Capodanno e gli invisibili del ponte

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E’ giorno di capodanno e il Paese si sta fermando. Lo dicono le luci appese ai balconi, i carrelli del supermercato pieni di panettoni, i treni presi d’assalto da chi torna “giù” o “su”. Ma ogni anno, tra la Vigilia e l’Epifania, c’è un piccolo popolo silenzioso che non finisce mai nelle foto dei profili social e che vive le festività in un ritmo tutto suo: gli invisibili del ponte. Sono quelli che restano. Anche quando tutti partono.

Gli anziani “da pianerottolo”

Pensate ad un incontro ipotetico, ma basato su esperienze reali che sono capitate almeno una volta nella vita. Chi non ha mai incontrato la signora Pina, o qualunque altro nome avesse la protagonista della vostra personale esperienza. Pina, terzo piano senza ascensore, vedova da dieci anni. Purtroppo, un esempio da annoverare tra i classici all’italiana. A dicembre, per Pina, la casa sembra più grande del solito; persino l’odore dell’arrosto del vicino suona come un invito mancato. Lei non è triste, dice. «È che gli orari cambiano… e pure i rumori». Passa le giornate ad aggiustare centrini che non si sono mai davvero spostati, a seguire programmi tv che non le interessano. Esce poco, «che con tutta questa gente in giro mi sale l’ansia». Ma quando dalla finestra vede in cortile i nipoti del condominio giocare, sorride. Con discrezione. Come fanno gli invisibili. Tra loro c’è anche la “signora Pina”.

Gli studenti che restano “fuori”

Poi ci sono gli studenti fuori sede che, per mille ragioni, il ritorno a casa lo rimandano. Alcuni per il caro biglietti di dicembre, altri perché lavorano per mantenersi, altri ancora perché “tornare” è un capitolo complicato. La cittadella universitaria sotto Natale è un posto strano: le biblioteche vuote, i locali semiaperti, i messaggi degli amici lontani che dicono «ci vediamo a gennaio».

E così imparano a fare il cenone in due, a cucinare con quello che c’è, a brindare in videochiamata. Ridono lo stesso, spesso più forte di chi ha tavolate piene. Ma in loro resta quella microfessura, quel silenzio dopo la chiamata con la famiglia, con il partner, o con gli amici. Un silenzio che è un segno inconfondibile degli invisibili.

Quelli che non possono spegnere la sveglia

E poi ci sono gli altri: i turnisti, i camerieri, chi lavora nei pronto soccorso, nelle sale operative, negli aeroporti. Le Forze dell’Ordine che garantiscono la sicurezza dei cittadini sempre, anche durante le feste. I volontari che si organizzano per supportare gli “ultimi” ancora più soli durante le festività. Insomma, un intero popolo di lavorati, nei settori più disparati, che il giorno di festa, o la notte, anche tra il 31 dicembre e il 1° gennaio la trascorre a montare un palco, a fare un controllo in corsia, a preparare cappuccini a chi aspetta un volo in ritardo, a guidare un taxi. Non sono eroi, non si sentono tali. Ma sanno di essere parte di un mondo che continua a girare anche se gli altri, per qualche ora, si fermano. Proviamo ad immaginare qualche momento di vita reale richiamando la memoria, ripercorrendo le nostre esperienze di vita.

«Il mio capodanno è sempre a gennaio, quando finalmente dormo otto ore». Una frase che in molti avremo sentito al rientro da un viaggio, la notte tra il primo e secondo giorno dell’anno. Mentre prendevamo un treno alla viglia di Natale, o mentre prendevamo un caffè prima del fischio di partenza. Potrebbe essere la risposta credibile di Salvo, ipotetico barista di un locale della stazione. Lo dice ridendo, anche se gli occhi tradiscono la stanchezza accumulata. Ma c’è orgoglio, in fondo. C’è la consapevolezza di costruire un pezzo di realtà che gli altri spesso non vedono. Ma che vivono e di cui hanno necessità. Vita ordinaria, invisibile, ma al servizio essenziale di tanti.

Una festa più piccola, ma non meno vera

A un certo punto, però, qualcosa accade. Un vicino che bussa per portare una fetta di pandoro. Un collega che condivide la pausa caffè come se fosse un cenone. Uno studente che telefona alla nonna e la trova più allegra del previsto. Piccoli gesti, minimi, quasi impercettibili. Ma bastano per ricordare che anche chi resta ai margini del grande rito collettivo del Natale, in fondo, vive un’altra forma di festa: più quieta, più fragile. Ma, forse, anche più sincera.

Gli invisibili del ponte non cercano applausi. Accendono una luce ad una finestra, davanti una porta. E’ un punto di riferimento per tanti altri affaccendati, ma più spesso persi, nei tanti momenti di festa che la vita offre. Un faro per chi è solo, o per chi solo si sente anche se in compagnia. Qualcuno la vedrà quella luce alla finestra incontrando un’espressione amica. Qualcuno busserà a quella porta illuminata.

Non saranno festività allo stesso modo per tutti. Non con piena gioia per tutti. Ma sia gli invisibili, sia gli irriducibili frequentatori delle feste. I volti felici da cartolino natalizia, così come i volti più mesti di chi rimane solo o chi sarà a lavoro hanno un punto d’incontro comune. Un passaggio obbligato che li porta ad avvicinarsi inevitabilmente. Una luce che da angoli diversi guarderanno tutti. È, forse, il vero spirito delle feste, che possiamo tradurre in una massima natalizia: non chi c’è, ma chi non lasciamo solo.

Mauro Faso

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