Diacono per sempre (VIDEO)

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Tutti abbiamo dei talenti ed è importante scoprirli e valorizzarli: abbiamo anche delle vocazioni, le più importanti sono: vivere la vita matrimoniale o come sacerdote, religioso o suora. La chiamata al sacerdozio è molto importante per tutta la società, perché i presbiteri dedicano la loro vita a Dio e al prossimo, mettendosi a disposizione in svariati modi, dal ministero della riconciliazione al servizio alla carità. A tal proposito abbiamo voluto intervistare un novello sacerdote Don Giovanni Russo palermitano, che presta il suo ministero alla Parrocchia Sacra Famiglia a Palermo.

Come sei arrivato al sacerdozio? Quale è stato il tuo cammino?

«Sacerdote non mi sono ritrovato, è stata una scelta concreta, convinta, ma che ha attraversato anche una fase di tribolazione. La mia chiamata è iniziata da ragazzino, ma la scelta di entrare in seminario l’ho presa a 32 anni; dopo anni di studio, sono stato ordinato sacerdote a 39 anni. Fino a 32 anni ho svolto una vita normale, sono stato anche fidanzato due volte, nell’ultima storia, durata più di 3 anni, si parlava anche di matrimonio. Ma non mi sentivo pienamente appagato; il Signore ha utilizzato come strumento un percorso di catechesi sulle 10 parole, che è stato fondamentale per la mia esistenza, per prendere consapevolezza di questa chiamata alla vita piena, di diventare sacerdote. E’ stata una scelta travagliata, ero fidanzato ed essendo già laureato in lettere classiche, avevo in previsione di lavorare come insegnante; è stato come un fulmine a ciel sereno che mi ha scosso, ho attraversato una fase di paura, di crisi, mi domandavo come mai il Signore potesse scegliere una via che vedevo infelice per me. Dopo, con l’ausilio del mio padre spirituale, ho avuto tanta pace e serenità e ho scelto di entrare in seminario con convinzione e con gioia». 

Che ha significato per te essere diventato diacono?

«Io ho ricevuto il grande dono di ricevere l’ordinazione diaconale e successivamente quella presbiterale. Questa esperienza diaconale mi ha dato un orientamento pieno, chiaro, per una vita spesa per il servizio alla parola, ai poveri e all’eucarestia».

Ora sei diventato sacerdote e svolgi il tuo ministero alla Parrocchia Sacra Famiglia, ci spieghi?

«La mia vocazione al sacerdozio è la cosa più bella che io nella mia vita potessi realizzare. Già sto vivendo la gioia di questa scelta e spero che il Signore me la possa fare sperimentare in tutti giorni della mia vita. Come ho avuto la mia ordinazione presbiterale ho capito che non smetterò mai di essere diacono. Ora con il sacerdozio ho avuto un ministero più completo con altri impegni sacramentali: il sacramento della riconciliazione, l’accostarsi al Sacramento dell’Eucarestia, passare dalla consapevolezza dall’aver sempre ricevuto il Corpo di Cristo a doverlo dare agli altri. Questo è uno dei passi più delicati e anche più belli del mio ministero presbiterale. Nel sacramento della riconciliazione e nel servizio agli ammalati sento particolarmente la mia chiamata».

Secondo te quale è l’essenza di essere sacerdote?

«Ho come termini di riferimento la mia vita di quando ero piccolo con sacerdoti che hanno speso la propria vita donandola agli ammalati, nella propria parrocchia.  La vita ora è un po’ cambiata, c’è in corso una scristianizzazione della società, questo porta una crisi di vocazioni religiose e al matrimonio cristiano, in generale anche di una vita vissuta nella fede. Prima era la gente che veniva in chiesa, ora è il parroco che deve cercare le persone, che non hanno avuto l’annuncio della buona notizia». 

Nel momento storico attuale diventa un’opportunità diventare una chiesa in uscita. Più volte Papa Francesco sollecitava la chiesa ad inoltrarsi nelle periferie esistenziali, che sono sia le zone dimenticate delle città, ma anche stati interiori dove alberga la solitudine, la fragilità, il senso dello scarto. La chiesa, ha un grande sfida davanti, non fare sentire più nessuno solo.

Riccardo Rossi

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