Il femminicidio di Immacolata D’Anna, 48 anni, non è solo una vicenda chiusa nelle cronache del 2025, ma una ferita ancora aperta, che oggi torna a interrogare anche la Sicilia, dove la violenza di genere resta un fenomeno strutturale e tutt’altro che superato. A distanza di un anno, quella frase continua a pesare come un monito: “Se mi lasci ti ammazzo”.
Immacolata morì il 9 aprile 2025 all’ospedale Cardarelli di Napoli, dopo quattro giorni di agonia causati dalle ustioni riportate nell’incendio divampato nella cucina della sua abitazione ad Acerra. A provocare il rogo fu il suo ex convivente, Miloud Bougatef, 49 anni, morto sul posto. Si salvarono i genitori della donna, rifugiatisi sul balcone, mentre i figli non erano in casa.
La loro relazione era finita, ma lui non accettava la separazione. Le indagini hanno ricostruito una violenza annunciata, fatta di minacce e tensioni crescenti, fino a quella sera in cui la donna fu aggredita e intrappolata tra le fiamme, senza possibilità di fuga.
A un anno di distanza, questa storia non può essere archiviata come un caso isolato. Anche in Sicilia, infatti, il fenomeno segue traiettorie simili: relazioni interrotte, escalation di violenza, segnali ignorati o sottovalutati, fino all’epilogo più estremo.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel corso del 2024 e nei primi mesi del 2025 si è registrato un aumento dei reati legati alla violenza domestica e di genere, con una crescita significativa di maltrattamenti in famiglia e atti persecutori. In Sicilia, il quadro conferma una tendenza preoccupante: le richieste di aiuto aumentano, ma molte situazioni restano invisibili, sommerse.
Le principali città – Palermo, Catania, Messina – concentrano gran parte degli interventi dei centri antiviolenza, ma è nelle aree più marginali che il fenomeno si manifesta con maggiore difficoltà di emersione. Le associazioni contro la violenza sottolineano come molte donne arrivino ai servizi solo dopo anni di violenze, spesso senza aver mai denunciato.
Ed è proprio qui che la ricorrenza assume un significato più profondo. Le parole pronunciate dal compagno – “se mi lasci ti ammazzo e mi ammazzo” – non erano solo una minaccia, ma un indicatore preciso di rischio. Eppure, come accade in molti casi, non si sono trasformate in una denuncia.
A un anno dalla sua morte, il punto non è soltanto ricordare, ma riconoscere i segnali. In Sicilia, come nel resto d’Italia, una parte rilevante dei femminicidi è preceduta da episodi di violenza già presenti nella relazione. Intercettarli in tempo resta la sfida principale.
La prevenzione, allora, non può limitarsi alla risposta emergenziale. Serve un lavoro culturale, educativo e istituzionale, capace di intervenire prima che la violenza diventi irreversibile: accesso ai servizi, informazione, protezione tempestiva.
Serena Marotta