L’assessore Brigida Alaimo racconta a l’altroparlante lo stato dei 1.400 beni confiscati alla mafia nel capoluogo siciliano: tra degrado, carenze strutturali e segnali di rinascita.

A Palermo ci sono circa 1400 beni confiscati alla criminalità organizzata, un patrimonio immenso che dovrebbe rappresentare il riscatto civile della città, ma che troppo spesso resta intrappolato tra lungaggini burocratiche, carenze di personale e risorse insufficienti. Dietro le sbarre arrugginite e i muri scrostati di molti di questi immobili, si nasconde una storia di degrado edilizio e sociale, ma anche la speranza di un cambiamento possibile.
L’assessore Brigida Alaimo, che detiene la delega ai beni confiscati, delinea con noi de l’altroparlante un quadro complesso ma non privo di segnali di rinascita.
Assessore, qual è oggi lo stato reale del patrimonio dei beni confiscati a Palermo?
«I beni confiscati che sono stati assegnati al Comune di Palermo sono complessivamente 1400 immobili, di diversa natura. Per rendere l’idea: circa 276 sono destinati ai nuclei familiari per l’emergenza abitativa, 217 vengono assegnati al Terzo settore per finalità istituzionali, sette sono stati totalmente ristrutturati grazie ai fondi PNRR. Abbiamo poi un centinaio di immobili oggetto di bando per le associazioni e circa 290 box. Questi numeri rendono l’idea della vastità del patrimonio confiscato che oggi il Comune gestisce».
A che punto è il processo di ristrutturazione e di assegnazione degli immobili e quali sono le principali difficoltà che il Comune sta affrontando nella gestione di un numero così vasto di beni?
«Il tempo che intercorre dal sequestro alla confisca e poi alla materiale assegnazione al Comune è solitamente molto lungo. Questo significa che gli immobili ci vengono consegnati in condizioni pessime, spesso vandalizzati o occupati abusivamente. Il Comune deve prima affrontare la manutenzione e la messa in sicurezza, e solo dopo può procedere alla destinazione d’uso. Nel bilancio 2025 abbiamo stanziato 500 mila euro per la manutenzione ordinaria e straordinaria, ma se rapportiamo questa cifra al numero di beni che gestiamo, capiamo subito che le difficoltà sono reali e strutturali».
Ci sono casi emblematici come via Petrotta o i capannoni della Guadagna. Una distanza tra progetti che rinascono e altri che restano fermi, nonostante le potenzialità, come organizzate le priorità?
«Proprio per le ragioni che le ho detto: le risorse non bastano. È chiaro che nell’immediato cerchiamo di ristrutturare e pensare prima agli immobili destinati alle famiglie, per garantire loro luoghi dignitosi. Per il resto chiediamo aiuti al governo nazionale e devo dire che in molti casi arrivano, basti pensare ai progetti PNRR. Ma non possiamo intervenire su tutto contemporaneamente: stiamo realizzando un cronoprogramma per far fronte a più esigenze con le risorse che abbiamo, stabilendo delle priorità».
Il lungo tempo che intercorre tra la confisca del bene e la sua destinazione finale da cosa dipende realmente?
«Lei deve tenere in considerazione che tutto nasce dal sequestro. Dal sequestro alla confisca possono passare anni, e in tutto questo periodo il Comune non c’entra nulla. Dalla confisca, poi, il bene passa all’Agenzia nazionale per i beni confiscati, che decide se assegnarlo al Comune, alla Regione o alla Città metropolitana. Questo passaggio può richiedere molto tempo, e nel frattempo gli immobili vengono vandalizzati o occupati abusivamente».
Limitare il degrado culturale, oltre che edilizio, che inevitabilmente ne deriva è quindi prioritario. Cosa serve?
«Certamente con maggiori risorse economiche per il Comune e con un maggior numero di personale. Il nostro è un ufficio che soffre una grave mancanza di organico: non si assume da trent’anni. Stiamo cercando di intervenire con la mobilità e con nuove assunzioni, ma non è semplice. Serve potenziare non solo l’ufficio patrimonio, ma anche i lavori pubblici, perché per procedere alle ristrutturazioni servono progetti, ingegneri, architetti. Insomma, servono forze economiche e umane. Inoltre, per legge, i beni destinati al Terzo settore devono essere assegnati tramite bando pubblico: un processo complesso, ma necessario per garantire trasparenza».
A proposito di bandi: come funziona l’assegnazione dei beni alle associazioni?
«Abbiamo appena concluso un nuovo bando, l’ultimo risaliva al 2017. Le associazioni hanno presentato i loro progetti, che ora sono al vaglio di una commissione. I criteri sono chiari: il progetto deve avere una finalità sociale e rispondere agli obiettivi previsti dal bando, come l’assistenza a soggetti fragili, bambini, anziani. Il bene viene restituito alla collettività, ma chi lo riceve ha anche il dovere di custodirlo e mantenerlo in buono stato per l’uso previsto. Tengo a precisare che l’assegnazione ha due differenti finalità: i beni confiscati vengono assegnati, tramite evidenza pubblica, come emergenza abitativa o come Terzo settore».
Come può la cittadinanza partecipare concretamente al percorso di riuso e vigilanza sui beni confiscati?
«La cittadinanza partecipa proprio attraverso le associazioni e i soggetti che ricevono i beni. Il Comune affida gli immobili per finalità sociali e chi li riceve deve rispettare le clausole del bando, utilizzarli per gli scopi previsti e garantire la manutenzione ordinaria. In questo modo, il riuso non è solo un atto amministrativo, ma un percorso condiviso di responsabilità collettiva».
Quali sono oggi gli obiettivi futuri del Comune di Palermo per il riutilizzo dei beni confiscati alla mafia?
«Palermo è il Comune con più beni confiscati in Italia, insieme a Napoli. Vogliamo diventare un progetto pilota nazionale. L’obiettivo è duplice: restituire i beni alla collettività e utilizzarli anche per creare un’economia sana. Restituire ciò che è stato tolto alla mafia non significa solo destinarlo a fini sociali, ma anche generare lavoro e ricchezza pulita. È la migliore risposta possibile alla criminalità organizzata».
Ci può citare alcuni progetti imminenti o già avviati?
«A dicembre inaugureremo diversi immobili ristrutturati. Due magazzini in via Salgari di circa 2000 metri quadrati ciascuno saranno utilizzati a fini istituzionali, mentre un edificio di sette piani in via Ugo La Malfa ospiterà uffici comunali: questo comporterà un risparmio notevole, perché il Comune non dovrà più pagare affitti privati milionari.
Abbiamo poi il progetto “Tech for Good – Asilo nel Bosco Innovation Hub” in via Francesco Paolo Cascino, da oltre 2 milioni di euro; il “Progetto Vesta” in via Ammiraglio Cagni, da 2,4 milioni, con conclusione lavori prevista per marzo 2027; e il “Progetto Artemide”, sempre in via Ammiraglio Cagni, da 2,2 milioni, in fase di completamento per giugno 2026. In piazza Acquasanta stiamo realizzando un centro antiviolenza per donne vittime di abusi, con un investimento di 884 mila euro. Tutti questi interventi sono finanziati con fondi PNRR e devono essere conclusi nei tempi stabiliti».
Che messaggio vuole lanciare ai cittadini sul significato profondo del riuso dei beni confiscati?
«I cittadini di Palermo, viste la storia e le ferite della nostra città, hanno tutto il diritto di pensare che quei beni, sottratti alla criminalità organizzata, debbano appartenere a loro. Devono tornare a vivere, non solo per finalità sociali ma anche economiche. Non dobbiamo lasciare improduttivo ciò che viene tolto alla mafia: la migliore risposta che possiamo dare è creare economia pulita e opportunità per tutti».
Palermo, dunque, si trova davanti a una sfida cruciale: trasformare i beni confiscati da simboli di un passato criminale in motori di una nuova economia civile. Ma finché le risorse resteranno insufficienti e gli uffici sguarniti, il rischio è che quel patrimonio – anziché rinascere – continui a marcire, silenziosamente, sotto il peso della burocrazia.
Federica Dolce