Fondazione Giornalismo Mediterraneo: “Il giornalismo non è in crisi, lo sono i giornali”

La Fondazione Giornalismo Mediterraneo è stata presentata a Palermo: obiettivi, workshop, fondatori e visione del presidente Giorgio Romeo sul futuro del giornalismo

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In un’epoca in cui il giornalismo viene spesso raccontato come un settore in declino, tra crisi economiche e trasformazioni digitali, c’è chi prova a ridefinirne il senso più profondo. La Fondazione Giornalismo Mediterraneo ETS nasce proprio da questa esigenza: non salvare un sistema in difficoltà, ma ripensare il ruolo stesso dell’informazione, a partire dalla Sicilia, cuore geografico e simbolico del Mediterraneo.

La presentazione si è svolta il 9 aprile 2026 alla GAM – Galleria d’Arte Moderna di Palermo, in un incontro che ha messo al centro il rapporto tra informazione, fiducia e comunità. A intervenire sono stati il responsabile comunicazione di Civita Sicilia Antonio Gerbino, il presidente della Fondazione Giorgio Romeo e il vicepresidente Giovanni Zagni, in dialogo con la giornalista Agnese Licata, inviata del TGR Rai Sicilia.

La Fondazione nasce formalmente nel dicembre 2025, ma affonda le sue radici nel workshop “Il giornalismo che verrà”, attivo dal 2018, e nelle “10 Points Conference”, che hanno costruito negli anni una rete internazionale di confronto sul futuro dell’informazione.

Il progetto è promosso da sei fondatori: Giorgio Romeo, Giovanni Zagni, Annalisa Monfreda, Laura Silvia Battaglia, Giuseppe Di Fazio e Guido Tiberga, figure che uniscono esperienze nel giornalismo tradizionale, digitale e internazionale. Accanto a loro, un comitato scientifico internazionale con esponenti di realtà come Reuters Institute, Pulitzer Center, Guardian e Thomson Reuters Foundation.

Nel corso dell’incontro, le domande sono state rivolte al Presidente e fondatore della Fondazione Giorgio Romeo, che ha tracciato visione, obiettivi e prospettive del progetto.

Oggi si parla molto di crisi del giornalismo: qual è il bisogno concreto a cui la Fondazione vuole rispondere, soprattutto nel contesto del Sud e della Sicilia?

«La Fondazione Giornalismo Mediterraneo nasce da un’esperienza concreta che è il workshop “Il giornalismo che verrà” che dal 2018 offre a Catania 30 borse di studio per giovani giornalisti. Questa iniziativa ha coinvolto molti colleghi da varie parti d’Italia e del mondo. A un certo punto ci siamo resi conto che era necessario fare un passo ulteriore. Costituire la fondazione con un’ambizione alta, quella di favorire il dialogo tra le sponde del Mediterraneo attraverso il giornalismo e incidere nella formazione dei giovani, offrendo percorsi gratuiti e di alto livello. Il giornalismo oggi non attraversa solo una crisi economica o tecnologica, ma una crisi di relazione. Per questo abbiamo scelto di costruire uno spazio stabile in cui formazione, ricerca e confronto possano contribuire a rafforzarlo come bene pubblico. Io dico sempre che il giornalismo non è in crisi, i giornali sono in crisi. Alcuni modelli di business non funzionano più, altri sono più percorribili. Anche la figura del giornalista cambia: oggi deve avere caratteristiche imprenditoriali, oltre alla capacità di raccontare bene i fatti».

Avete già coinvolto centinaia di giovani con workshop e borse di studio: cosa è cambiato davvero nelle loro carriere e cosa manca ancora per trattenerli in questo mestiere?

«Per alcuni giovani il workshop è stato il momento in cui hanno capito che questa professione poteva essere abitata in un altro modo. Una corsista ha chiesto di fare uno stage a Pagella Politica ed è stata poi assunta a tempo indeterminato con contratto giornalistico. Sono nate collaborazioni tra testate, come quella tra Sicilia Post e “L’altra Tunisia”, progetto ideato da una corsista. Abbiamo iniziato a scambiarci contenuti, creando un ponte tra territori e narrazioni. Molti colleghi sono scoraggiati perché la prospettiva di un’assunzione stabile è sempre più lontana e il lavoro freelance è difficile. Però esistono delle possibilità. Attraverso il workshop promuoviamo corsi per spiegare come finanziare inchieste cross-border con bandi europei o fondi internazionali, oppure come proporre pitch a redazioni straniere».

Se guardiamo tra cinque anni, come immagina la Fondazione? Quale risultato concreto vi farà dire “ne è valsa la pena”?

«Siamo degli ottimisti. Uno degli obiettivi è creare una zona franca per i giornalisti del Mediterraneo in Sicilia. La Sicilia è spesso percepita come periferia, ma è il centro del Mediterraneo. Noi siciliani abbiamo molto in comune con i tunisini, i greci, i libanesi. Vogliamo creare un dialogo internazionale tra giornalisti e operatori culturali, partendo dal territorio. Il giornalismo non è creazione di contenuti o storytelling. Il giornalismo è servizio. Lo storytelling è uno strumento, ma ha senso solo se serve le persone. Non significa solo scoprire un nuovo Watergate, ma anche lavorare sulla cultura, sulla memoria, raccontare storie marginalizzate. Fare giornalismo significa aiutare le persone a stare meglio».

In un tempo in cui la fiducia nell’informazione si fa sempre più fragile, la sfida non è solo economica o tecnologica, ma profondamente culturale. Ricostruire un legame con le comunità, restituire senso al racconto, tornare a essere necessari.

Perché il futuro del giornalismo non si gioca nella quantità delle notizie, ma nella loro capacità di incidere nella vita delle persone. E forse, proprio da Palermo e dal Mediterraneo, può nascere una nuova idea di informazione: meno rumore, più responsabilità.

Federica Dolce

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