I fatti del 2025. Sergio Mattarella: Il doppio settennato e la tenuta della Repubblica. Anatomia di una presidenza di crisi

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La figura di Sergio Mattarella, dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana, è indissolubilmente legata a un decennio (2015-2029, se dovesse completare il secondo mandato) di frammentazione politica cronica e di crisi sistemiche in rapida successione. Assumendo la presidenza in un’epoca caratterizzata da profonda instabilità governativa, sfide economiche (come la gestione del PNRR) e tensioni geopolitiche internazionali, Mattarella non ha potuto limitare il suo ruolo a quello di mero arbitro neutro, come previsto dall’Articolo 87 della Costituzione.

Nel contesto attuale, la presidenza si è trasformata in una vera e propria “magistratura di influenza”, chiamata a supplire alle debolezze strutturali del sistema politico. La sua azione è stata costantemente orientata a ricomporre l’ampia partecipazione dei cittadini nel voto attraverso la positiva mediazione delle istituzioni verso il bene comune della Repubblica. Questa funzione di supplenza è cruciale per la tenuta democratica in un periodo di forti polarizzazioni e instabilità.

Mattarella ha saputo costruire la sua autorità sul rigore e su una coerenza granitica, qualità che lo hanno reso, suo malgrado, indispensabile in più occasioni. Attraverso la sobrietà e l’utilizzo calibrato dei discorsi istituzionali, in particolare il messaggio di fine anno, il Quirinale è divenuto un punto di riferimento morale e di rassicurazione per la nazione. Questo uso misurato del “potere morbido” ha fornito una stabilità emotiva, oltre che giuridica, alla società italiana esposta a crisi multiple, consolidando l’immagine del Capo dello Stato come contrappeso istituzionale. Il suo decimo discorso di fine anno è stato un netto richiamo all’unità nazionale e alla responsabilità collettiva, sottolineando che l’impegno di ciascuno è fondamentale per un futuro migliore.

Le radici istituzionali: la formazione del costituzionalista

Il rigore con cui Mattarella ha esercitato il suo ruolo di Garante affonda le radici in una traiettoria biografica e politica che lo ha visto passare dal legislatore impegnato al Giudice Costituzionale, un percorso di de-politicizzazione che ha plasmato la sua autorità etica e giuridica.

L’eredità siciliana e il battesimo civico

Un elemento fondamentale nella formazione morale e politica di Sergio Mattarella è l’eredità lasciata dal fratello, Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia, assassinato da Cosa Nostra nel 1980. Piersanti era un uomo impegnato nella lotta alla mafia e nel rinnovamento della Democrazia Cristiana (DC). Secondo le analisi storiche, Piersanti non andrebbe visto come un semplice “democristiano diverso,” ma come un “democristiano autentico,” impegnato a separare la matrice religiosa e culturale da qualsiasi forma di corruzione.

Questa tragedia ha conferito a Sergio Mattarella un capitale etico non negoziabile. La sua esperienza diretta con i costi della legalità e l’impegno contro il malaffare in Sicilia ha fornito la base per un esercizio intransigente del ruolo di Garante, specialmente in difesa dei valori fondanti della Repubblica e della legalità, elementi cruciali per il suo successivo potere di veto in situazioni politicamente delicate.

Dal legislatore al giudice: il percorso di ritiro politico

Prima di giungere al Colle, Mattarella ha lasciato un segno duraturo nella meccanica del sistema parlamentare italiano come legislatore. Nel 1993 fu il relatore della legge elettorale che prese il suo nome, il celebre Mattarellum. Questa legge, in vigore dal 1993 al 2005, introdusse un sistema a prevalenza maggioritaria, il 75% dei seggi erano assegnati con sistema uninominale a turno unico, corretto da una quota proporzionale del 25%. Questo sistema definì la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica e dimostrò la sua profonda comprensione delle dinamiche istituzionali e delle necessità di garantire una rappresentatività bilanciata.

La sua carriera politica attiva si è conclusa con la fine della legislatura nel 2008. Successivamente, Mattarella ha intrapreso un chiaro percorso di transizione verso gli organi di garanzia. Nel 2009 è stato eletto componente, e poi Vice Presidente, del Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa. Il passo decisivo verso l’autorevolezza super partes è avvenuto nel 2011, quando è stato eletto Giudice Costituzionale dal Parlamento, giurando l’11 ottobre.

L’esperienza di oltre tre anni alla Corte Costituzionale (fino al 2 febbraio 2015, giorno prima del giuramento come Presidente) non è un semplice titolo curriculare. Ha rappresentato un periodo di immersione totale nel diritto costituzionale, nella risoluzione dei conflitti tra i poteri dello Stato e nell’interpretazione della Carta Fondamentale. Questo bagaglio lo ha reso un tecnico del diritto costituzionale, cruciale per legittimare il suo ruolo di arbitro in una serie di crisi politiche che si sarebbero presentate (2016, 2018, 2019, 2021). Il suo percorso, dalla politica attiva agli organi di garanzia, è la preparazione tecnica che ha reso le sue decisioni al Quirinale non solo politicamente rilevanti, ma soprattutto giuridicamente inattaccabili.

Il garante dell’unità: l’interpretazione costituzionale in epoca di crisi e la lezione della Liberazione

L’azione di Sergio Mattarella si è caratterizzata per un costante richiamo ai valori fondamentali della Costituzione e all’unità nazionale, intesa non come uniformità, ma come coesione attorno ai principi fondanti della Repubblica.

Le celebrazioni della Liberazione sono state utilizzate dal Presidente per riaffermare l’identità profonda dell’Italia. In occasione dell’80° anniversario, tenutosi a Genova, Mattarella ha sottolineato che i valori della Liberazione, libertà, democrazia, dedizione all’Italia, dignità di ciascuno, lavoro e giustizia, sono quelli che animano la vita del Paese.

Il Presidente ha ribadito il legame indissolubile tra la Resistenza e la Carta Fondamentale, citando le parole di Piero Calamandrei, che indicava le montagne dove caddero i partigiani come il luogo di nascita della Costituzione. Celebrazioni come quelle avvenute in Friuli-Venezia Giulia, in Carnia, sono un riconoscimento esplicito delle radici che alimentano la vita democratica. Mattarella ha inoltre liquidato come “polemica ormai datata e senza senso” ogni tentativo di sminuire la Festa della Liberazione, poiché un popolo vive e si nutre della sua storia e dei suoi ricordi. Ha ricordato che i valori di integrità e coraggio della Resistenza, come la testimonianza di Guido Rossa a Genova, furono richiamati anche negli anni ’70 per resistere al terrorismo, dimostrando l’attualità e la permanenza dei principi ispiratori della Repubblica.

Un aspetto distintivo della sua presidenza è l’allargamento del concetto di patriottismo. Mattarella ha definito il patriottismo come inclusivo, affermando che sono patrioti anche “i migranti che amano l’Italia e ne rispettano le leggi”. Questo richiamo è in linea con i valori costituzionali di una società aperta e rispettosa delle diversità e rappresenta un contrasto diretto alle narrative che cercano di restringere l’identità nazionale.

La difesa del perimetro istituzionale

L’interpretazione rigorosa del ruolo di Garante si è manifestata nell’esercizio dei suoi poteri di verifica e di veto sull’Esecutivo. Il momento di maggiore tensione istituzionale si è verificato nel maggio 2018, durante la formazione del primo Governo Conte (M5S-Lega). Mattarella negò la nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, una figura nota per le sue posizioni critiche sull’euro e sull’Europa.

Il Capo dello Stato difese questa decisione come un atto a tutela degli “interessi economici e sociali della Repubblica” e della stabilità internazionale, sottolineando che l’Italia doveva mantenere fede ai suoi impegni internazionali. La reazione politica fu aspra, con minacce di impeachment e accuse di tradimento da parte di esponenti M5S e Lega. Tuttavia, la fermezza di Mattarella in questa crisi ha dimostrato che il Quirinale funge da ultima diga contro derive percepite come potenzialmente destabilizzanti per il quadro geopolitico e finanziario del Paese. L’episodio ha cristallizzato la comprensione che il Garante non tutela solo la Costituzione interna, ma anche la credibilità e l’allineamento europeo dell’Italia.

Il ruolo di Garante si è esteso anche alla tutela dell’imparzialità della giustizia. Mattarella ha spesso richiamato i magistrati all’etica costituzionale, ammonendo contro l’individualismo giudiziario. Ha specificato che “la toga non è un abito di scena” e che il magistrato non deve essere guidato da opinioni personali, un richiamo necessario per ricomporre il dissidio tra legge e giustizia e mantenere la fiducia dei cittadini.

L’anomalia istituzionale: le ragioni del secondo mandato, la crisi politica del 2022 e l’impasse

La rielezione di Sergio Mattarella nel gennaio 2022, un evento che lo ha reso il secondo Presidente nella storia repubblicana ad accettare un secondo settennato, rappresenta l’anomalia istituzionale più significativa della sua presidenza, con profonde implicazioni per gli equilibri costituzionali. La rielezione è stata il risultato diretto di una prolungata situazione di impasse politico, interpretata da molti costituzionalisti come la “manifestazione del fallimento dei leader dei partiti politici” nel trovare un successore condiviso e autorevole. Il dibattito sulla Presidenza era inesorabilmente legato alle sorti dell’esecutivo guidato da Mario Draghi, sostenuto da una larghissima coalizione.

L’elezione di Draghi al Quirinale era una scelta logica per la sua caratura internazionale, ma avrebbe inevitabilmente messo in discussione la tenuta del Governo e potenzialmente condotto a elezioni anticipate. Per evitare questa crisi e garantire che il Paese non perdesse risorse decisive (riferimento al PNRR) e prospettive di rilancio, si è reso necessario trovare una figura capace di intercettare un consenso davvero trasversale.

Mattarella, che si era precedentemente espresso contro l’ipotesi della rielezione per ragioni personali e costituzionali, ha ceduto di fronte alla richiesta pressante del Parlamento. Ha accettato la “nuova chiamata, inattesa, alla responsabilità” al fine di evitare il prolungarsi di una profonda incertezza politica e di tensioni. La rielezione è avvenuta all’ottavo scrutinio, raccogliendo un consenso molto ampio (75.1% dei voti), un dato che dimostra la sua autorevolezza acquisita nel primo settennato.

Precedenti, numeri e implicazioni

L’unico precedente di rielezione era quello di Giorgio Napolitano nel 2013, anch’egli rieletto per superare un blocco istituzionale. Tuttavia, Napolitano si dimise dopo appena due anni. La scelta di Mattarella non è vincolante sulla durata del suo secondo mandato, ma se dovesse rimanere in carica fino al 2029, diverrebbe il Presidente in carica per un periodo di quattordici anni.

Il dibattito sulla non rieleggibilità e la convenzione costituzionale

Sebbene la Costituzione Italiana non imponga un limite di mandati, a differenza di altri modelli repubblicani, come quello statunitense o, storicamente, francese, si era consolidata una “convenzione non scritta” contro la rielezione consecutiva, basata sull’opportunità istituzionale. La doppia rottura di questa prassi (Napolitano e Mattarella) pone dei profili di possibili squilibri costituzionali.

La dottrina si è divisa: mentre alcuni ritengono che la rielezione sia inopportuna sotto il profilo degli equilibri istituzionali, in quanto un mandato così prolungato rischia di alterare la neutralità richiesta al Garante, altri sostengono che, in caso di grave crisi e di “penuria di uomini politici”, privare le istituzioni della possibilità di rieleggere un buon Presidente sarebbe deleterio.

L’accettazione del secondo mandato da parte di Mattarella, benché dettata dall’emergenza, ha di fatto istituzionalizzato il concetto che il Presidente può agire come l’elemento strutturale capace di garantire la sopravvivenza del sistema politico in momenti di paralisi. Questo rafforza enormemente il Quirinale come centro di potere informale e solleva la preoccupazione di una presidenza onnipresente e insostituibile, rischiando di alterare la forma di governo parlamentare in senso semi-presidenziale de facto, amplificata anche dal ruolo dei media che rafforzano l’impressione di una presidenza onnipresente.

L’esercizio della garanzia: cronologia e gestione delle crisi politiche

Il lungo periodo di Mattarella è stato un esercizio continuo di mediazione e controllo istituzionale, marcato da un alto volume di crisi di governo gestite con l’obiettivo di preservare la stabilità nazionale.

Mattarella ha navigato attraverso un mare di instabilità politica. Durante il suo primo mandato (2015-2022) ha gestito la successione di quattro governi principali e relative crisi: la caduta del Governo Renzi (2016), la complessa formazione del Governo Conte I (2018), la crisi del Governo Conte I seguita dalla nascita del Governo Conte II (2019), e infine la crisi del Governo Conte II che portò alla nascita del Governo Draghi (2021).

Nel secondo mandato, Mattarella ha gestito il cambio di legislatura e il passaggio dal Governo Draghi, sostenuto da un ampio arco di forze politiche, all’attuale Governo Meloni, sostenuto da una maggioranza di centrodestra. Questo elevato numero di crisi dimostra che la dinamica del sistema parlamentare italiano è sempre più dipendente dalla funzione del Capo dello Stato.

La “magistratura di influenza” e l’armonizzazione

Di fronte alla crisi cronica dei partiti, confermata anche dall’analisi della sua rielezione, Mattarella ha esercitato il suo ruolo non solo come arbitro ma come regista. Il Quirinale agisce come una “magistratura di influenza” per tessere una rete di raccordi, armonizzare eventuali posizioni in conflitto e indicare ai vari titolari di organi costituzionali i principi in base ai quali ricercare soluzioni condivise. Il Presidente opera come mediatore positivo verso il bene comune, spingendo la politica a consolidare e sviluppare le ragioni poste dalla Costituzione alla base della comunità nazionale.

L’esempio più lampante di questa funzione è la crisi del 2021, quando l’incarico fu affidato a Mario Draghi. Quella scelta garantì la stabilità necessaria in un momento di acuta crisi sanitaria, sociale ed economica, assicurando la gestione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e proteggendo il Paese dalla fragilità di un esecutivo puramente politico. In questi momenti, il Presidente non è solo l’arbitro che fischia le irregolarità, ma il garante della funzionalità del sistema. La sua longevità e l’ampio consenso dimostrato dalla rielezione hanno rafforzato questa centralità, rendendo il Capo dello Stato il punto nevralgico della forma di governo.

Il futuro oltre il 2029: il “Toto-Presidente” e il dibattito sulla riforma costituzionale

La scadenza del secondo mandato di Mattarella all’inizio del 2029 solleva inevitabilmente la questione della successione, in un clima politico che potrebbe essere dominato dalla discussione sulla riforma della forma di governo. Dopo un settennato e mezzo (o due settennati completi) in cui Mattarella ha gestito le massime tensioni istituzionali, il successore dovrà possedere un profilo eccezionalmente forte. La necessità primaria, emersa chiaramente nel 2022, è l’abilità di intercettare un consenso ampio e trasversale, capace di prevenire crisi di governo e garantire la tenuta istituzionale.

Il profilo ideale per il successore è quello che combina competenza tecnica e giuridica con una riconosciuta autorevolezza internazionale, replicando, o superando, l’aura di super partes ottenuta da Mattarella tramite il suo percorso alla Corte Costituzionale.

Il nomenclatore dei candidati, profili accreditati

Il dibattito sul “toto-presidente” per il 2029 sarà influenzato da diversi fattori politici ed extra-politici. Tra i nomi che inevitabilmente ritorneranno vi è quello di Mario Draghi. L’ex Presidente della BCE e del Consiglio rimane una figura di altissimo profilo, percepito come una “ricchezza” e una “salvezza” per il Paese. La sua elezione segnerebbe la continuità con un modello di Garante tecnocratico e internazionalmente riconosciuto.

Oltre a Draghi, i profili più accreditati tenderanno a provenire dal mondo giuridico-istituzionale, come ex Giudici Costituzionali o personalità che hanno ricoperto le massime cariche parlamentari o ministeriali, ma che abbiano mantenuto un profilo moderato e non divisivo. Poiché Mattarella ha dedicato grande attenzione al ruolo internazionale dell’Italia, promuovendo il multilateralismo e la cooperazione in risposta alla guerra e alle sfide globali, il successore dovrà essere un interlocutore credibile e autorevole sulla scena globale, rafforzando la proiezione geopolitica italiana (UE, G7).

L’ombra della riforma: Presidenzialismo vs. Semipresidenzialismo

La prossima elezione presidenziale (2029) avverrà con molta probabilità all’ombra di un acceso dibattito sulla riforma della forma di governo. La procedura attuale di elezione del Presidente in seduta comune è stata criticata come “terribilmente antica” e “arcaica” da esponenti politici come Matteo Renzi, che chiedono che il 2029 sia l’ultima elezione con questo sistema.

Il dibattito verte sull’introduzione del presidenzialismo o del semipresidenzialismo, che permetterebbe ai cittadini di votare direttamente il Capo dello Stato. L’esito di questa discussione influenzerà profondamente il profilo del successore. Se una riforma in senso presidenziale dovesse passare, il ruolo del Capo dello Stato verrebbe rafforzato come leader dell’Esecutivo, ma ridimensionato nella sua funzione di Garante neutrale (che verrebbe distribuita tra altri organi). Se, al contrario, la riforma fallisse, l’urgenza di trovare un Garante indiscusso, che possa esercitare il potere di supplenza e influenza alla maniera di Mattarella, rimarrebbe prioritaria, confermando la centralità del Quirinale in assenza di un Esecutivo e di un Parlamento stabili.

Mattarella, l’interprete supremo della Costituzione

La presidenza di Sergio Mattarella (2015-2029) si profila per essere un’era definita dal ruolo del Garante in tempo di crisi sistemica. Attraverso il suo operato, Mattarella ha dimostrato che in un sistema parlamentare afflitto da crisi partitiche croniche, la stabilità della Repubblica ha trovato un ancoraggio saldo nella sua autorità etica, forgiata nel dramma siciliano e consolidata dall’esperienza di Giudice Costituzionale.

Al di là degli atti formali e della gestione delle nomine governative, Mattarella ha esercitato una funzione pedagogica fondamentale, ricordando costantemente alla classe politica e ai cittadini la necessità di rispettare la Costituzione come patto di convivenza non negoziabile. I suoi richiami all’unità nazionale, alla legalità, all’inclusività del patriottismo e alla memoria della Liberazione sono stati atti di interpretazione costituzionale che hanno mantenuto alta l’attenzione sul fatto che i valori di libertà, dignità e responsabilità collettiva sono la base irrinunciabile della comunità nazionale.

Il suo doppio mandato, benché anomalo e accettato con riluttanza per superare l’inerzia politica, ha garantito una leadership stabile in un periodo di massima turbolenza interna e internazionale. L’eredità di Mattarella sarà la dimostrazione che, per l’Italia contemporanea, il Presidente della Repubblica non è solo l’arbitro, ma l’Interprete Supremo, chiamato non solo a difendere le norme, ma anche a preservare lo spirito della Carta Fondamentale. La sfida del 2029 sarà trovare una figura che possa eguagliare questa statura morale e istituzionale, mantenendo l’equilibrio della Repubblica di fronte alle continue pressioni politiche e alle richieste di riforma.

Roberto Greco

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