Dissuasori, barriere e arredi urbani “selettivi”: le città si trasformano per allontanare i più fragili diventando così città ostili. Un fenomeno crescente, spesso invisibile, che divide amministrazioni e cittadini
Non ci sono cartelli, né ordinanze esplicite. Eppure il messaggio è chiaro: “qui non puoi fermarti”. Dalle panchine divise da braccioli ai dissuasori metallici sotto i portici, l’urbanistica contemporanea sta sviluppando una forma sempre più diffusa di controllo dello spazio pubblico. È il fenomeno della hostile architecture: una progettazione che non vieta, ma scoraggia.
Un fenomeno silenzioso e diffuso
Negli ultimi anni, molte città europee hanno introdotto elementi urbani progettati per impedire comportamenti considerati “indesiderati”: dormire su una panchina, sostare troppo a lungo, occupare uno spazio.
Tra gli strumenti più diffusi panchine con divisori metallici, superfici inclinate o scomode, spuntoni su muretti e soglie oltre a irrigatori automatici attivati in orari notturni.
Ufficialmente, si tratta di interventi per il “decoro urbano” o la sicurezza. Ma nella pratica colpiscono soprattutto persone senza fissa dimora, giovani e categorie marginali.
Il confine sottile tra sicurezza e esclusione
Le amministrazioni difendono queste scelte parlando di ordine pubblico e vivibilità. Tuttavia, urbanisti e associazioni denunciano un rischio preciso: trasformare lo spazio pubblico in uno spazio selettivo.
Il nodo è politico prima ancora che urbanistico: chi ha diritto di stare in città? L’assenza di divieti espliciti rende il fenomeno ancora più difficile da contestare. Non c’è una legge che vieta di sedersi: è la struttura stessa dello spazio a impedirlo.
Nel contesto italiano, l’adozione di soluzioni riconducibili alla hostile architecture avviene raramente in modo esplicito.
Gli interventi vengono inseriti in progetti di riqualificazione urbana o arredo pubblico, senza un dibattito aperto sulle loro implicazioni sociali.
Fonti amministrative parlano di “prevenzione del degrado”, ma difficilmente vengono valutati gli effetti sulle fasce più vulnerabili.
Focus Sicilia: tra decoro urbano e marginalità sociale
In Sicilia, il fenomeno è meno sistematizzato rispetto alle grandi città del Nord Europa, ma stanno emergendo segnali significativi.
Palermo: il centro storico sotto pressione
Nel centro storico di Palermo, soprattutto nelle aree riqualificate a fini turistici, sono comparsi negli ultimi anni panchine con divisori, arredi urbani progettati per limitare la sosta prolungata, interventi di “pulizia” degli spazi pubblici. Queste misure si inseriscono in un contesto di crescente pressione turistica, dove il decoro diventa una priorità politica.
Il punto critico: l’allontanamento delle persone senza dimora dalle aree centrali, spesso senza soluzioni alternative.
Catania: sicurezza e controllo degli spazi
Anche a Catania, soprattutto nelle zone commerciali e nei pressi delle stazioni, si registrano interventi analoghi quali sedute progettate per soste brevi e spazi pubblici resi meno “abitabili” nelle ore notturne.
Le amministrazioni parlano di contrasto al degrado e alla microcriminalità, ma associazioni locali segnalano un effetto collaterale: la progressiva espulsione dei soggetti più fragili dagli spazi visibili della città.
Un fenomeno poco discusso
A differenza di altre regioni, in Sicilia il tema resta ai margini del dibattito pubblico. Anche perchè non esiston monitoraggi sistematici, dati ufficiali sugli interventi e valutazioni di impatto sociale. E soprattutto manca un confronto aperto tra istituzioni, urbanisti e società civile.
Il ruolo del turismo
In molte città siciliane, la crescita del turismo gioca un ruolo decisivo. La trasformazione degli spazi urbani risponde sempre più alle esigenze dei visitatori e delle attività commerciali.
Il rischio è quello di una città “vetrina”, in cui lo spazio pubblico viene progettato per essere attraversato, non vissuto.
Alcune città europee stanno sperimentando modelli diversi: panchine inclusive, spazi pubblici multifunzionali e politiche integrate con servizi sociali. Un approccio che parte da una premessa opposta: non allontanare il disagio, ma gestirlo.
Città ostili
Le città ostili non sono solo una questione di design urbano. Sono lo specchio di una scelta politica: rendere invisibili i problemi invece di affrontarli.
In Sicilia, dove il fenomeno è ancora in fase iniziale, il tema potrebbe diventare centrale nei prossimi anni. Prima che l’urbanistica selettiva si consolidi come norma silenziosa.
Roberto Greco