“Gli animali non votano”: il randagismo rimane un’emergenza politica

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In Sicilia il randagismo non è solo una questione di animali abbandonati ma il sintomo di un sistema che, tra leggi ambiziose e realtà disarmante, continua a non funzionare.
L’isola dispone oggi di una delle normative più avanzate d’Italia, ossia la legge regionale n. 15 del 2022, che attua e aggiorna la storica legge quadro nazionale del 1991, ma la distanza tra le norme e la loro applicazione resta enorme.
La nuova legge prevede anagrafe canina digitale, piani triennali di prevenzione, un Garante regionale dei diritti degli animali e persino una banca dati del DNA. Ma, come spesso accade, le buone intenzioni si sono fermate sulla carta.

La situazione nell’isola

A descrivere la situazione con lucidità è Ilenia Rimi, attivista ed esperta di politiche per il benessere animale. «In Sicilia – spiega – ci sono 391 comuni, ma solo una trentina possiedono un canile municipale attivo. Gli altri si affidano a strutture private o, più semplicemente, ignorano il problema. Il paradosso è che la legge impone obblighi ma non prevede sanzioni: se un comune non sterilizza o non costruisce un rifugio, non succede nulla. Gli animali non votano, e i sindaci non si sentono obbligati ad agire».

La denuncia di Rimi mette a nudo una verità scomoda, quella che il randagismo in Sicilia non è solo frutto di povertà amministrativa, ma di indifferenza politica. I finanziamenti regionali vengono assegnati solo ai comuni che hanno già speso risorse l’anno precedente, penalizzando i territori più deboli. Così, mentre la Regione proclama piani di prevenzione e campagne di sensibilizzazione, sul territorio non cambia nulla.

A sopperire alle mancanze dello Stato sono, come sempre, i volontari. A Palermo, l’associazione ADA (Amici Degli Animali) gestisce circa cinquanta cani, molti dei quali anziani o malati. «Viviamo di autotassazioni e piccoli aiuti – racconta la volontaria Giusy Caldo -. Quando il canile municipale è in difficoltà, ci prendiamo noi gli animali per liberare spazio. Abbiamo anche avviato un programma di sterilizzazioni a costi calmierati Solo nell’ultimo anno ne abbiamo fatte 150 tra cani e gatti. È l’unico modo per fermare le nascite incontrollate».

Un impegno costante che però non basta. I costi di mantenimento e delle cure veterinarie aumentano, mentre le adozioni calano«Un tempo – spiega Caldo – si riuscivano a fare fino a seicento adozioni l’anno. Oggi pochissime. Le famiglie hanno paura dei costi, o adottano con leggerezza per poi abbandonare. È anche un problema culturale».
Differenza culturale che determiona il fatto che, sottolinea la volontaria «al nord un cane è parte della famiglia, al sud spesso è ancora considerato un peso. Finché non si colma questo divario, il randagismo resterà una ferita aperta».

La situazione sul piano istituzionale

Le ASP lamentano carenza di veterinari, situazione che blocca sterilizzazioni e soccorsi. Alcune province, come ad esempio Trapani, non effettuano interventi da mesi. Intanto i canili privati si aggiudicano le gare pubbliche con offerte al ribasso, spesso due o tre euro al giorno per cane. «Con quelle cifre – commenta Rimi – non si garantisce neanche il cibo, figuriamoci cure o benessere. Le associazioni etiche non partecipano a questi bandi, e così restano spazio e soldi a chi vede gli animali solo come numeri».

Ma il problema non è solo economico. È soprattutto strutturale e, come dicevamo, culturale. Molti comuni non destinano neppure la voce di bilancio obbligatoria al benessere animale, e le associazioni non riescono ad accedere ai bandi del terzo settore per mancanza di competenze o supporto tecnico. «Servono realtà più solide e preparate capaci di sedersi ai tavoli decisionali e farsi rispettare. Finché ci saranno solo piccole realtà che tamponano le emergenze, i comuni continueranno a lavarsi le mani».

Il randagismo, infatti, non è solo una questione etica. È sanitaria, economica e sociale. Ogni cane abbandonato rappresenta un costo per i comuni, un rischio per la sicurezza stradale, un fallimento per la collettività. Eppure, nonostante tutto, la rete di volontari continua a fare quello che le istituzioni non fanno: curare, accogliere, educare.

«Le leggi servono, ma non bastano – conclude Rimi -. Senza risorse, competenze e volontà politica, restano solo belle parole. Gli animali non votano, è vero, ma ci giudicano dal modo in cui li trattiamo. E la Sicilia, da questo punto di vista, ha ancora molto da imparare.»

Abbiamo parlato anche con Fabrizio Ferrandelli, assessore con delega al Canile municipale e ai Diritti degli Animali: «La situazione adesso è migliorata e monitorata – spiega l’assessore – Siamo riusciti a bloccare le partenze dei cani verso rifugi privati e stiamo puntando su una politica di adozioni attraverso i canili pubblici. È una sfida che stiamo portando avanti grazie alla collaborazione con le associazioni. L’obiettivo non è tenere gli animali nei box, ma restituirli all’affetto delle famiglie. Questo permette al Comune un risparmio di circa un milione di euro l’anno. Con pochi euro, grazie al sistema delle staffette, è possibile far adottare i cani in tutta Italia. Abbiamo inoltre firmato un protocollo d’intesa con le associazioni animaliste per mettere in campo proposte concrete e condivise. Siamo anche riusciti ad azzerare le spese veterinarie che prima venivano sostenute pagando cliniche private: ora il servizio è gestito direttamente dall’ASP, che si è impegnata ad aumentare, a breve termine, del 20% il numero delle sterilizzazioni. Da quando ho la delega al canile municipale – conclude – siamo riusciti a effettuare 500 adozioni».

Samuele Arnone

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