Nel nuovo rapporto di Legambiente, l’Isola si conferma epicentro dell’illegalità ambientale italiana tra roghi, cemento e affari di mafia.
La Sicilia resta una delle regioni più esposte alla morsa dell’illegalità ambientale. È terza in Italia per numero di reati, con 3.816 illeciti accertati nel 2024, poco meno di undici al giorno, e guida la classifica nazionale per superficie bruciata, oltre 17.500 ettari di boschi e vegetazione ridotti in cenere. Lo racconta il Rapporto Ecomafia 2025 di Legambiente, presentato ieri a Palermo dal presidente regionale Tommaso Castronovo, dal responsabile nazionale dell’Osservatorio Ambiente e Legalità Enrico Fontana.
«È un’ipoteca sul futuro delle nuove generazioni», ha dichiarato Castronovo. «Un futuro sempre più inquinato da atti criminali contro l’ambiente, che dovrebbe essere tutelato e invece continua a essere oggetto di aggressioni e speculazioni».
La fotografia che emerge dal rapporto è quella di un’isola dove le mafie trovano terreno fertile in tutti i settori produttivi legati al territorio: dal ciclo del cemento al traffico dei rifiuti, fino al controllo del territorio attraverso gli incendi. «Le organizzazioni criminali – spiega Castronovo – intervengono in attività lecite come il settore edilizio o quello dei rifiuti, offrendo alle imprese servizi a costi più bassi. Così smaltiscono illegalmente, o forniscono materiali non conformi, come cementi di scarsa qualità. È un intreccio che tiene insieme economia e criminalità».
Il dato più allarmante riguarda ancora una volta gli incendi boschivi e di vegetazione. Nel 2024 la Sicilia è stata la regione più colpita d’Italia, con un numero di roghi che non trova paragoni. Ma il divario più grave, sottolinea Legambiente, è quello fra incendi appiccati e denunce: una ogni trentadue incendi, contro le otto del Piemonte e delle Marche. «È il segno – dice Castronovo – che il sistema di prevenzione e di repressione non funziona. Gli strumenti a disposizione non sono sufficienti e spesso i responsabili restano impuniti».
Dal rapporto emerge che la Sicilia è anche prima regione per valore dei beni sequestrati in base ai delitti ambientali: 432 milioni di euro, segno di un’economia criminale che prospera. È seconda dopo la Puglia per inquinamento ambientale, con 256 reati e oltre 800 persone denunciate, e prima per reati contro gli animali, 1.015 in un solo anno. Palermo, con 774 illeciti, si colloca al settimo posto nella classifica nazionale e prima fra le province siciliane, seguita da Messina, Trapani, Agrigento e Catania.
A livello nazionale, i reati ambientali sono cresciuti del 14,4% rispetto al 2023, superando quota 40.000, con un incremento netto nei traffici illeciti di rifiuti, che in due anni sono aumentati dell’86%. Fontana spiega che «la crescita dei numeri non è solo segno di un aumento dei reati, ma anche del miglioramento del lavoro delle forze dell’ordine e delle Capitanerie di Porto». Tuttavia, aggiunge, «il filo che unisce le mafie all’ambiente è sempre quello dei soldi. Nel 2024 abbiamo censito undici nuovi clan attivi nei traffici illegali, per un totale di 389 organizzazioni criminali mappate in trent’anni di indagini».
Nel ciclo del cemento, la Sicilia mantiene un ruolo centrale con 1.183 reati: un fenomeno che non accenna a diminuire. Il traffico illecito di rifiuti, invece, registra 709 illeciti penali, con 868 persone denunciate. «Le mafie – ricorda Fontana – hanno capito che lo smaltimento e la gestione dei rifiuti sono un affare sicuro, tanto più ora che gli oli vegetali esausti e altri scarti possono essere trasformati in biocarburanti. In alcune aree del Paese, i clan arrivano perfino a rubarli dai centri di raccolta».
Il quadro è aggravato da un sistema giudiziario lento e da una cooperazione istituzionale ancora fragile. Lo sottolinea Daniela Ciancimino, responsabile del Centro di Azione Giuridica di Legambiente: «Il problema più grave è la tempistica della giustizia. Processi che durano anni svuotano di significato la lotta agli ecocriminali. L’incendio di Casaboli (località vicina a Pioppo, frazione del Comune di Monreale ndr) per esempio, ha visto una condanna in primo grado solo dopo cinque anni. Nel frattempo il danno ambientale, turistico ed economico è già irreparabile».
Il presidente della Commissione Antimafia regionale, Antonello Cracolici, invita a guardare alla geografia del fenomeno: «I reati crescono dove è più forte la presenza mafiosa. Non possiamo dire che ogni incendio o ogni discarica abusiva siano direttamente ordinati da un clan, ma le statistiche ci dicono che più alto è il controllo mafioso del territorio, più alto è il rischio di reati ambientali». Cracolici denuncia anche una falla strutturale nella macchina della prevenzione: «In Sicilia manca un corpo dei Carabinieri Forestali pienamente operativo. Il Corpo Forestale regionale è in declino, con un’età media di sessant’anni e poche risorse. L’attività investigativa è carente: bisogna potenziare l’intelligence ambientale e il coordinamento con la magistratura».
La debolezza istituzionale è anche un problema culturale. «I danni ambientali – osserva Cracolici – vengono percepiti come gravi dai cittadini, ma non sempre con la stessa urgenza dalle istituzioni. Finché non sarà riconosciuta la loro specifica gravità, non ci sarà il salto di qualità che serve. Quando abbiamo scoperto la mafia abbiamo creato il pool antimafia: prima o poi dovremo creare anche un pool sugli incendi».
Il tenente colonnello Angelo Battista Roseti, del Nucleo Informativo Antincendio Boschivo, conferma che il contrasto è complesso: «Definire un reato di incendio doloso non è semplice. Non basta trovare qualcuno con un accendino in tasca. Spesso non ci sono testimoni, e le prove si disperdono. Oggi però disponiamo di strumenti tecnologici avanzati: analisi satellitari, banche dati sugli incendi, il catasto delle aree bruciate consultabile online. Ma senza una rete investigativa coordinata, la tecnologia da sola non basta».
Dietro i numeri, resta la questione politica. L’abusivismo edilizio, gli incendi, il ciclo dei rifiuti: tutti fenomeni che si intrecciano con scelte di consenso e di potere. «Le demolizioni – dice ancora Ciancimino – sono un tabù elettorale. Toccare gli interessi dell’abusivismo significa perdere voti, e questo frena l’azione amministrativa. È qui che le mafie trovano spazio per continuare a delinquere».
Legambiente, nel suo rapporto, lancia un appello: potenziare i Carabinieri Forestali e i Vigili del Fuoco in Sicilia, rendere pubblica la gestione dei mezzi aerei antincendio e inasprire le sanzioni per i reati ambientali. «Servono risposte urgenti delle istituzioni», ribadisce Castronovo. «Non possiamo più permetterci che i ladri di futuro continuino a bruciare la nostra terra».
Samuele Arnone