Giornalista condannato al risarcimento per i commenti offensivi di terzi sotto al post: ora si attende la Cassazione

Il giornalista Rai Fabio Butera è stato condannato al risarcimento di 33 mila euro ad un collega di un giornale vicentino. Il caso, che è stato molto discusso su media e social,  adesso finirà in Cassazione

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 3 minutes

Il giornalista Rai Fabio Butera è stato condannato al risarcimento di 33 mila euro ad un altro giornalista per non aver  rimosso dei commenti offensivi di terzi sotto al suo post. Il caso, che è stato molto discusso su media e social,  adesso finirà in Cassazione. L’appuntamento in aula è per il 10 aprile 2026. Facciamo un passo indietro. Si tratta di una vicenda che è accaduta nell’agosto del 2018. È allora che Il Giornale di Vicenza ha pubblicato un articolo dal titolo “I richiedenti asilo vogliono Sky, scatta la protesta”. Secondo quanto riportato nell’articolo, circa una ventina di migranti di un centro di accoglienza avrebbero protestato in Questura per chiedere un abbonamento televisivo che gli permettesse di guardare le partite di calcio. Da qui la notizia ha iniziato a scatenare l’odio sul web: a cominciare dai politici, compreso l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che si sono indignati pubblicamente. E non solo: sui social i commenti si sono sprecati e riportavano un “invito” a rispedirli a casa. Ecco allora l’intervento di Butera, che ha deciso di verificare la notizia. Così ha chiamato la Questura di Vicenza e  ha chiamato la Prefettura di Vicenza ma nessuno gli ha riferito che c’erano state delle proteste in merito a questo tipo di richiesta. Tutte telefonate che il giornalista Rai ha registrato. Infine, Butera ha chiamato l’autore dell’articolo, che gli ha spiegato di aver appreso la notizia da una fonte confidenziale e che non ha avuto il tempo di intervistare i migranti protagonisti della protesta. Dopo aver verificato, Butera ha deciso di pubblicare un post dove ha riportato fedelmente il contenuto delle telefonate registrate e intercorse tra lui e il responsabile della comunicazione della Questura e della Prefettura di Vicenza. In più anche il contenuto della conversazione avuta col collega, autore dell’articolo, senza citarne il nome. E la storia che sembrava conclusa, mesi dopo, invece, ha avuto un seguito: una dichiarazione tardiva della Questura di Vicenza ha riaperto la questione. In particolare è stato affermato che tra le rivendicazioni dei migranti c’era anche l’accesso a piattaforme televisive. Così il collega di Vicenza ha deciso di procedere con una querela e, tre anni dopo, ha trascinato Butera in tribunale.

La vicenda in Tribunale

Il tribunale di Verona ad aprile del 2023 ha emesso la sentenza, stabilendo che il post di Butera non è diffamatorio. Tuttavia, per Butera è stata una vittoria a metà. Infatti nella seconda parte del giudizio il giornalista della Rai è stato condannato a pagare un risarcimento pari a 33 mila euro (risarcimento più spese legali) per non aver rimosso i commenti offensivi sotto al suo post, naturalmente scritti da terzi. Commenti che Butera ha dichiarato di non aver letto, tra i numerosi che sono stati scritti: circa 500 messaggi arrivati in poche ore. Secondo i giudici però quei commenti Butera li avrebbe voluti mantenere, prova sarebbe il fatto che, due giorni dopo, ha condiviso sulla sua bacheca altri contenuti che riguardavano la vicenda. Anche la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la condanna di 33 mila euro.

Il paradosso

È  da precisare che nessuno ha chiesto al giornalista di rimuovere quei commenti offensivi scritti da terzi. Non lo ha fatto l’autore dell’articolo né il suo legale. Lo stesso Butera ha ricevuto dei commenti sgradevoli che però non sono finiti nel fascicolo. Insomma una sentenza che ha segnato il giornalista, che ha raccontato alla stampa come gli sia rimasta “una paura diffusa, che a tratti rasenta la paranoia. Da quel momento ho smesso di usare i social. Ho paura che qualsiasi affermazione pubblica possa diventare il pretesto per una nuova querela. Un giornalista che ha paura è un giornalista che rischia di essere meno libero”. Un giornalista che ha fatto solo il suo lavoro, ovvero quello di verificare la notizia.

Serena Marotta 

Ultimi Articoli