Dalla droga all’accoglienza: la storia di Mario Muratori

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Mario Muratori (61 anni) e sua moglie Raffaella (53 anni) hanno costruito una famiglia allargata di 14 persone e fanno parte della realtà dell’Associazione Papa Giovanni XXIII nel comune di Giarre (CT).

Torniamo indietro nel tempo: da giovane hai avuto problemi seri con la droga. Come è cambiata la tua vita?

«Negli anni ’80 ho avuto contatti con le droghe, passando dallo “svago” delle canne all’inferno dell’eroina, arrivando anche a conoscere il carcere. Sfibrato nel corpo e nello spirito non vedevo più un futuro per me, arrivando a pensare a gesti estremi. Nel 1990 ho accettato di farmi aiutare entrando in una comunità terapeutica della Papa Giovanni XXIII. Avevo ancora parecchi anni di condanna da scontare e non volevo più tornare in carcere.

Ho iniziato ad apprezzare la lucidità e il non sentirmi etichettato come tossicodipendente, ma come una persona con problemi di tossicodipendenza. La svolta me la diede Riccardo, un ragazzo idrocefalo di 16 anni che venni incaricato di seguire in tutti i suoi bisogni: dal mangiare al lavarlo e cambiargli i pannoloni, tutte cose che non avevo mai fatto prima. La relazione con lui mi ha aperto prospettive nuove, su di me e su quello che potevo dare agli altri, anche sul percorso di fede che fino a quel momento avevo snobbato e deriso».

Come mai ora, insieme a tua moglie Raffaella, avete una casa famiglia a Giarre e accogliete tante persone?

Mario e Raffaella«Grazie all’esperienza con Riccardo ho deciso di approfondire la vocazione della comunità Papa Giovanni XXIII anche dopo il programma terapeutico. Dopo alcune esperienze di volontariato ho lasciato la mia Romagna e accettato la proposta di venire in Sicilia, dove la comunità stava crescendo. Giunto a Giarre con mille paure ma fiducia in Don Oreste Benzi, ho iniziato a frequentare il carcere minorile di Acireale e ad accogliere i bisognosi della città. In poco tempo abbiamo accolto molte persone.
Nel frattempo ho conosciuto Raffaella, una giovane universitaria che aveva accolto un bambino di due anni in casa, bambino che nessuno voleva. Questo suo coraggio mi colpì molto. Dopo pochi mesi di fidanzamento abbiamo deciso di sposarci e unire i nostri progetti verso la creazione di una famiglia nella quale ci fosse posto anche per chi nessuno voleva».

Che ruolo ha Dio nella tua vita?

«In tutte le nostre case famiglia abbiamo la grazia della presenza del Santissimo. Come ci ricordò il Santo Padre Giovanni Paolo II, il centro delle nostre case ed il motivo per il quale abbiamo fatto questa scelta è proprio Lui: riposo dalle nostre umane stanchezze».

Riccardo Rossi

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