25 marzo: l’eredità del silenzio e il dovere della riparazione

Un’analisi multidimensionale della Giornata internazionale in memoria delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica

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Il 25 marzo 2026 si configura come l’apice di un processo di consapevolezza globale volto a decostruire uno dei crimini più atroci della storia umana in nome del dovere della riparazione. La Giornata internazionale in memoria delle vittime della schiavitù e del commercio degli schiavi transatlantici, istituita ufficialmente dall’Assemblea Generale nel 2007, è divenuta nel tempo un catalizzatore per il dibattito sulla giustizia riparativa, il razzismo sistemico e la necessità di trasformare le strutture di potere ereditate dal colonialismo. Per l’anno 2026, il tema scelto, “Giustizia in azione: affrontare la storia, promuovere la dignità, potenziare il futuro“, sottolinea il passaggio critico dalla fase della pura commemorazione a quella dell’azione riparatrice concreta, un’esigenza quanto mai sentita in un’epoca segnata dal persistere di disuguaglianze strutturali che affondano le proprie radici nel traffico di esseri umani durato oltre quattro secoli.

Anatomia di un crimine contro l’umanità: la meccanica della tratta

La tratta transatlantica degli schiavi non fu un fenomeno accidentale o sporadico, bensì un’impresa commerciale globale meticolosamente organizzata che ha coinvolto per secoli le principali potenze europee, trasformando il corpo umano in una merce di scambio standardizzata. Dal XV al XIX secolo, si stima che tra i 12,5 e i 15 milioni di africani siano stati deportati forzatamente verso le Americhe e i Caraibi. Questa imponente migrazione forzata è stata alimentata dal cosiddetto “commercio triangolare”, un sistema che ha legato indissolubilmente lo sviluppo economico dell’Europa alla spoliazione sistematica dell’Africa e allo sfruttamento brutale dei territori d’oltremare.

Il processo iniziava sulle coste dell’Africa occidentale e centrale, dove le navi europee cariche di manufatti, tessuti (le celebri “Indiennes de Traite”) e armi scambiavano il loro carico con prigionieri catturati nelle guerre intestine o tramite rapimenti organizzati. Il viaggio verso le Americhe, noto come il “Passaggio di Mezzo” (Middle Passage), costituiva il cuore dell’orrore: gli schiavi venivano stipati nelle stive delle navi in condizioni di sovraffollamento estremo, privi di igiene, cibo sufficiente e acqua, con tassi di mortalità che oscillavano tra il 10% e il 19%. Coloro che sopravvivevano a questa ordalia venivano venduti nelle colonie per lavorare nelle piantagioni di zucchero, tabacco, cotone e caffè, i cui proventi tornavano in Europa per finanziare la nascita del capitalismo moderno e della Rivoluzione Industriale.

Il lascito di questo sistema è evidente nelle analisi dello sviluppo economico contemporaneo. Le ricerche evidenziano una correlazione diretta tra il numero di schiavi esportati da una determinata regione africana e le sue attuali difficoltà economiche e instabilità politica. La tratta non ha solo sottratto milioni di individui produttivi, ma ha anche innescato una spirale di violenza interna, frammentazione etnica e corruzione delle istituzioni giudiziarie locali che continua a influenzare il continente africano secoli dopo.

La trasformazione giuridica: dalla schiavitù come “diritto” allo jus cogens 

L’evoluzione del diritto internazionale rispetto alla schiavitù riflette un cambiamento radicale della coscienza globale. Nel 1800, la schiavitù era una pratica normalizzata e protetta dagli ordinamenti giuridici di molte nazioni, che utilizzavano il diritto per giustificare la proprietà di esseri umani. Tuttavia, la resistenza incessante degli africani schiavizzati, culminata in eventi come la Rivoluzione Haitiana del 1804, la prima nazione indipendente fondata da ex schiavi, e le pressioni morali del movimento abolizionista, hanno gradualmente sgretolato queste fondamenta legali.

La data del 25 marzo commemora l’approvazione dell’Abolition of the Slave Trade Act nel Regno Unito nel 1807, un atto legislativo fondamentale che proibì il commercio degli schiavi, pur non abolendo immediatamente l’istituzione della schiavitù stessa, che continuò per decenni sotto forme diverse. Oggi, il divieto della schiavitù e della tratta è considerato una norma di jus cogens, una norma imperativa del diritto internazionale consuetudinario che non ammette alcuna deroga e che impone obblighi erga omnes a tutti gli Stati.

Il quadro normativo internazionale contemporaneo: il dovere della riparazione

La condanna della schiavitù è sancita da una pluralità di strumenti internazionali che definiscono non solo l’illecito, ma anche le responsabilità individuali e statali. Innanzitutto dall ìConvenzione sulla Schiavitù del 1926, che rappresenta il primo sforzo globale di codificazione, definendo la schiavitù come l’esercizio di poteri derivanti dal diritto di proprietà su una persona. Inoltre si deve tener conto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 , il cui articolo 4 stabilisce categoricamente che nessuno può essere tenuto in stato di schiavitù o servitù. Cui si aggiunge la Convenzione Supplementare del 1956, che estende la protezione a pratiche analoghe alla schiavitù, come la servitù della gleba, il matrimonio forzato e lo sfruttamento del lavoro minorile. Inoltre lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale del 1998 include la riduzione in schiavitù tra i crimini contro l’umanità, permettendo il perseguimento dei responsabili anche a livello internazionale.

Tuttavia, la dottrina giuridica moderna mette in guardia contro la tendenza a considerare la schiavitù solo come un residuo del passato. Come osserva la giurista Marina Boschiero, il diritto internazionale si trova oggi ad affrontare “forme contemporanee di schiavitù” che, pur non essendo riconosciute de jure, operano de facto attraverso l’esercizio di un controllo assoluto che annulla la personalità giuridica dell’individuo. Questa prospettiva è essenziale per comprendere il legame tra la tratta storica e le attuali violazioni dei diritti umani, dove la vulnerabilità economica e l’isolamento sociale sostituiscono le catene di ferro.

Giustizia riparativa: il dibattito sulle riparazioni nel 2026

Il cuore pulsante delle celebrazioni del 2026 è il concetto di “Giustizia in azione“, che si traduce nella richiesta sempre più pressante di riparazioni per i danni inflitti dalla schiavitù e dal colonialismo. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha definito le riparazioni come uno strumento necessario per combattere il razzismo sistemico e superare generazioni di esclusione e discriminazione.

Il movimento per la giustizia riparativa, guidato in gran parte dalla Commissione per le Riparazioni della Comunità dei Caraibi (CARICOM), sostiene che le potenze coloniali non abbiano solo un obbligo morale, ma un vero e proprio debito finanziario e strutturale verso i discendenti degli schiavi e le nazioni africane. Le stime prodotte da organismi come il Brattle Group indicano che i risarcimenti dovuti potrebbero ammontare a trilioni di dollari, riflettendo la ricchezza estratta attraverso secoli di lavoro forzato non retribuito.

La strategia proposta dalla CARICOM non si limita a richieste pecuniarie, ma propone un modello di partnership per lo sviluppo volto a eradicare le eredità tossiche della colonizzazione. Esponenti di spicco come Sir Hilary Beckles e la professoressa Verene Shepherd sostengono che la giustizia riparativa sia il “movimento del XXI secolo”, necessario per sanare le ferite psicologiche e socio-economiche che continuano a manifestarsi attraverso la povertà persistente e l’alienazione giovanile. Secondo Shepherd, le riparazioni non sono “carità o elemosina”, ma un atto di giustizia volto a pareggiare un campo di gioco storicamente distorto.

Prospettive dei giuristi italiani: tra diritto penale e dignità costituzionale

In Italia, il dibattito sulla schiavitù e la tratta si intreccia profondamente con i valori fondamentali della Costituzione e la necessità di adeguare l’ordinamento nazionale alle sfide contemporanee. Giuristi e accademici hanno analizzato il fenomeno ponendo l’accento sulla protezione della dignità umana come cardine dell’azione dello Stato.

L’analisi di Sergio Seminara e la lacuna del lavoro forzato

Il giurista Sergio Seminara ha condotto un’analisi critica intitolata “L’incriminazione che non c’è: il lavoro forzato”, evidenziando una significativa carenza nel sistema penale italiano. Mentre a livello sovranazionale la schiavitù, la servitù e il lavoro forzato sono spesso trattati unitariamente, il codice penale italiano (Art. 600) sanziona esplicitamente la schiavitù e la servitù, lasciando il lavoro forzato in una zona d’ombra giuridica, spesso considerato solo come una “forma specifica di servitù”. Seminara sostiene l’urgenza di un’incriminazione autonoma per il lavoro forzato, definendolo una “nuova e moderna versione della sopraffazione”, particolarmente rilevante nel contesto dello sfruttamento dei braccianti migranti nell’economia sommersa.

Chiara Di Stasio e il confine tra tratta e schiavitù

La professoressa Chiara Di Stasio ha approfondito il rapporto tra la tratta di esseri umani e la riduzione in schiavitù, sottolineando come la tratta sia spesso l’attività logistica che alimenta un mercato gestito da organizzazioni criminali transnazionali. Secondo l’autrice, sebbene lo Statuto della Corte Penale Internazionale non configuri la tratta come un crimine autonomo contro l’umanità, essa può essere perseguita se riconducibile alla schiavitù tramite l’applicazione degli indicatori elaborati nelle Bellagio-Harvard Guidelines. Questa distinzione è cruciale per la responsabilità degli Stati, specialmente in relazione ai trattamenti inumani subiti dai migranti lungo le rotte migratorie, come accade oggi in Libia.

Il ruolo della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU)

La giurisprudenza della CEDU ha giocato un ruolo determinante nell’ampliare la portata dell’Articolo 4 (Divieto di schiavitù e lavoro forzato). I giuristi italiani citano spesso il caso Rantsev, in cui la Corte ha stabilito che la tratta di esseri umani, pur non menzionata esplicitamente nell’Articolo 4, ne costituisce una violazione intrinseca poiché lede la libertà e la dignità umana in modo incompatibile con una società democratica. Questo approccio “integrale” obbliga gli Stati membri, inclusa l’Italia, non solo a punire i trafficanti, ma anche a proteggere attivamente le vittime e a prevenire il reato.

Celebrazioni del 2026: eventi, cultura e memoria attiva

Le celebrazioni del 25 marzo 2026 si preannunciano come un evento di portata globale, con un programma fitto di iniziative presso la sede delle Nazioni Unite a New York e in modalità virtuale per garantire la massima partecipazione.

La sessione plenaria dell’Assemblea Generale

Oggi, mercoledì 25 marzo 2026, l’Assemblea Generale terrà la sua riunione annuale commemorativa nella Sala dell’Assemblea Generale (UN GA Hall). L’evento sarà trasmesso in diretta su UN WebTV, permettendo a cittadini e istituzioni di tutto il mondo di seguire gli interventi di figure chiave come il Segretario Generale António Guterres e la Presidente dell’80ª sessione dell’Assemblea, Annalena Baerbock.

Poesia e testimonianza: Shahaddah Jack ed Esther Phillips

Un elemento distintivo dell’anno 2026 è il riconoscimento della poesia come strumento di memoria e resistenza. L’Assemblea Generale ospiterà le testimonianze di Esther Phillips, poetessa laureata delle Barbados, la cui voce rappresenta la resilienza storica delle popolazioni caraibiche e di Shahaddah Jack, prima poetessa giovanile laureata di Toronto, Canada, che presenterà una performance di spoken word intitolata “Say it Loud”, volta a ispirare i giovani a usare la propria voce per contrastare il razzismo contemporaneo.

La mostra “A History Exposed: Black Enslavement in Canada”

Dal 18 marzo al 20 aprile 2026, il Visitors Lobby delle Nazioni Unite ospiterà una mostra innovativa dedicata alla storia dell’esclavage in Canada, curata dalla professoressa Afua Cooper. L’esposizione mira a sfatare il mito di un passato canadese immacolato, documentando l’esclavage sotto i regimi francese e britannico dal 1629 al 1834. Attraverso documenti d’archivio e opere d’arte, la mostra esplora come le persone schiavizzate abbiano preservato la loro umanità e creatività di fronte a un’ingiustizia profonda, contribuendo a una narrazione più onesta della storia nordamericana.

Schiavitù moderna: le catene invisibili del presente

Il 25 marzo non è solo uno sguardo all’indietro, ma un monito urgente per il presente. La schiavitù moderna si manifesta oggi attraverso dinamiche che, pur prive della legalità formale del passato, condividono la medesima essenza di sfruttamento e degradazione.

Le Nazioni Unite denunciano come le ideologie razziste nate per giustificare la tratta transatlantica continuino a alimentare il pregiudizio e l’esclusione contemporanea. Il lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento di tè, caffè e cacao è una testimonianza dolorosa di come i profitti continuino a scorrere dal Sud al Nord del mondo, spesso a spese dei più vulnerabili.

Il ruolo dell’educazione e della memoria nel sistema scolastico italiano

L’impegno per la memoria della schiavitù è parte integrante del percorso di “Educazione Civica” in Italia, come indicato dalle linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito. La scuola è chiamata a promuovere il valore della libertà attraverso il confronto con coloro che, in diverse parti del mondo, liberi non sono.

Come sottolineato nel toolkit “EmpowerED”, l’educazione deve mirare a contrastare il razzismo sistemico, inteso come quella forma di esclusione che impedisce alle persone razzializzate di accedere equamente alle strutture sociali e politiche. La memoria storica diventa quindi uno strumento di cittadinanza attiva: non basta ricordare le vittime del passato, ma bisogna saper riconoscere gli “indicatori di discriminazione” nel presente, come i crimini d’odio o il racial profiling.

In questo contesto, il progetto dell’UNESCO “Routes of Enslaved Peoples” offre risorse preziose per gli educatori, permettendo di analizzare come le espressioni culturali e le abilità tecniche portate dagli africani abbiano arricchito le società americane ed europee, nonostante la condizione di schiavitù.

Verso un nuovo ordine economico e morale

La celebrazione del 25 marzo 2026 si chiude con un appello alla trasformazione radicale dell’ordine internazionale. Non si può costruire un futuro di “dignità e giustizia” senza affrontare onestamente le macerie del passato. Le riparazioni, lungi dall’essere un semplice trasferimento di denaro, rappresentano un atto di “worldmaking”, un progetto di ricostruzione del mondo, volto a smantellare le strutture di dominio imperiale che ancora oggi condizionano la mobilità umana e la distribuzione della ricchezza globale.

Le voci dei giuristi, degli artisti e degli attivisti che si levano in questa Giornata internazionale indicano una strada chiara: la memoria deve tradursi in responsabilità. Che si tratti di approvare scuse formali, di cancellare il debito delle nazioni africane o di combattere il caporalato nelle campagne italiane, l’obiettivo rimane lo stesso: garantire che il “crimine contro l’umanità” che è stata la tratta transatlantica non trovi mai più spazio, sotto nessuna forma, nella nostra storia futura.

La sfida per la comunità internazionale nel 2026 è tradurre la commemorazione in “Giustizia in azione”, affinché l’eredità della sofferenza di milioni di persone diventi il fondamento di un mondo finalmente libero, equo e dignitoso per ogni essere umano, senza distinzione di razza, origine o condizione sociale.

Roberto Greco

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