Cataldo Tandoy: storia di un delitto e di una memoria fragile

Agrigento, 30 marzo 1960: l’omicidio di Cataldo Tandoy squarcia la quotidianità di una Sicilia sospesa tra trasformazioni sociali e zone d’ombra. Uomo riservato e profondamente legato al proprio lavoro, Tandoy diventa il centro di un caso che intreccia dinamiche ancora controverse, indagini complesse e un iter processuale segnato da interrogativi irrisolti. Tra testimonianze dell’epoca, familiari, amici, investigatori, emergono frammenti di verità e silenzi difficili da decifrare. Sullo sfondo, un contesto segnato da tensioni sociali e possibili influenze criminali contribuisce a rendere il quadro ancora più opaco. A distanza di decenni, il delitto Tandoy resta una ferita aperta nella memoria collettiva, sospesa tra giustizia e oblio

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Il commissario capo Cataldo “Aldo” Tandoy fu ucciso per mano mafiosa ad Agrigento il 30 marzo 1960. Camminava con la moglie Leila Motta intorno alle 20:30 su Viale della Vittoria quando un sicario nascosto in un portone sparò cinque colpi a bruciapelo. Quattro proiettili ferirono Tandoy (il commissario cadde morto sul colpo) e un quinto, vagante, colpì mortalmente il 17enne Antonio “Ninni” Damanti, studente che si trovava lì per caso. Le indagini iniziali (aprile-maggio 1960) caddero sulla “pista passionale”: la vedova Tandoy e il suo presunto amante, il prof. Mario La Loggia (fratello dell’ex presidente regionale Giuseppe La Loggia), furono arrestati ma subito rilasciati per insufficienza di prove. Dal 1963 il nuovo procuratore Luigi Fici indirizzò le indagini verso la mafia agrigentina: emergono legami con i clan di Raffadali. Nel settembre 1963 venne arrestato per mafia il boss locale Vincenzo Di Carlo (allora segretario DC di Raffadali). L’istruttoria portò all’imputazione di oltre venti mafiosi: il processo fu celebrato a Lecce (per “legittima suspicione”) e si concluse nel luglio 1968 con otto condanne all’ergastolo (tra cui Luigi e Santo Librici, Vincenzo Di Carlo, Giuseppe Galvano, Giuseppe Terrazzino, Giuseppe Lattuca, Giuseppe Casa) e 175 anni complessivi di carcere. Quattro imputati furono assolti. Nei giudizi successivi la Corte di Cassazione confermò le condanne nel 1975. La pistola usata non fu mai recuperata e i mandanti “politici” non emersero. Familiari (in particolare la madre del ragazzo Ninni Damanti) e opinione pubblica continuarono a chiedere giustizia, anche con manifestazioni simboliche (la vedova Tandoy finì per essere ricordata come “la pittrice” di A ciascuno il suo di Sciascia). Il fatto avvenne in un’epoca di forti contrasti interni alla DC siciliana (correnti fanfaniane contro “giovani turchi”) e di potenti cosche mafiose nella provincia di Agrigento (nella zona Agrigento-Favara-Raffadali, clan Librici, Di Carlo, e famiglie come i La Loggia). Tandoy fu celebrato dalle autorità con funerali di Stato, ma la sua morte rimase circondata da ombre: molti ritengono tuttora che egli stesse preparando un dossier esplosivo su connivenze politico-mafiose in Sicilia, “sconvolgenti” per Agrigento, Palermo e Roma, andato irretrievably perduto.

Profilo biografico

Cataldo Tandoy (detto “Aldo”) nacque a Bari nel 1913. Di corporatura robusta e, dopo la guerra, riportò ferite tali da renderlo «gravemente mutilato in guerra». Nel 1946 giunse ad Agrigento come giovane ufficiale di polizia e, dopo aver sposato in quell’anno Leila Motta (una donna bellissima di origini non siciliane), entrò alla Squadra Mobile agrigentina. Fu promosso a commissario capo e dal 1959–1960 dirigeva la Mobile di Agrigento. Secondo i resoconti, Tandoy era un uomo colto e meticoloso: arrestò nel dopoguerra diversi mafiosi (ad es. nel delitto del sindacalista Accursio Miraglia, 1947) anche se non riuscì a farli condannare. Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio del ’60 fu trasferito a Roma con la promozione a dirigente dello Schedario Criminale nazionale. Prima della partenza, rimandò la moglie ad Agrigento per il trasloco; il 30 marzo 1960 tornò solo ad Agrigento per lavoro, accompagnato dalla coniuge nel viaggio di rientro. Il rapporto con la moglie era oggetto di pettegolezzi locali. Si parlò di “scappatelle” di lei, ma testimonianze coeve sostengono che Tandoy stesso difendeva la moglie dalle malelingue. Le fonti indicano tuttavia che Tandoy godeva di grande rispetto nelle “alte sfere”: ricevette messaggi di cordoglio dalle massime autorità (tra cui il Capo della Polizia) e i funerali di Stato nel Duomo di Agrigento furono «solenni». In libreria la sua figura è stata sussurrata come modello per il commissario del romanzo A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia (1966).

Ricostruzione dell’omicidio

Nella serata del 30 marzo 1960, verso le ore 20:30, Tandoy e la moglie stavano rientrando verso casa in un’auto su Viale della Vittoria ad Agrigento. All’altezza del civico 211 un uomo sbucò dall’ombra di un portone e, secondo le cronache, impugnò una pistola calibro 9. Fu un agguato: il sicario sparò cinque colpi a fuoco ravvicinato contro Tandoy. La versioni concordano sul fatto che il commissario fu centrato ripetutamente: secondo alcuni resoconti tre proiettili lo colpirono al torace, secondo altri furono quattro su cinque (che lo fecero accasciare sul marciapiede). Tandoy morì sul colpo. L’auto precipitò sul prato a lato, trascinando con sé la moglie; la donna rimase incolume. Un quinto proiettile, però, attraversò la strada: colpì in fronte accidentalmente un ragazzo di 17 anni, Antonio “Ninni” Damanti, che era appoggiato a una finestra vicina. Anche Damanti soccombette, spirando il giorno successivo all’ospedale. Per la stampa si trattò di un «tipico delitto di mafia». Passanti affacciati videro un uomo fuggire a piedi; l’arma non fu mai trovata.

Le primissime indagini furono affrettate: già la mattina successiva polizia e carabinieri inanellarono sopralluoghi e interrogatori nel quartiere. Subito emerse che Tandoy abitava presso amici dei La Loggia, che con lui formavano un circolo sociale: fra i frequentatori figurava anche il barone Angelo Agnello, ricco latifondista agrigentino rapito da una banda di sequestratori negli anni precedenti e miracolosamente liberato proprio da Tandoy. Inizialmente gli inquirenti si focalizzarono sulla pista privata: la moglie Leila (rimasta ad Agrigento) risultò avere nel frattempo una relazione extraconiugale con il prof. Mario La Loggia, psichiatra e fratello del potente democristiano Giuseppe La Loggia. In maggio 1960 furono arrestati “ex officio” come mandanti l’infedele consorte e il suo amante, con la teorizzazione di un «delitto d’onore» trasversale (anche Leonardo Sciascia avrebbe usato similmente questa ipotesi ne Il giorno della civetta). Tuttavia il Gip preliminare constatò la totale mancanza di prove: Leila e La Loggia vennero scarcerati dopo poche settimane.

Finita la “caccia alle corna”, la pista ufficiale tornò al ruolo professionale di Tandoy: cioè le sue indagini «penalizzanti» sulla mafia locale. Risultò subito che, nonostante il trasferimento a Roma, Tandoy aveva lasciato ad Agrigento un baule di documenti segreti sul clan mafioso di Raffadali. Il bagaglio fu recuperato, ma del “dossier Raffadali” (puntato a incriminare boss e politici) non c’era traccia. Si scoprì inoltre che Tandoy stava indagando sul delitto del boss mafioso Antonino Galvano (uomo di spicco di Raffadali, ucciso il 21 gennaio 1959): due esecutori materiali erano stati arrestati da Tandoy in flagranza, ma erano stati subito rilasciati per mancanza di legami con i mandanti. Si era vociferato che Tandoy, poco prima del delitto, promise processare i reali mandanti (coi nomi nelle sue ultime carte). In questo clima la Procura di Palermo (sotto il procuratore capo Luigi Fici) nel 1963 riprese il caso da capo: nuovi interrogatori a sottobosco mafioso fecero emergere gravi sospetti sulla cosca di Raffadali. Nell’agosto-settembre 1963 venne arrestato Vincenzo Di Carlo (detto “il Conciliatore”), allora segretario DC di Raffadali e mediatore politico locale, con l’accusa di aver ordinato l’omicidio. Altri sospettati (fra cui esponenti della famiglia Librici, che gestiva il potere mafioso a Raffadali) furono iscritti nel registro degli indagati. Gli inquirenti raccolsero testimonianze di «omicidi su commissione» attuati dalle famiglie Di Carlo e Librici, motivati dai contrasti interni alle cosche e dalla volontà di proteggere i mandanti politici. L’intera istruttoria fu infine mandata a giudizio presso la Corte d’Assise di Lecce (per evitare influenze locali).

Il processo e le sentenze

Il processo di Lecce si tenne a partire dal 1964 con circa 22 imputati (fra cui noti capimafia di Agrigento e Raffadali). Dopo 97 udienze, il 23 luglio 1968 la Corte presieduta da Giuseppe Motta emise la sentenza: otto ergastoli e complessivi 175 anni di reclusione (con 20 anni di benefici di indulto distribuiti) furono inflitti agli esponenti mafiosi coinvolti. In particolare furono condannati all’ergastolo: Antonino Bartolomeo e i fratelli Luigi e Santo Librici, Vincenzo Di Carlo (conosciuto come “Il Conciliatore”), Giuseppe Galvano, Giuseppe Terrazzino, Giuseppe Lattuca e Giuseppe Casa. I fratelli Librici e Di Carlo furono ritenuti mandanti o esecutori di omicidi plurimi (fra i quali i delitti di Tandoy e del ragazzo Damanti). Furono disposti isolamenti carcerari aggiuntivi (fino a due anni) e pene accessorie per otto condannati. Quattro imputati furono invece assolti (in particolare S. Castronuovo, G. Di Stefano, G. Jacono e S. Lattuca). Nessuna figura politica emerse imputata: come hanno sottolineato resoconti storici, «di fatto a pagare sono solo i mafiosi del clan Di Carlo e Librici». La sentenza di primo grado fu confermata in appello e, infine, il 28 febbraio 1975 la Corte di Cassazione respinse i ricorsi confermando tutte le condanne. Gli assassini materiali di Tandoy non furono mai identificati (si limitarono a colpire il commissario con i fedelissimi di Raffadali), e nessun “mandante occulto” emerse.

Nel complesso, il procedimento giudiziario chiarì il movente mafioso del delitto Tandoy e smascherò legami criminali trasversali. Tuttavia nella cittadinanza agrigentina e nella famiglia Tandoy restano punti oscuri, tanto che alcuni storici rilevano come il “memoriale” che Tandoy avrebbe voluto consegnare alle autorità risulti disperso. Tabelle cronologiche degli eventi (indagini e iter processuale) sono suggerite in formato Mermaid per una lettura sintetica.

Testimonianze e reazioni contemporanee

Al momento dell’omicidio e nei mesi seguenti non mancarono commenti pubblici e richieste di verità. I cittadini agrigentini manifestarono iniziale sgomento ma anche fatalismo: come riportò La Stampa nell’autunno 1961, «in Sicilia la gente comune vede il delitto come una cosa privata fra colpevole e famiglia, non come un’offesa a tutta la società». L’omertà era tale che molti sostenevano: «Se il governo (cioè la polizia) non scopre i responsabili, perché un privato cittadino dovrebbe esporsi?». Secondo i cronisti locali, le autorità inquirenti ripetevano «la mafia non attacca la polizia: bisogna cercare in altra direzione», derubricando inizialmente il fatto come «intrigo passionale».

La famiglia della vittima e dei colpiti innocenti non si arrese. In particolare la madre di Ninni Damanti, Giuseppina Damanti, divenne punto di riferimento del dolore civile. Lei più volte sollecitò ufficialmente giustizia: inviò lettere al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e a vari parlamentari, chiedendo di sollevare il caso. Nel 1962 compì persino il gesto simbolico di recarsi a piedi ad Agrigento a Roma (in ginocchio fino a Santa Maria degli Angeli) per consegnare un dossier al Presidente e sfidare l’indifferenza delle istituzioni. Grazie anche a questo impegno, almeno pubblicamente il governo prometteva attenzione (alcune lettere ufficiali lo attestano). Per tutta la vicenda familiari e vicini riferirono inoltre che Tandoy era visto come «difensore dei deboli contro le prepotenze mafiose», e che molti semplici cittadini lo consideravano un baluardo contro la mafia.

Dal mondo politico e giudiziario, invece, i commenti pubblici furono vaghi e circospetti. I giornalisti dell’epoca evidenziarono la clamorosa diversione iniziale verso l’“amore tradito” e criticarono l’atmosfera di scarsa collaborazione: la Stampa descrisse una città «con il fiato sospeso» fra minacce incrociate, lettere anonime e «mezzi ufficiosi» tesi a insabbiare. Alcuni resoconti successivi (come quelli della Commissione Antimafia del 1965) confermano che questori, carabinieri e procuratori agrigentini erano molto cauti: il Questore Monteleone e il colonnello Sussarello (che dirigerà le indagini) insistettero sulla pista passionale per lungo tempo, resistendo a ipotizzare subito un movente mafioso. Solo dopo il nuovo impulso del 1963 si rovesciò l’orientamento delle indagini.

Contesto storico-politico

L’omicidio Tandoy va inquadrato in un periodo di forte turbolenza sociale e criminale in Sicilia. Negli anni ’50 la Democrazia Cristiana isolana era spaccata fra la «vecchia guardia» fanfaniana (sostenuta da figure come Giuseppe La Loggia) e i «giovani turchi» più ambiziosi (Giovanni Gioia, Lorenzo Lima). L’agrigentino era terreno di scontro: potenti famiglie locali (i La Loggia, i Cammisuli di Favara, i Colomba, ecc.) si alternavano nelle amministrazioni, spesso contigue a clientele mafiose. Nella campagna e nei piccoli centri gravava il latifondo con coltivazioni cerealicole: il banditismo rurale e la mafia avevano in quegli anni spazio di manovra. Un episodio emblematico fu l’“affare del fondo Graziano” del 1959: due ricchi possidenti del Canale di Sicilia affidarono a Tandoy la protezione contro tentativi di usura di mafiosi di Mussomeli (come Diego Di Gioia). Tandoy si prodigò presso il boss Genco Russo (da Corleone) per mediare il prezzo del terreno. Il terreno fu venduto alla mafia ad un prezzo contenuto – in teoria, parte del ricavato spettava anche al commissario come “corresponsione” – ma Tandoy pare non ricevette mai la quota pattuita.

Sul piano criminale operavano potenti cosche. Tra Palermo e Agrigento facevano riferimento ai Genco, ai Greco di Ciaculli, e a piccole alleanze locali: ad Agrigento città erano da tempo insediati boss d’origine corleonese. Nel mandamento di Raffadali spiccava la famiglia Librici–Di Carlo (di cui Vincenzo Di Carlo era capo e figura pubblica); questa cosca gestiva estorsioni, rapine e ammazzava chi si intrometteva. I La Loggia di Favara (vicini ai deputati democristiani) erano anch’essi protezionisti del sistema, in rapporti ambigui con la mafia. Tandoy, nell’ambiente democristiano agrigentino, era amico delle élite del centro “benestante”: aveva colleganze di lunga data con Mario La Loggia e, come ricordato, aveva salvato dal sequestro il barone Agnello. In quegli anni furono frequenti i rapimenti a scopo di riscatto (tuttora non accertati come mafia o brigantaggio), e movimenti di uomini legati al profilo di Tandoy.

Memoria e commemorazione

L’omicidio di Tandoy venne subito assimilato dalla cronaca come esempio di “tradimento di un uomo delle istituzioni” per mano mafiosa. La stampa nazional-popolare dell’epoca lo celebrò in chiave dolente: scrisse che «molti umili e deboli sentivano in lui una difesa sicura contro le prepotenze della mafia». Parecchi intellettuali siciliani collegarono il caso all’“intreccio Stato-mafia”: Leonardo Sciascia nel 1961 citò ampiamente il caso Tandoj nel suo saggio La Sicilia e i siciliani, paragonandolo ad altri delitti impuniti (Miraglia, Montaperto, Campo, ecc.). Quella vicenda ispirò anche i romanzi di Antonio Russello (La grande sete, 1966) e fu ricordata come fonte “postuma” per il romanzo di Sciascia A ciascuno il suo (dove Tandoy divenne il capitano Bellodi).

Nei decenni successivi, Tandoy è annoverato fra i poliziotti “martiri” della lotta alla mafia, sebbene non risultino monumenti ufficiali a lui dedicati. Periodicamente, il 30 marzo, associazioni antimafia e giornali locali ne richiamano il ricordo per denunciare la perdurante omertà. La famiglia Tandoy (in particolare la vedova Leila e i parenti) ha custodito il ricordo privato del commissario; alcuni anni fa si è segnalato che pare non esistano archivi pubblici sistematici sul caso (il suo presunto memoriale resta perduto). Gli studi storiografici segnalano che il «caso Tandoy» è stato a lungo dimenticato fino agli anni ’90, anche dalle Commissioni Antimafia, ma riemerso nel 2007 grazie a nuovi approfondimenti giornalistici e di libri di storia della mafia siciliana.

Roberto Greco

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