Il segno e la ricostruzione: il primato femminile nell’epopea di Gibellina

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Non è un semplice tributo di genere, ma un atto di revisione storiografica. Mentre Gibellina inaugura il suo anno da Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, la mostra «Colloqui» al MAC sposta l’asse della narrazione: oltre i grandi monumenti dei padri nobili, emerge la trama intellettuale e politica di un gruppo di artiste che ha ridefinito il concetto di identità pubblica

C’è un’immagine che più di ogni altra sintetizza la vocazione di questa città: non è solo il bianco accecante del Cretto di Burri, ma la persistenza del segno di Carla Accardi che, tra le macerie della Valle del Belìce, scelse di non rappresentare il dolore, ma di tracciare le coordinate di un nuovo inizio. Oggi, nel quadro delle celebrazioni per Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026, la mostra Colloqui – curata da Cristina Costanzo ed Enzo Fiammetta – si pone come l’appuntamento scientificamente più denso delle giornate inaugurali, riannodando le fila di un discorso interrotto tra estetica e impegno civile.

L’avanguardia come fondamento civico

Se la rifondazione di Gibellina, sotto l’egida visionaria di Ludovico Corrao, è stata spesso letta attraverso il monumentalismo maschile di Consagra, Quaroni o Samonà, la rassegna al MAC – Museo d’Arte Contemporanea restituisce una verità più complessa. Le protagoniste – Accardi, Battaglia, Boero, Ducrot e Vigo – non furono ospiti di un progetto, ma co-autrici di una visione.

Carla Accardi, trapanese di nascita ma cittadina delle avanguardie mondiali, ha operato qui una sintesi rara: il suo astrattismo, lungi dall’essere un esercizio solipsista, è diventato a Gibellina una grammatica spaziale. Le sue opere dialogano con la struttura stessa della città frontale, opponendo alla fragilità del territorio la solidità di un segno che si fa architettura mentale.

Dal reportage alla luce: il mosaico delle presenze

Il percorso espositivo si snoda attraverso dialoghi serrati. C’è la Letizia Battaglia meno iconografica, quella capace di catturare il silenzio sospeso del post-terremoto, offrendo una testimonianza che trascende la cronaca per farsi antropologia visuale. Accanto a lei, la ricerca materica di Renata Boero e l’indagine tessile di Isabella Ducrot richiamano una ritualità arcaica eppure modernissima, dove la cura della materia diventa metafora della cura del corpo sociale.

Un capitolo a parte merita Nanda Vigo. Il suo legame con Gibellina, culminato nella progettazione della Chiesa di Gesù e Maria, trova in mostra un contrappunto teorico fondamentale. La Vigo ha saputo tradurre il sacro in un’esperienza di luce e riflessi, sottraendo lo spazio pubblico al peso del cemento per consegnarlo a una dimensione eterea, quasi cosmica.

Una nuova politica dell’attenzione

La scelta del Direttore Artistico Andrea Cusumano di inserire questo focus femminile nel cuore del programma «Portami il futuro» non è una concessione alle quote rosa del mercato dell’arte, ma un’analisi lucida sul ruolo delle artiste nel «paradigma Gibellina».

Queste donne non hanno solo prodotto oggetti estetici; hanno partecipato alla costruzione di uno spazio pubblico democratico. In un’epoca di crisi delle istituzioni culturali, il modello offerto da queste pioniere suggerisce che l’arte contemporanea è tale solo quando smette di essere ornamento per diventare fondamento di una responsabilità collettiva. Gibellina 2026 riparte da qui: dalla consapevolezza che la bellezza, per essere duratura, deve possedere il rigore del segno e il coraggio della visione.

Roberto Greco

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