elevati. Nell’isola “quasi un quarto dei bambini e adolescenti” cresce in condizioni di disagio economico. In altre parole, circa il 25% dei minori siciliani sperimenta privazioni gravi, mancanza di cibo adeguato, difficoltà ad accedere a cure mediche, educative e a beni essenziali. Questo dato fa della povertà infantile una vera emergenza regionale. Colpisce inoltre che la povertà minorile non risparmia le famiglie in cui i genitori lavorano: a livello nazionale, il 16,5% dei minori poveri vive in nuclei con genitori operai, e addirittura il 20,7% in famiglie con disoccupati, segno che avere un lavoro, se mal retribuito o precario, non basta a garantire ai figli un tenore di vita dignitoso. In Sicilia la crisi economica cronica e la carenza di lavoro stabile alimentano questo circolo vizioso. Le conseguenze per i bambini non sono solo materiali: la povertà si traduce spesso in esclusione sociale, minori opportunità educative ed extrascolastiche, e in generale un gap che tende a perpetuarsi nelle generazioni (povertà intergenerazionale).

  • Abbandono scolastico e istruzione: l’Italia ha compiuto progressi significativi nel contrasto alla dispersione scolastica. Nel 2024, per la prima volta, il tasso nazionale di abbandono degli studi tra i 18-24enni è sceso sotto il 10%, attestandosi al 9,8% – vicino all’obiettivo UE del 9% entro il 2030. Tuttavia restano differenze profonde: la Sicilia pur migliorando resta la peggiore in Italia con un tasso ancora superiore al 15% di giovani che abbandonano precocemente la scuola, senza conseguire diploma. Questo significa che, nonostante gli sforzi, nell’isola più di un ragazzo su sei lascia gli studi al termine della terza media o poco dopo. E il dato quantitativo rischia persino di sottostimare il problema, se si considerano i casi di dispersione “implicita”: molti studenti infatti completano il ciclo di studi minimo ma con competenze gravemente inadeguate. Basti pensare che in province siciliane come Palermo e Trapani quasi uno studente su quattro (circa il 25%) termina le scuole medie senza le competenze di base attese, secondo i risultati delle prove INVALSI. La mancanza di istruzione di qualità e il rischio di abbandono sono strettamente legati al contesto socio-economico difficile. Oltre il 28% degli adolescenti siciliani ritiene che non finirà gli studi e cercherà un lavoro per aiutare la famiglia. Questo rivela aspettative basse e rassegnazione da parte di molti ragazzi, sintomo di un circolo vizioso in cui la povertà spinge i giovani a lasciare la scuola per necessità, perpetuando la marginalità. Le istituzioni lavorano per invertire la rotta, investendo ad esempio in percorsi formativi personalizzati, potenziando il diritto allo studio e la presenza di educatori di sostegno, ma il cammino da fare soprattutto al Sud è ancora lungo.

  • Benessere psicologico e salute mentale: negli ultimi anni in Italia è emersa una vera e propria emergenza salute mentale tra bambini e adolescenti. I dati raccolti dal 13° Rapporto CRC (2023) e da ricerche nazionali mostrano un incremento preoccupante di disturbi come ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare e altre forme di disagio psico-emotivo tra i giovani. L’onda lunga della pandemia di Covid-19 ha aggravato situazioni latenti, aumentando isolamento sociale e dipendenza dai dispositivi digitali. Il risultato è che i servizi di neuropsichiatria infantile pubblici sono letteralmente sommersi di richieste di aiuto, spesso senza avere risorse sufficienti a farvi fronte. Un elemento critico evidenziato dagli esperti è la carenza di supporto psicologico nelle scuole e sul territorio: poche scuole italiane dispongono stabilmente di uno psicologo scolastico o di sportelli d’ascolto adeguati. Ciò significa che molti ragazzi in difficoltà non ricevono assistenza tempestiva. Il rapporto CRC raccomanda di potenziare gli investimenti nella salute mentale giovanile, ad esempio finanziando servizi di consulenza psicologica accessibili a studenti e famiglie, e formando meglio gli insegnanti per riconoscere e gestire i segnali di disagio nei ragazzi. Oltre alla sfera mentale, persistono problemi di salute fisica connessi agli stili di vita: in Italia è in aumento il numero di bambini che soffrono di obesità o, all’opposto, di malnutrizione dovuta a abitudini alimentari scorrette. La carenza di spazi sicuri per praticare sport e attività all’aperto, specie in contesti urbani o degradati, contribuisce alla sedentarietà infantile. Secondo un recente rapporto di Save the Children, quasi 1 bambino su 5 in Italia non svolge alcuna attività sportiva nel tempo libero, circa il 17%, spesso per ragioni economiche o mancanza di impianti, e il nostro Paese risulta purtroppo ai vertici in Europa per sedentarietà infantile. L’investimento in educazione alimentare e nella diffusione dello sport di base è considerato prioritario per migliorare la salute dei minori.

  • Abusi, violenze e sicurezza: la protezione dei minori da maltrattamenti è uno degli ambiti in cui l’Italia deve ancora compiere progressi sostanziali. Manca tuttora una raccolta dati sistematica a livello nazionale sui maltrattamenti all’infanzia, il che rende difficile stimare il fenomeno con precisione, ma i segnali sono allarmanti. Si registrano numerosi casi di abuso fisico, emotivo e sessuale a danno di minorenni, molto spesso consumati tra le mura domestiche o in ambienti familiari e purtroppo, le violenze subite dai genitori tendono a ripercuotersi sui figli. A ciò si aggiungono nuovi pericoli come il cyberbullismo, la sextortion, ricatto sessuale online, e il dilagare di materiale pedopornografico sul web, con vittime sempre più giovani. Una statistica drammatica riguarda i figlicidi: dal 2010 ad oggi in Italia 268 minori sono stati uccisi dai propri genitori, in media quasi uno ogni due settimane. Di queste piccole vittime, 149 erano bambini sotto i 12 anni; oltre il 39% addirittura sotto i 6 anni. Sono numeri che sconvolgono e impongono riflessioni profonde sul supporto da dare alle famiglie in crisi e sui campanelli d’allarme da cogliere per prevenire tragedie simili. Un altro dato impressionante riguarda le punizioni corporali: si stima che circa il 65% dei minorenni italiani (2-14 anni) abbia subìto qualche forma di castigo fisico da parte di genitori o caregiver. L’Italia, pur avendo norme penali che puniscono l’abuso dei mezzi di correzione, sulla base dell’art. 571 c.p., non ha ancora una legge esplicita che vieti ogni violenza “educativa” verso i bambini, e la mentalità sta cambiando lentamente. Organismi internazionali hanno richiamato il nostro Paese a bandire del tutto le punizioni fisiche, poiché anche lo schiaffo “a fin di bene” mina la sicurezza emotiva del bambino e ne lede la dignità. Infine, permane elevato il numero di femminicidi in Italia e spesso i bambini ne sono vittime collaterali perché rimangono orfani di madre o assistono a episodi di violenza domestica. Nel 2023, ad esempio, oltre 5.000 minori sono rimasti coinvolti in situazioni di violenza di genere in famiglia, un dato che ha avuto ampio risalto mediatico e che evidenzia quanto la battaglia contro la violenza sulle donne sia anche una battaglia per proteggere i figli.

  • Servizi e interventi a tutela dei minori: di fronte a questi dati, quali risposte mette in campo il sistema di welfare? L’Italia presenta eccellenze ma anche carenze nei servizi dedicati all’infanzia e all’adolescenza. Un capitolo importante riguarda i servizi educativi per la prima infanzia (0-3 anni), come asili nido e spazi gioco, che svolgono un duplice ruolo: educativo per il bambino e di sostegno alle famiglie, conciliando vita lavorativa dei genitori e cura dei figli. Negli ultimi anni si è registrato un aumento dell’offerta di nidi: nell’anno educativo 2022/23 si contavano oltre 14.000 strutture sul territorio nazionale, con un tasso di copertura arrivato al 30% dei bambini sotto i 3 anni, in crescita rispetto al 27% pre-pandemia. Si avvicina così l’obiettivo dei 33 posti ogni 100 bambini, Livelli Essenziali di Prestazione da garantire entro il 2027 per legge. Tuttavia, a livello territoriale la situazione è disomogenea: regioni del Sud come Campania, Sicilia e Calabria sono ancora ben lontane dal target, con tassi di copertura rispettivamente del 13,2%, 13,9% e 15,7%. In Sicilia ciò significa che meno di 1 bimbo su 7 trova posto in un asilo nido o servizio prima infanzia, contro quasi 1 su 3 a livello medio nazionale, un gap che penalizza sia i bambini (che perdono opportunità di stimolo precoce allo sviluppo) sia i genitori, in particolare le madri, la cui partecipazione al lavoro risulta ostacolata. Per colmare questa distanza sono in corso investimenti (anche con fondi del PNRR) per aprire nuovi nidi nel Mezzogiorno e potenziare quelli esistenti. In generale, il rapporto CRC evidenzia l’urgenza di aumentare i fondi per il welfare minorile, rafforzare i servizi di assistenza alle famiglie in difficoltà e migliorare le politiche abitative, in modo da garantire condizioni di vita dignitose a tutti i bambini.

La fotografia complessiva che emerge dai numeri è quella di un Paese in miglioramento su alcuni fronti (meno dispersione scolastica, più sensibilità ai diritti dei minori) ma ancora attraversato da profonde disuguaglianze. In particolare, l’infanzia al Sud e in Sicilia presenta indicatori di maggiore vulnerabilità economica, educativa e sociale. Ciò richiama la responsabilità degli adulti, dalle istituzioni alle famiglie, a fare di più. Come ha affermato di recente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, «proteggere i bambini da guerre, violenza, sfruttamento e ogni forma di abuso non è solo un obbligo giuridico: è un dovere morale che chiama tutti a fare della tutela dei giovani una priorità collettiva». Mattarella ha richiamato l’attenzione sull’aumento di episodi di violenza tra giovanissimi e sui pericoli dell’accesso indiscriminato ai social media, che possono avere gravi ricadute sul benessere dei ragazzi; ha quindi esortato famiglie, scuole, comunità e istituzioni a fare rete per creare contesti in cui i giovani si sentano valorizzati, ascoltati e guidati, liberi di sognare e di esprimere appieno il proprio potenziale. In occasione di questa Giornata mondiale 2024, anche altre figure autorevoli hanno voluto lanciare messaggi di impegno: la Presidente di UNICEF Italia Carmela Pace ha dichiarato che, nonostante i progressi, la Convenzione ONU non è ancora pienamente attuata e «oggi più che mai è necessario ascoltare i bambini e i giovani, sostenerli e aiutarli a realizzare i loro diritti», invitando tutti a unirsi nell’impegno per un mondo di pace e solidarietà per ogni bambino. Lo stesso Papa Francesco, annunciando l’incontro mondiale di febbraio 2025, ha ribadito che occorre trovare nuove strade per soccorrere i milioni di bambini “ancora senza diritti” nel mondo.

Sono parole che richiamano il senso ultimo della Giornata del 20 novembre: “mettersi in ascolto dei più piccoli” e trasformare l’ascolto in azione concreta. Perché ogni bambino protetto, educato, rispettato oggi è un adulto libero e responsabile domani. Garantire i diritti dell’infanzia significa, in definitiva, gettare le basi per un futuro migliore dell’intera società.

Roberto Greco

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