L’operazione, che ha visto il suo culmine con un massiccio blitz della Polizia di Stato e dell’Arma deri Carabinieri a Palermo coordinato dalla DDA guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, rappresenta uno dei colpi più significativi inferti alle dinamiche di Cosa Nostra tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.
L’inchiesta ha scoperchiato un sistema criminale complesso in cui il controllo del territorio (estorsioni) si fondeva con una moderna gestione del traffico di stupefacenti, rivelando nuovi equilibri di potere all’interno di uno dei principali mandamenti della città.
I Numeri e le misure cautelari
L’operazione ha coinvolto oltre 350 agenti, portando all’esecuzione di 50 misure cautelari. La distinzione dei provvedimenti riflette la gravità delle posizioni individuali e l’esigenza di neutralizzare i vertici dei gruppi criminali: 19 indagati destinatari di custodia cautelare in carcere; 6 soggetti posti agli arresti domiciliari oltre a 25 fermi emessi d’urgenza per evitare fughe o inquinamento probatorio.
L’asse Palermo-Napoli: il traffico di droga
Uno degli aspetti più allarmanti emersi dalle indagini è il rapporto “strutturale” tra i clan palermitani (in particolare dei quartieri Brancaccio e Sperone) e la Camorra napoletana. La droga giungeva a Palermo tramite due canali principali: uno proveniente dalla Campania e uno dal Marsalese. Durante l’attività investigativa sono stati sequestrati circa 250 kg di hashish e 4 kg di cocaina. È stato, inoltre, documentato l’uso di piattaforme digitali come Telegram per la gestione degli ordini e delle consegne. Un canale specifico utilizzava l’immagine di “Scarface” come logo, segno di una simbologia criminale ancora molto forte tra i giovani affiliati. Il network di spaccio non era limitato a Palermo, ma riforniva piazze a Catania e Trapani.
Il pizzo
Nonostante l’enfasi sulla droga, il racket delle estorsioni rimane il pilastro per il riconoscimento del potere sul territorio. Gli inquirenti hanno rinvenuto un vero e proprio “libro mastro” in cui erano annotati minuziosamente gli incassi derivanti dal narcotraffico e i pagamenti settimanali destinati agli associati (una sorta di “stipendio” mafioso). Come evidenziato in molte occasioni da associazioni come Addiopizzo, si nota una mutazione nel fenomeno: in alcuni casi il pizzo non viene pagato solo per paura, ma come “servizio” per ottenere vantaggi o protezione in contesti di concorrenza sleale.
Dopo i numerosi arresti dei mesi precedenti che avevano decimato i vertici storici, l’indagine ha fotografato l’ascesa di nuovi capi pronti a scalare le gerarchie. Questa “fame di potere” ha reso le cosche più aggressive, accelerando la necessità dell’intervento delle forze dell’ordine per evitare l’escalation di violenza tra le strade di Palermo.
Roberto Greco