L’omicidio di Giammatteo Sole, un geometra di soli ventiquattro anni, non fu un semplice episodio di sangue, ma la manifestazione plastica di una strategia criminale basata sul sospetto preventivo e sulla distruzione sistematica di ogni legame, anche solo potenziale, con i nemici del clan dei Corleonesi
Il 22 marzo 1995, la primavera siciliana si annunciava con una mitezza che strideva con il clima di plumbea oppressione che ancora avvolgeva Palermo. In quel martedì di fine marzo, la città non era solo il teatro di una ricostruzione post-stragi difficile e tormentata, ma restava il campo di battaglia di una guerra invisibile e paranoica condotta dall’ala militare di Cosa Nostra. La vicenda di Giammatteo Sole, ricostruita attraverso decenni di indagini, processi e tardive confessioni, offre uno spaccato agghiacciante sulla capacità della mafia di annientare vite totalmente estranee alle proprie logiche, trasformando la normale quotidianità di un giovane professionista in un incubo terminato con la tortura e il rogo.
Il profilo di una vittima: la normalità recisa
Giammatteo Sole rappresentava la parte sana e produttiva della società siciliana. Descritto costantemente dai familiari e dai testimoni dell’epoca come un giovane pieno di interessi, profondamente legato alla famiglia e impegnato nel proprio lavoro di geometra, Giammatteo conduceva un’esistenza lineare, priva di zone d’ombra. La sua era la Palermo dei ragazzi poco più che ventenni che cercavano di guardare oltre le macerie delle stragi di Capaci e via D’Amelio, una generazione che tentava di riappropriarsi degli spazi urbani e della socialità senza dover necessariamente fare i conti con l’ombra del condizionamento mafioso.
La totale estraneità di Giammatteo Sole ai contesti criminali è stata sancita non solo dalle sentenze dello Stato, ma anche dalle parole di chi lo ha ucciso. Gaspare Spatuzza, uno dei sicari più feroci del mandamento di Brancaccio e successivamente collaboratore di giustizia, lo definì un “ragazzino pane e acqua”, un’espressione che nel gergo criminale indica una purezza assoluta, un’assenza totale di malizia o di conoscenza dei codici d’onore. Giammatteo non aveva precedenti, non frequentava ambienti ambigui e non aveva mai manifestato interesse per le dinamiche di potere che allora laceravano la città. La sua unica “colpa”, in un sistema di coordinate paranoico come quello di Leoluca Bagarella, fu un legame affettivo del tutto inconsapevole della sorella Angela.
Angela Sole era infatti fidanzata con Marcello Grado. Per la famiglia Sole, Marcello era semplicemente uno degli amici della numerosa comitiva che frequentava la loro casa, un ragazzo come tanti con cui dividere serate e confidenze. Nessuno dei componenti della famiglia Sole, e tantomeno Giammatteo, era a conoscenza del fatto che Marcello fosse il figlio di Gaetano Grado, un boss di rilievo della fazione perdente dei “palermitani”, storico nemico dei Corleonesi e destinato a un futuro da collaboratore di giustizia. Questo corto circuito informativo tra la realtà civile e il sottomondo criminale è il nucleo della tragedia di Giammatteo: la sua vita è stata spezzata da un cognome che non gli apparteneva e da una guerra che non era la sua.
Il contesto criminale: la paranoia di Leoluca Bagarella
Per comprendere il movente dell’omicidio di Giammatteo Sole, è necessario analizzare la congiuntura storica che attraversava Cosa Nostra a metà degli anni Novanta. Dopo l’arresto di Totò Riina nel gennaio 1993, il comando effettivo dell’ala militare passò nelle mani di suo cognato, Leoluca Bagarella. Sotto la sua guida, l’organizzazione criminale non si limitò a proseguire la strategia di attacco frontale allo Stato, ma avviò una violenta e ossessiva epurazione interna volta a eliminare ogni possibile minaccia residua da parte dei clan sconfitti nella seconda guerra di mafia degli anni Ottanta.
Il fantasma del ritorno degli “scappati”
Il timore ossessivo che attanagliava i vertici corleonesi in quel periodo era il ritorno in Sicilia degli “scappati”, ovvero i membri delle famiglie Inzerillo, Bontate e Grado che, sfuggiti allo sterminio del 1981-83, si erano rifugiati negli Stati Uniti. Secondo diverse informative dell’epoca e le successive rivelazioni dei collaboratori, circolava negli ambienti mafiosi il sospetto che Gaetano Grado e Salvatore “Totuccio” Contorno stessero riorganizzando le fila per un attacco finale ai Corleonesi, includendo un presunto piano per rapire i figli di Totò Riina come ritorsione e strumento di ricatto.
Questa minaccia, reale o presunta, scatenò una reazione di inaudita ferocia. Bagarella ordinò al gruppo di fuoco di Brancaccio, guidato dai fratelli Graviano e da Antonino Mangano, di monitorare e colpire chiunque fosse legato ai Grado. Marcello Grado, il fidanzato di Angela Sole, fu ucciso agli inizi di marzo del 1995, poche settimane prima di Giammatteo, freddato in pieno giorno tra la folla di un mercato rionale. L’uccisione di Marcello non fu però sufficiente a placare la sete di informazioni di Bagarella. Egli voleva sapere dove si nascondesse Gaetano Grado e quali fossero i dettagli del piano contro i Riina. In questa logica, ogni persona vicina a Marcello Grado diventava una potenziale fonte da “spremere” attraverso il rapimento e la tortura.
La “strage dei ventenni” e il nichilismo mafioso
L’omicidio Sole si inserisce in quella che alcuni magistrati, tra cui Alfonso Sabella, hanno definito la “strage dei ventenni”, una serie di esecuzioni barbare che colpirono giovani la cui unica colpa era la frequentazione, spesso inconsapevole, con i figli dei boss rivali. Il periodo fu caratterizzato da una violenza che lo stesso Sabella ha descritto come quasi nichilista, alimentata anche dal lutto personale di Bagarella per il suicidio della moglie Vincenzina Marchese, avvenuto proprio nel marzo 1995. La perdita della moglie sembra aver accentuato la crudeltà del boss, portandolo a dare ordini di morte gratuiti e spietati, privi di una reale utilità strategica, ma volti a riaffermare un controllo assoluto basato sul terrore indiscriminato.
La dinamica del sequestro: il metodo dei finti poliziotti
La sera del 22 marzo 1995, Giammatteo Sole stava rientrando a casa dal lavoro. Il percorso era quello di sempre, un tragitto sicuro in una città che il giovane geometra sentiva propria. Tuttavia, quella normalità fu interrotta da un espediente tipico della strategia criminale del mandamento di Brancaccio: l’utilizzo di finte divise e auto civetta per simulare un controllo di polizia.
L’intercettazione e il fermo
Giammatteo fu affiancato da una pattuglia. A bordo c’erano sicari esperti come Gaspare Spatuzza e altri esponenti del gruppo di fuoco di Brancaccio, alcuni dei quali indossavano uniformi che li rendevano indistinguibili da veri agenti. Giammatteo, da cittadino onesto e rispettoso della legge, non ebbe alcun timore nel fermarsi. Secondo le ricostruzioni processuali basate sulle deposizioni di Spatuzza, il giovane era assolutamente tranquillo, convinto che si trattasse di un banale accertamento stradale.
Una volta fermato, il giovane venne fatto salire su una Fiat Croma rubata. È in questo momento che la finzione delle forze dell’ordine svanì, lasciando spazio alla realtà del sequestro. Giammatteo fu immobilizzato e trasportato in un magazzino nella zona di San Lorenzo, un territorio controllato da famiglie mafiose strettamente legate ai Corleonesi, dove l’organizzazione disponeva di luoghi sicuri per interrogare le proprie vittime lontano da sguardi indiscreti.
L’interrogatorio e l’incomunicabilità dell’innocenza
Ciò che accadde all’interno di quel magazzino rappresenta uno dei momenti più tragici della cronaca nera mafiosa. Giammatteo Sole fu sottoposto a un interrogatorio serrato. I mafiosi gli chiedevano dei Grado, dei loro spostamenti, del piano per rapire i figli di Riina. Ma Giammatteo non poteva rispondere, semplicemente perché non sapeva nulla. Non faceva parte di quel mondo, non ne conosceva i segreti, non comprendeva nemmeno il linguaggio dei suoi aguzzini.
Gaspare Spatuzza ha riferito nei verbali d’interrogatorio un dettaglio che ha scosso profondamente l’opinione pubblica e gli stessi inquirenti: nelle prime fasi del sequestro, Giammatteo rideva: «Quello veramente ci pareva che stavamo scherzando, una cosa del genere perché è una persona al di fuori di ogni cosa. Dissi: ma che è stupido questo, in una situazione del genere così delicata e ride? Ma quello veramente rideva perché non aveva vissuto mai in un mondo capiva cose del genere…».
Quella risata non era un atto di sfida né di coraggio incosciente. Era la risata dell’innocenza assoluta, di chi non riesce a concepire la possibilità del male puro. Giammatteo credeva che quel sequestro fosse uno scherzo di amici o un incredibile errore che si sarebbe risolto in pochi minuti. Solo quando la violenza divenne fisica e brutale, il giovane comprese la gravità della situazione, ma a quel punto la sua incapacità di fornire informazioni utili divenne, agli occhi dei mafiosi, una condanna a morte. Per Bagarella, se Giammatteo non parlava, significava o che era un complice fedelissimo dei Grado o che, comunque, non serviva più a nulla e la sua liberazione avrebbe rappresentato un rischio inaccettabile.
L’esecuzione e il rogo di Villagrazia di Carini
Dopo essere stato torturato senza esito, Giammatteo Sole fu strangolato. La decisione fu presa rapidamente: l’ordine di Bagarella era chiaro, nessuno dei soggetti prelevati nell’ambito dell’operazione contro i Grado doveva restare in vita. La morte per strangolamento era la firma della “pulizia” interna operata dai Corleonesi, un metodo che non lasciava bossoli e permetteva una gestione più silenziosa del cadavere.
Tuttavia, per Giammatteo Sole, l’orrore proseguì anche dopo la morte. Il corpo fu caricato nuovamente sulla Fiat Croma e trasportato alla periferia di Villagrazia di Carini. In un terreno isolato, l’auto fu data alle fiamme con il cadavere all’interno. Questa tecnica serviva a distruggere ogni traccia biologica e a rendere difficile, se non impossibile, l’identificazione della vittima, oltre a fungere da macabro segnale di potere sul territorio.
I carabinieri che pattugliavano la zona notarono il rogo poco prima della mezzanotte del 22 marzo. Quando le fiamme furono domate, ciò che restava di Giammatteo era irriconoscibile. L’identificazione fu un processo doloroso e tecnico: furono determinanti alcuni piccoli oggetti metallici che avevano resistito alle altissime temperature. La fibbia dell’orologio e i bottoni di un paio di jeans furono i soli resti che permisero alla famiglia di dare un nome a quel corpo carbonizzato. I jeans, ironia tragica del destino, Giammatteo li aveva presi in prestito dal fratello Massimo proprio quella sera, un dettaglio che avrebbe tormentato il fratello sopravvissuto per anni.
L’iter processuale: verità e giustizia
La giustizia per Giammatteo Sole non fu rapida, ma fu rigorosa. Il percorso giudiziario si è snodato attraverso diversi anni di indagini, partendo dai primi riscontri balistici e forensi sul luogo del rogo, fino ad arrivare alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che hanno permesso di ricostruire l’intera filiera di comando.
La sentenza n. 1/99
Il momento di svolta fu il processo celebrato davanti alla Corte d’Assise di Palermo, che si concluse nel gennaio del 1999 con la sentenza n. 1/99. Questa sentenza ha stabilito con chiarezza le responsabilità individuali, condannando all’ergastolo i vertici e gli esecutori del delitto.
I principali condannati furono Leoluca Bagarella, identificato come il mandante supremo, l’uomo che aveva pianificato la strategia di sterminio dei legami dei Grado; Antonino Mangano, capo del gruppo di fuoco di Brancaccio, organizzatore materiale delle fasi del sequestro; Gaspare Spatuzza, esecutore materiale e uno dei finti poliziotti che effettuarono il fermo; Cosimo Lo Nigro, Nicolò Di Trapani, Giuseppe Guastella e Giusto Di Natale, membri del commando operativo che parteciparono a vario titolo alle fasi del sequestro e della soppressione del cadavere.
La sentenza non si limitò a irrogare le pene, ma scrisse pagine importanti sulla natura del crimine, definendolo come una delle manifestazioni più abiette della crudeltà mafiosa per la totale assenza di colpa della vittima.
Il valore della collaborazione di Gaspare Spatuzza
Sebbene la condanna per l’omicidio Sole fosse già stata emessa nel 1999, la collaborazione di Gaspare Spatuzza, iniziata quasi dieci anni dopo, nel 2008, ha aggiunto dettagli fondamentali che hanno permesso di comprendere non solo il “come”, ma anche il “perché” umano e psicologico di quella morte. Spatuzza, nelle sue deposizioni, ha manifestato un segno di pentimento specifico per il caso Sole, ricordando Giammatteo come l’esempio della vittima che più ha pesato sulla sua coscienza per la sua manifesta e “scandalosa” innocenza.
Il riconoscimento formale da parte dello Stato arrivò con il Decreto n. VT/1186 del 20 gennaio 2000, che classificò Giammatteo Sole come “Vittima innocente del terrorismo e della criminalità organizzata”, garantendo ai familiari l’accesso ai fondi di solidarietà previsti dalla legge 512/99. Questo atto amministrativo, pur non restituendo la vita a Giammatteo, ha rappresentato la definitiva riabilitazione della sua memoria di fronte alla collettività.
Testimonianze: il dolore e la rinascita di una famiglia
Le testimonianze raccolte nel corso degli anni dai familiari di Giammatteo, e in particolare dal fratello Massimo Sole, offrono una prospettiva drammatica sull’impatto che un omicidio di mafia ha sul nucleo degli affetti più cari.
Massimo Sole: dalla depressione all’impegno civile
Massimo Sole è diventato negli anni uno dei volti più noti dell’impegno civile a Palermo, ma il suo percorso è stato segnato da anni di oscurità. Egli ha raccontato spesso come, per i primi anni dopo l’omicidio, fosse sprofondato in una grave forma di depressione, incapace di accettare una morte così assurda e violenta. La sua vita era rimasta congelata in quella notte di marzo, tormentata dal senso di colpa per aver prestato quei jeans a Giammatteo e dal pensiero che, forse, l’obiettivo dei mafiosi fosse proprio lui, Massimo, più attivo nella comitiva e quindi più “visibile”. «Con Giammatteo condividevo tutto: avevamo gli stessi amici, giocavamo con gli stessi giocattoli. Non eravamo gemelli, ma era come se lo fossimo. Quando è stato ucciso, io avevo 21 anni e lui 23… Di lui è stato fatto il riconoscimento dalla fibbia dell’orologio e dai bottoni del jeans, un paio di pantaloni che erano miei» ebbe a dichiarare Massimo Sole.
La rinascita di Massimo Sole è passata attraverso la testimonianza. Egli ha deciso di trasformare il dolore in memoria viva, partecipando a incontri con gli studenti e aderendo al movimento delle Agende Rosse di Paolo Borsellino. Per Massimo, parlare di Giammatteo è un modo per farlo vivere ancora: “Sento Giammatteo quando sono nella casa in cui siamo cresciuti… Parlo e parlerò sempre di lui”. Il suo impegno è volto a spiegare ai giovani che la mafia non è un mondo di eroi o di uomini d’onore, ma di criminali “feroci e stupidi” che uccidono ragazzi che ridono perché non conoscono il male.
La voce dei magistrati e delle forze dell’ordine
Il magistrato Alfonso Sabella, che ha gestito alcune delle fasi più calde della cattura dei Corleonesi, ha più volte citato il caso Sole come l’emblema della “barbarie gratuita” dell’era Bagarella. Nelle analisi di Sabella, emerge come l’omicidio di Giammatteo non avesse alcuna utilità militare per Cosa Nostra. Fu un atto dettato dalla paranoia e dalla necessità di Bagarella di mostrare ai propri fedelissimi che nessuno era intoccabile e che ogni minimo sospetto sarebbe stato punito con la morte.
Anche esponenti delle forze dell’ordine hanno espresso, nel tempo, un profondo senso di scacco per l’uso distorto che la mafia fece delle loro divise per adescare Giammatteo. Questo “tradimento dell’uniforme”, seppur simulato dai criminali, ha rappresentato per anni una ferita nel rapporto di fiducia tra cittadini e Stato, una ferita che solo la successiva cattura di tutti i responsabili ha iniziato a rimarginare.
Il contesto geografico e simbolico: Villagrazia di Carini e Parco Uditore
La geografia del delitto Sole tocca punti diversi della provincia di Palermo, ognuno dei quali è oggi diventato un luogo di memoria o di riflessione.
Villagrazia di Carini: il luogo del rogo
Villagrazia di Carini, dove fu ritrovata la Fiat Croma carbonizzata, è stata per anni associata esclusivamente a quel tragico evento. Oggi, il comune di Carini si impegna attivamente nel ricordare Giammatteo attraverso cerimonie istituzionali e il coinvolgimento delle scuole. La memoria in questi luoghi serve a de-mafizzare il territorio, riappropriandosi di spazi che la criminalità aveva utilizzato come discariche di morte.
Il melograno al Parco Uditore di Palermo
A Palermo, all’interno del Parco Uditore, è stato piantato un albero di melograno dedicato a Giammatteo Sole. Il melograno, simbolo di fertilità e di unione dei chicchi sotto un’unica buccia, rappresenta la comunità che si stringe attorno alla vittima. La targa commemorativa, con la poesia di Domenico Galioto, definisce Giammatteo un “giovane virgulto reciso da mano mafiosa” e auspica che la sua terra, un tempo intrisa di lacrime, possa ora accogliere le radici di una nuova vita civile.
L’eredità di una risata
La storia di Giammatteo Sole rimane una delle più dolorose e, paradossalmente, più luminose della resistenza civile siciliana. La sua “risata” durante il sequestro è diventata l’emblema di un’alterità assoluta rispetto al fenomeno mafioso. Giammatteo è morto perché non parlava la lingua della mafia, perché non ne conosceva i codici, perché la sua vita era proiettata verso un futuro di lavoro e onestà che i suoi aguzzini non potevano nemmeno immaginare.
Il lavoro di memoria portato avanti da Massimo Sole e dalle associazioni come Libera ha permesso che Giammatteo non venisse ucciso una seconda volta dall’oblio. Il riconoscimento dello Stato e le sentenze di condanna hanno messo un punto fermo sulla verità storica: Giammatteo Sole era, ed è, una vittima innocente, un cittadino che la mafia ha tentato di cancellare ma che la società civile ha scelto di custodire come un monito perenne.
Oggi, l’ombra di quel rogo a Villagrazia di Carini è stata diradata dalla luce di una consapevolezza collettiva che vede in Giammatteo non solo un nome su una lapide, ma un simbolo di quella Palermo che, pur tra mille difficoltà, ha imparato a rifiutare “il puzzo del compromesso” per abbracciare “il fresco profumo della libertà”. La sua vicenda continua a insegnare che la lotta alla mafia non è solo una questione di polizia o di tribunali, ma una sfida culturale che si vince difendendo la normalità, il diritto di ridere e di vivere senza dover conoscere, per forza, i nomi di chi comanda nell’ombra.
Roberto Greco