L’altra domenica e la genesi della televisione moderna: l’avanguardia di Renzo Arbore e Ugo Porcelli nella Rai del 1976

Ideato da Renzo Arbore e Ugo Porcelli, il programma non fu soltanto una risposta editoriale alla nascente concorrenza interna tra le reti Rai, ma un riflesso delle profonde trasformazioni sociali e politiche che l'Italia stava attraversando alla metà degli anni Settanta, Come affermato da Aldo Grasso, nulla è stato più lo stesso dopo quel 28 marzo 1976: la televisione italiana aveva finalmente trovato il suo respiro internazionale e la sua anima più autenticamente eversiva

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Dalle Sorelle Bandiera al “giovane” Benigni: come L’altra domenica sfidò gli Anni di Piombo con l’ironia

Il 28 marzo 1976 segna una data di rottura definitiva nella cronologia dei media italiani, un momento in cui la liturgia della domenica pomeriggio venne scossa da un’improvvisa ondata di anarchia creativa, cosmopolitismo e ironia surreale. In quella data, sulla Rete 2 della Rai, fece il suo esordio L’altra domenica, un programma destinato a cambiare per sempre il linguaggio televisivo nazionale, trasformando il piccolo schermo da freddo strumento pedagogico in un laboratorio di sperimentazione interattiva. Ideato da Renzo Arbore e Ugo Porcelli, il programma non fu soltanto una risposta editoriale alla nascente concorrenza interna tra le reti Rai, ma un riflesso delle profonde trasformazioni sociali e politiche che l’Italia stava attraversando alla metà degli anni Settanta.

La genesi de L’altra domenica si colloca in un vuoto legislativo e culturale colmato dalla Legge di Riforma della Rai del 1975, che aveva sancito il passaggio del controllo dell’ente radiotelevisivo dal Governo al Parlamento, inaugurando l’era della lottizzazione ma anche quella di una feconda pluralità di voci. In questo scenario, la Rete 2, diretta da Massimo Fichera, assunse il ruolo di canale alternativo, intellettualmente vivace e orientato verso un pubblico più giovane e meno legato alle tradizioni conservatrici della Prima Rete. L’altra domenica divenne l’ariete di questa rivoluzione, portando nelle case degli italiani uno spirito goliardico derivato dall’esperienza radiofonica di Alto gradimento, ma adattato con sapienza visionaria ai codici visivi del mezzo televisivo.

Il contesto storico e la sfida dei palinsesti domenicali: Rete 1 contro Rete 2

Per comprendere l’impatto dirompente de L’altra domenica, è necessario analizzare la struttura del palinsesto Rai dell’epoca. La domenica pomeriggio era tradizionalmente il territorio della Rete 1 ma non esisteva un varietà o un programma di intrattenimento leggero che coprisse l’intero pomeriggio. La parte centrale del pomeriggio era dominata dallo sport. Prima di 90° minuto (nato nel 1970), le cronache sportive erano frammentate. Spesso nel tardo pomeriggio andavano in onda programmi per bambini e ragazzi, come telefilm o cartoni animati, spesso trasmessi nel tardo pomeriggio prima della fascia serale.Il palinsesto prevedeva programmi brevi come documentari, rubriche culturali o sceneggiati. Il cambiamento arrivò nell’ottobre del 1976 con il lancio di Domenica In, condotta da Corrado Mantoni. Se il programma di Corrado si configurava come un contenitore “fiume” di sei ore, rassicurante e rivolto alla famiglia media italiana, L’altra domenica nacque invece esplicitamente per intercettare una fetta di pubblico diversa: gli studenti, gli intellettuali, i giovani e tutti coloro che cercavano un’alternativa alla TV “paludata” e istituzionale.

Il confronto tra i due modelli domenicali rifletteva la spaccatura sociale dell’Italia di quegli anni. Da un lato, una televisione che accompagnava il riposo festivo con garbo e formalismo; dall’altro, una televisione che sfidava lo spettatore, lo coinvolgeva in giochi surreali e gli apriva finestre sulle capitali del mondo underground. Questa dialettica era alimentata anche dal clima di “austerity” economica che caratterizzava la seconda metà degli anni Settanta: a causa della crisi energetica e delle domeniche a piedi, milioni di italiani erano costretti a rimanere in casa, rendendo la televisione il centro gravitazionale della vita sociale.

La competizione non era vissuta come un conflitto distruttivo, ma come una necessaria differenziazione dell’offerta del servizio pubblico. Renzo Arbore ha più volte ricordato come Domenica In nacque pochi mesi dopo il suo esperimento proprio per offrire un’alternativa più ingessata e istituzionale, in grado di bilanciare la carica eversiva della Rete 2. Inizialmente, L’altra domenica non registrava ascolti stratosferici, ma divenne rapidamente un programma di culto, un punto di riferimento per l’avanguardia culturale del Paese.

L’evoluzione del format: dal tandem Barendson-Arbore all’autonomia creativa

La storia de L’altra domenica non è lineare, ma segnata da una progressiva maturazione stilistica. Nella sua prima stagione, il programma andava in onda in bianco e nero e vedeva Arbore affiancato da Maurizio Barendson, allora caporedattore della redazione sportiva del TG2. Questa fase pionieristica mostrava un ibrido tra l’informazione sportiva “seria”, necessaria per giustificare la collocazione domenicale e la concorrenza a 90° minuto, e i primi momenti di varietà surreale firmati da Arbore e Porcelli. I servizi erano curati da giganti come Gianni Minà e lo stesso Arbore, con collegamenti che cercavano di unire il mondo del jazz con la letteratura, come nel caso dell’intervista di Minà a Charlie Mingus su Sciascia.

Dalla seconda edizione, tuttavia, la componente spettacolare iniziò a soffrire l’ingombro sportivo. Come analizzato dallo stesso Arbore, il programma si trasformò in un contenitore autonomo, allungando la sua durata da 70 minuti a due ore. In questa fase, L’altra domenica abbandonò definitivamente la “paludatezza” giornalistica per abbracciare quella che Aldo Grasso definirà poi come la “neo-televisione”: un flusso di immagini e suoni dove l’improvvisazione regnava sovrana e dove il confine tra chi faceva la televisione e chi la guardava diventava sempre più labile.

Ugo Porcelli, in qualità di produttore esecutivo e collaboratore storico di Arbore, fu l’eminenza grigia che permise a questo caos creativo di funzionare all’interno delle rigide strutture aziendali della Rai. La filosofia del programma si basava su un paradosso comunicativo: la “sciatteria e superficialità nei servizi” veniva dichiarata come slogan per nascondere, in realtà, un’attenzione maniacale alla ricerca del nuovo e dell’insolito. Era una televisione che non aveva paura di mostrare i propri fili, i propri monoscopi e le proprie incertezze, trasformandoli in elementi di stile.

La rivoluzione interattiva: il telefono come strumento di prossimità

Uno degli elementi più significativi che hanno contribuito al cambiamento della televisione italiana fu l’introduzione del telefono come strumento di interazione diretta con il pubblico. Prima de L’altra domenica, il telefono era un oggetto estraneo allo studio televisivo, o relegato a ruoli puramente burocratici. Arbore e Porcelli, forti dell’esperienza radiofonica, decisero di renderlo il cuore pulsante del programma, assegnandogli un ruolo centrale attraverso quiz condotti dallo stesso Arbore.

Il numero 3139 divenne una sorta di chiave d’accesso a un mondo dorato e proibito. Attraverso giochi come Indovina indovinello dove sta la caramello o l’oggetto misterioso, i telespettatori potevano vincere somme modeste, ma soprattutto potevano sentirsi parte di una comunità. Questa interattività ebbe un impatto sociale profondo: in un periodo in cui il cittadino si sentiva spesso impotente di fronte alle dinamiche violente della politica e degli Anni di Piombo, la possibilità di chiamare la televisione e parlare con Renzo Arbore rappresentava una forma di democrazia leggera e rassicurante.

Un aneddoto celebre racconta di come il direttore del TG2, Andrea Barbato, avesse dato istruzioni ad Arbore di far parlare persino le Brigate Rosse nel caso in cui avessero chiamato il programma, segno della tensione ma anche della straordinaria apertura sperimentale di quella Rai riformata. Sebbene le BR non chiamarono mai, l’episodio sottolinea come L’altra domenica fosse percepita come un canale di comunicazione diretto e imprevedibile con la realtà esterna.

La galleria dei personaggi: una tassonomia del talento e della trasgressione

Il successo de L’altra domenica non sarebbe stato possibile senza la “Banda Arbore”, un cast eterogeneo di artisti che rappresentavano la rottura con i canoni estetici del passato. Ogni personaggio inserito da Arbore e Porcelli portava con sé una carica di novità che scardinava i cliché televisivi dell’epoca.

I protagonisti della rivoluzione arboriana

Fonte: archivio RAI

Roberto Benigni: nei panni di un improbabile critico cinematografico, Benigni portò in televisione una fisicità dirompente e un linguaggio che mescolava l’alto e il basso, il sacro e il profano. Le sue invettive contro il “transistor”, il “monoscopio” e la massa di fili della Rai erano in realtà una satira meta-televisiva che anticipava la decostruzione del mezzo tipica degli anni Ottanta.

Le Sorelle Bandiera: il trio composto da tre uomini travestiti (Neil Hansen, Tito LeDuc e Mauro Bronchi) rappresentò la sfida più audace al costume conservatore italiano. I loro balletti ironici e canzoni come Fatti più in là scardinavano i cliché della femminilità e portavano la cultura del cabaret trasformista nel cuore della domenica pomeriggio, provocando scandalo ma anche una lenta trasformazione della sensibilità collettiva.

Andy Luotto: come “valletto muto” o cugino americano, Luotto utilizzava la mimica e il surrealismo per creare sketch che sfidavano la logica narrativa del varietà. Il suo celebre “pesce d’aprile” al TG2 nel 1979 dimostrò quanto il pubblico fosse ormai assuefatto allo stile surreale del programma, tanto da credere alle sue improbabili corrispondenze.

Mario Marenco: con i suoi personaggi strampalati come Mister Ramengo, Marenco incarnava l’anima più anarchica e colta dell’umorismo di Arbore, una “difesa militante del diritto al cazzeggio” che rifiutava la malinconia esistenziale tipica di certa comicità intellettuale.

Milly Carlucci: al suo debutto, la Carlucci fu la capofila delle “ragazze parlanti”, figure femminili che rompevano il dogma della valletta silenziosa, dimostrando competenza, ironia e capacità di gestire la diretta.

Questa galleria di volti non era solo una scelta artistica, ma un progetto culturale coordinato da Arbore e Porcelli per dare voce a un’Italia che non si riconosceva nei mezzobusti seriosi del telegiornale. Era una televisione che, come ricordato da Arbore, nasceva da una “curiosità e voglia di scoprire cose nuove” che oggi sembra essersi trasferita quasi esclusivamente sui social media.

Il respiro cosmopolita: corrispondenze dal mondo e musica dal vivo

In un’epoca in cui la televisione italiana era profondamente radicata in una dimensione nazionale, se non provinciale, L’altra domenica aprì finestre inaspettate sulle capitali della cultura mondiale. Grazie a corrispondenti come Isabella Rossellini da New York, Michel Pergolani da Londra, Francoise Riviere da Parigi, Francoise Riviere da Parigi, Silvia Annichiarico da Milano, Fabrizio Zampa da Roma e Patrizia Schisa da Napoli il programma portava nelle case degli italiani un respiro internazionale. Queste corrispondenze non erano semplici servizi giornalistici, ma racconti partecipati di mondi lontani, tra teatri d’avanguardia a Parigi e la scena musicale di Londra.

La musica giocava un ruolo fondamentale in questa apertura culturale. Arbore, musicista lui stesso, impose una regola ferrea: si suonava solo dal vivo. Mentre il resto della Rai continuava a utilizzare il playback per comodità tecnica, L’altra domenica ospitava performance live di David Bowie, Ray Charles, e lanciava i futuri protagonisti della musica italiana come Pino Daniele, Paolo Conte e un debuttante Vasco Rossi che nel 1979 cantava “Faccio il militare”. Questa scelta non era solo estetica, ma mirava a restituire autenticità all’evento televisivo, trasformando lo studio in un club o in un teatro di posa dove l’errore e la spontaneità erano parte integrante dello spettacolo.

Analisi critica e l’opinione di Aldo Grasso: la nascita della neo-televisione

Aldo Grasso, uno dei massimi critici televisivi italiani, ha identificato in L’altra domenica il punto di svolta verso quella che egli definisce “neo-televisione”. Secondo Grasso, il programma di Arbore e Porcelli è stato tra i primi a essere pensato esclusivamente in termini di linguaggio televisivo, staccandosi dai modelli derivati dalla radio, dal teatro o dal cinema. La televisione di Arbore non cercava di rappresentare la realtà, ma creava una propria realtà, fatta di frammenti, citazioni e auto-riflessività.

Nelle sue analisi, Grasso sottolinea come il programma abbia introdotto una “TV sartoriale”, composta da “pezzetti” che potevano essere visti anche separatamente, anticipando la logica del frammento che oggi domina le piattaforme digitali. La critica di Grasso mette in luce come L’altra domenica sia riuscita a nobilitare la televisione, un mezzo spesso considerato “minore” dai direttori dei giornali dell’epoca, dimostrando che era possibile produrre cultura attraverso l’intrattenimento leggero e l’ironia.

Un elemento centrale dell’analisi critica riguarda l’uso del mezzo televisivo come oggetto di satira. Quando Benigni o Marenco prendevano in giro la struttura stessa della Rai, stavano compiendo un atto di libertà intellettuale che ridimensionava il potere politico sul mezzo. Grasso riconosce in Arbore il merito di aver difeso il “diritto al divertimento” in anni pericolosi e cupi, offrendo una “scossa tellurica” necessaria per risvegliare il pubblico dal torpore pedagogico del monopolio.

Impatto sociale e di costume: tra austerity e Anni di Piombo

L’impatto sociale de L’altra domenica deve essere contestualizzato in un’Italia segnata da una profonda crisi d’identità. Gli anni tra il 1976 e il 1979 furono i cosiddetti “Anni di Piombo”, caratterizzati da conflitti sociali, violenza politica e una crescente sfiducia nelle istituzioni. In questo clima, L’altra domenica rappresentò un’oasi di spensieratezza, ma non di indifferenza.

Come ricordato dallo stesso Renzo Arbore, il programma era “tentato di fare satira politica”, ma scelse la via dell’umorismo surreale come forma di difesa contro la pesantezza esistenziale dell’epoca. La valenza sociale del programma si manifestò anche nella sua capacità di aggregare i giovani che si sentivano distaccati dal mondo del lavoro tradizionale e cercavano nuove forme di espressione e di ozio creativo. L’altra domenica divenne lo specchio di una fetta di mondo giovanile che, pur guardando a sinistra, rifiutava l’asprezza della conflittualità politica frontale.

L’impatto sul costume e sulla femminilità

Il programma contribuì a ridefinire i canoni della femminilità televisiva. Le “ragazze parlanti” non erano più oggetti decorativi, ma soggetti attivi, capaci di ironia e di gestione degli spazi. Allo stesso tempo, le Sorelle Bandiera portarono nelle case italiane il tema dell’ambiguità sessuale e del travestitismo, trattandolo con una leggerezza che permetteva di superare i pregiudizi attraverso la risata. Questo approccio “gentile” alla rivoluzione dei costumi fu probabilmente più efficace di molti discorsi teorici, poiché riuscì a insinuarsi nelle pieghe della società attraverso lo spettacolo.

L’austerity, inoltre, giocò un ruolo fondamentale nel successo del programma. Le domeniche a piedi costringevano le famiglie a restare in casa, e L’altra domenica offriva un viaggio virtuale a Parigi, Londra e New York, soddisfacendo quella sete di cosmopolitismo che la realtà economica del tempo rendeva difficile da appagare fisicamente.

Dal piccolo schermo al cinema: Il Pap’occhio e la censura

L’esperienza de L’altra domenica fu talmente densa di creatività che sfociò in maniera naturale nel cinema con il film Il Pap’occhio (1980), diretto dallo stesso Arbore. Il film vedeva il cast della trasmissione interpretare se stesso, assunto dal Papa (un allora appena eletto Giovanni Paolo II, interpretato da Manfredi) per creare una televisione vaticana più moderna e allegra, capace di attrarre i giovani.

Il film fu un esperimento di umorismo goliardico che portò sullo schermo lo stesso spirito di improvvisazione del programma televisivo. Tuttavia, la pellicola fu accolta da polemiche e interventi della censura per offesa al sentimento religioso, dimostrando quanto il potenziale eversivo del gruppo di Arbore fosse ancora percepito come pericoloso una volta uscito dal perimetro protetto della Rete 2. Nonostante le difficoltà legali, Il Pap’occhio rimane un documento prezioso per comprendere la chimica irripetibile che si era creata tra Arbore, Porcelli, Benigni, Marenco e tutto il gruppo de L’altra domenica.

L’eredità storica e il contributo al cambiamento della televisione italiana

L’eredità de L’altra domenica è visibile ancora oggi in gran parte della televisione generalista e digitale. Il programma ha lasciato un’impronta indelebile sotto diversi profili. Innanzitutto la frammentazione del palinsesto. Prima de L’altra domenica, i programmi erano blocchi monolitici. Arbore ha introdotto la logica del segmento, della clip, dell’intervento improvvisato che rompe il flusso, una struttura che oggi è alla base di programmi come Striscia la notizia o i vari late show. Renzo Arbore ha inaugurato la figura del conduttore che è anche autore totale del proprio spazio, portando in TV una visione artistica personale e non semplicemente eseguendo un copione scritto da funzionari aziendali. L’uso del telefono, inoltre, ha aperto la strada alla partecipazione del pubblico che oggi si esprime attraverso i social media e il televoto. Arbore e Porcelli hanno intuito che lo spettatore voleva smettere di essere un testimone passivo per diventare un comprimario. Il programma ha fuso insieme informazione, spettacolo, musica live, satira e gioco, creando un ibrido che ha rotto le rigide divisioni tra generi televisivi tipiche della TV degli anni Sessanta.

Ugo Porcelli, riflettendo cinquant’anni dopo, ha ribadito come L’altra domenica sia stata un “riferimento catodico altro” sul quale è stata costruita la modernità televisiva. Il programma non ha solo intrattenuto, ma ha insegnato a una nazione a guardarsi con occhi diversi, più aperti verso il mondo e meno timorosi del futuro.

L’altra domenica non è stata solo una trasmissione di successo, ma un atto di coraggio editoriale e artistico. Renzo Arbore e Ugo Porcelli hanno saputo interpretare lo spirito di un’epoca, trasformando la domenica pomeriggio in uno spazio di libertà e innovazione. Come affermato da Aldo Grasso, nulla è stato più lo stesso dopo quel 28 marzo 1976: la televisione italiana aveva finalmente trovato il suo respiro internazionale e la sua anima più autenticamente eversiva.

Roberto Greco

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