La Sicilia assetata: infrastrutture idriche al collasso, dispersione e strategie di rilancio

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 10 minutes

Le inefficienze della rete si ripercuotono direttamente sul servizio ai cittadini.Il tasso medio di dispersione idrica nell’isola è del 52,36%, con punte drammatiche che toccano il 68% in provincia di Siracusa e addirittura il 75% nel Catanese

La rete idrica della Sicilia versa in condizioni critiche: oltre la metà dell’acqua immessa nelle tubature va perduta prima di raggiungere i rubinetti. Secondo un recente referto della Corte dei conti, il tasso medio di dispersione idrica nell’isola è del 52,36%, con punte drammatiche che toccano il 68% in provincia di Siracusa e addirittura il 75% nel Catanese. Esperti come la professoressa Donatella Termini, docente di ingegneria idraulica all’Università di Palermo, sottolineano come gran parte delle condotte siciliane siano costruite decenni fa e prive di telecontrollo: “Le condotte sono vecchie, i sistemi di controllo inesistenti o non digitalizzati. Serve una riqualificazione completa, non solo interventi tampone. La digitalizzazione della rete, con telecontrollo e sistemi di regolazione in tempo reale, consentirebbe una gestione ottimizzata, riducendo drasticamente le perdite”.

Le inefficienze della rete si ripercuotono direttamente sul servizio ai cittadini. Secondo dati ISTAT, in Sicilia viene erogato appena il 45% dell’acqua immessa nelle reti, contro il 58% della media nazionale. Tutte le città metropolitane siciliane (Palermo, Catania, Messina) superano la media italiana di perdite idriche, con Catania come caso più grave. In molte aree dell’isola, specie durante l’estate, l’acqua non scorre nei rubinetti 24 ore su 24 ma viene erogata a turni: un fenomeno di razionamento dovuto sia alla scarsità di risorsa sia alle perdite della rete. Fino al 2019 diversi capoluoghi siciliani hanno dovuto sospendere o ridurre l’erogazione idrica a giorni alterni o in certe fasce orarie. Agrigento per anni ha rappresentato il caso più estremo: l’erogazione dell’acqua veniva razionata quotidianamente e, nei mesi estivi, i cittadini hanno sopportato attese anche di 10–15 giorni tra un turno e il successivo.

Oltre alle perdite di rete, pesa una strutturale carenza di fonti e una gestione poco efficiente delle risorse idriche disponibili. La Sicilia, nonostante disponga di numerosi invasi e dighe, sfrutta solo parte del suo potenziale: delle 45 grandi dighe esistenti, appena 21 operano a regime normale, mentre molte altre sono soggette a forti limitazioni o addirittura inattive. Quasi la metà degli invasi attivi, 20 su 38, non può essere riempita completamente a causa di mancati collaudi o di restrizioni di sicurezza imposte dall’Ufficio dighe. Secondo il referto della Corte dei conti, a fronte di un volume potenziale di 1.129 milioni di metri cubi negli invasi siciliani, la capacità effettivamente utilizzabile si ferma a circa 757 milioni di m³, lasciando 173 milioni di m³ d’acqua potenziale non sfruttati ogni anno. Per affrontare il problema, sarebbero necessari massicci interventi di manutenzione: solo la rimozione dei sedimenti accumulati e la messa in sicurezza delle dighe esistenti comporterebbero una spesa stimata di circa 120 milioni di euro. Le precipitazioni sempre più scarse degli ultimi anni hanno prosciugato invasi e falde, spingendo la Regione a chiedere lo stato di emergenza idrica nazionale e a istituire una cabina di regia guidata dal Presidente per coordinare gli interventi urgenti. Nonostante ciò, l’acqua in Sicilia continua a essere un bene fragile: interi settori, come l’agricoltura, e molte comunità locali vivono con l’incertezza costante sull’accesso idrico.

Vent’anni di riforme mancate e gestioni commissariali

L’emergenza idrica siciliana affonda le radici in decenni di scelte gestionali controverse e riforme incompiute. Agli inizi degli anni Duemila, in attuazione della legge Galli (legge n. 36/1994) sul servizio idrico integrato, la Sicilia suddivise il proprio territorio in nove Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) coincidenti con le province. L’obiettivo era affidare la gestione integrata (acquedotto, fognature, depurazione) a operatori unici per ciascun ambito, con economie di scala e investimenti coordinati. Tuttavia, la fase attuativa fu segnata da ritardi e anomalie. In diversi contesti si scelse la via delle concessioni ai privati: emblematica la vicenda di Girgenti Acque S.p.A. ad Agrigento, società privata cui fu affidata dal 2007 la rete idrica provinciale. Altrove, come a Palermo e Messina, si mantennero gestioni in house tramite aziende municipalizzate (rispettivamente AMAP e AMAM). Nel corso degli anni 2000 emersero però criticità gravi: scarso controllo pubblico sui concessionari, investimenti insufficienti, servizi inefficienti e tariffe elevate.

La svolta arrivò con la Legge Regionale 11 agosto 2015, n.19, che riconosce l’acqua come bene comune pubblico e incentiva la gestione in mano pubblica. La riforma ha istituito 9 ATI provinciali (Assemblee Territoriali Idriche) per governare il servizio e affidarlo a un gestore unico: in alternativa al modello pubblico sono ammessi quello misto o privato, ma l’opzione privata è possibile solo se più vantaggiosa di quella pubblica. La legge ha previsto anche misure di tutela sociale, 50 litri di acqua gratuita al giorno a persona come quantitativo minimo, e obiettivi ambientali, come il miglioramento della qualità delle acque e il riciclo delle reflue.

Nonostante le buone intenzioni, l’attuazione della riforma è stata lenta e difficoltosa. Alcune ATI hanno impiegato anni per scegliere il gestore unico. In province come Trapani e Messina il servizio idrico è rimasto a lungo privo di un gestore unitario, creando vuoti di governance: la società regionale Siciliacque ha denunciato di non riuscire a farsi pagare l’acqua erogata in quei territori proprio per la mancanza di contratti con un interlocutore unico.

La Regione è dovuta più volte intervenire con commissariamenti per sbloccare situazioni di stallo. Emblematico il caso di Agrigento: il tracollo del gestore privato Girgenti Acque, travolto dagli scandali e dichiarato fallito nel 2021, ha portato alla nascita della società pubblica consortile AICA nello stesso anno. AICA ha ereditato una situazione disastrosa: perdite oltre il 40%, turnazioni fino a due settimane e tariffe tra le più care d’Italia. Il compito del nuovo gestore si presenta impegnativo: occorre recuperare anni di mancata manutenzione, spezzare pratiche clientelari radicate e riconquistare la fiducia dell’utenza.

Il caso di Trapani è un altro esempio emblematico. Qui l’ATI ha faticato a individuare un modello di gestione condiviso, tanto che a fine 2024 il governo nazionale ha disposto un commissariamento temporaneo, affidando a Invitalia S.p.A. la gestione transitoria del servizio idrico nell’intera provincia. Una misura d’emergenza, formalizzata con delibera del Consiglio dei Ministri, che certifica il lungo stallo di un territorio dove l’ATO non era ancora operativo a dieci anni dalla riforma.

Negli ultimi anni, complice anche la spinta di investimenti nazionali ed europei, la Regione Siciliana ha cercato di imprimere una svolta strategica. Tra le scelte strategiche più rilevanti va citata la decisione di investire oltre 280 milioni di euro per la costruzione di nuovi dissalatori a Gela, Trapani, Porto Empedocle e in provincia di Palermo. Parallelamente, si sono avviati piani per il riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e per la riduzione delle perdite idriche attraverso innovazioni tecnologiche, dalla distrettualizzazione delle reti ai contatori intelligenti, fino ai sensori per il monitoraggio in tempo reale. La Sicilia ha anche presentato numerosi progetti nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e del Fondo Sviluppo e Coesione, segno di una rinnovata attenzione politica verso il tema idrico.

Finanziamenti FSC 2021–2027: 40 milioni per Agrigento, Siracusa e Messina

Dopo anni di sotto-investimenti, stanno finalmente arrivando importanti risorse per ammodernare le reti idriche siciliane. In particolare, il Fondo Sviluppo e Coesione (FSC) 2021–2027 ha destinato finanziamenti mirati a interventi in tre ambiti territoriali considerati prioritari. In questi ultimi mesi dell’anno in corso l’Assessorato regionale dell’Energia e dei Servizi di pubblica utilità (Dipartimento Acqua e Rifiuti) ha approvato un piano di investimenti da oltre 40 milioni di euro per modernizzare le reti di distribuzione, ridurre le dispersioni idriche e automatizzare i sistemi di gestione. Le risorse, stanziate con decreti che chiudono l’esercizio finanziario 2025, provengono dal FSC 2021/2027, area tematica “Ambiente e risorse naturali”, e sono destinate alle ATI di Agrigento, Siracusa e Messina, territori particolarmente esposti alla crisi idrica aggravata dai cambiamenti climatici.

Nel dettaglio, Agrigento è il principale beneficiario con un finanziamento di 37,7 milioni di euro destinato alla ristrutturazione e all’automazione della rete idrica comunale. Si tratta del primo stralcio di un progetto complessivo di ottimizzazione dell’intero sistema di distribuzione idrica urbana. In provincia di Siracusa, il comune di Sortino riceve 1,15 milioni di euro per realizzare una nuova rete idrica nella zona sud-occidentale dell’abitato, così da migliorare la pressione e la continuità del servizio. Nel Messinese, al comune di Longi vengono assegnati circa 1,9 milioni di euro per completare e ristrutturare la rete idrica locale, garantendo una gestione più efficiente e sostenibile dell’acqua nel centro abitato. Questi interventi rappresentano, per le tre province coinvolte, opere “strategiche” che mirano non solo a rattoppare falle, ma a modernizzare radicalmente le infrastrutture idriche: previste la sostituzione delle condotte più vetuste, la suddivisione in distretti di rete con sensori per individuare perdite, il revamping di serbatoi e impianti di pompaggio, nonché l’installazione di sistemi di telecontrollo.

Già poche settimane prima, ad ottobre 2025, la Regione aveva annunciato un altro pacchetto di progetti finanziati tramite il FSC. In quel caso si trattava di sei interventi nelle ATI di Messina e Siracusa, concentrati nei piccoli centri, con un investimento complessivo di oltre 13 milioni di euro. Tra i comuni interessati figurano Mistretta, Capri Leone, San Salvatore di Fitalia, Ucria, Terme Vigliatore (nel Messinese) e Ferla (Siracusano), dove si procederà al rifacimento delle tratte di rete più ammalorate e all’installazione di sistemi di controllo per ridurre gli sprechi.

Le autorità regionali hanno accompagnato questi stanziamenti con dichiarazioni di forte impegno politico. «Stiamo mettendo in campo tutte le risorse a disposizione per dare risposte concrete a una delle emergenze più gravi che la Sicilia si trova ad affrontare», ha affermato l’assessore regionale all’Energia Francesco Colianni, sottolineando la volontà di rispettare i cronoprogrammi e di tradurre le strategie in cantieri operativi. Anche il Presidente della Regione Renato Schifani, che ha assunto la guida della cabina di regia per l’emergenza idrica, ha rimarcato la priorità di «garantire infrastrutture moderne ed efficienti» e di tutelare le risorse idriche contrastando le dispersioni. Dopo anni di piani annunciati e rimasti sulla carta, questi fondi FSC offrono alle ATI siciliane un’occasione concreta per invertire la rotta sul fronte delle reti idriche.

Ostacoli strutturali, gestionali e normativi

Se l’arrivo di nuovi finanziamenti è fondamentale, da solo non basta a sanare decenni di arretratezza. La vetustà delle infrastrutture resta uno dei principali ostacoli: gran parte delle reti idriche siciliane risale a oltre 30-40 anni fa, con tubazioni ormai deteriorate e soggette a frequenti guasti. La manutenzione ordinaria è stata a lungo trascurata, così come manca tuttora una mappatura precisa delle condotte e delle valvole sul territorio. Molte infrastrutture essenziali, acquedotti, dighe, impianti di sollevamento, risultano addirittura non collaudate o sottoposte a limitazioni di esercizio per motivi di sicurezza. Ciò significa che anche l’acqua disponibile non può essere utilizzata appieno, perché gli invasi non vengono riempiti fino alla capacità di progetto o devono restare a livelli ridotti. Senza collaudi e manutenzioni straordinarie, gran parte del potenziale idrico dell’isola rimarrà inaccessibile, mettendo a rischio la sicurezza dell’approvvigionamento.

Dal punto di vista gestionale, la Sicilia paga il prezzo di una governance frammentata. La riforma del 2015 avrebbe dovuto introdurre gestioni uniche per ambito, ma, come visto, in alcune realtà gli assetti sono rimasti incompleti o disorganizzati. Fino a tempi recenti porzioni di territorio erano senza un gestore integrato pienamente operativo, e altrove i nuovi gestori pubblici si sono trovati a operare in condizioni proibitive. Le conseguenze sono visibili: perdite occulte non individuate per mancanza di monitoraggio, interventi di riparazione lenti, e un basso rendimento del sistema. La stessa Siciliacque ha evidenziato come la mancanza di una gestione coesa e di contratti chiari abbia ostacolato la sostenibilità economica del servizio, dal momento che milioni di metri cubi erogati non venivano pagati dai destinatari finali in assenza di un contratto unico d’ambito.

Ci sono poi limiti normativi e procedurali che frenano la modernizzazione. Per decenni, ad esempio, le concessioni di derivazione d’acqua in Sicilia sono rimaste regolate da titoli antiquati, risalenti anche a più di 50 anni fa, prorogati automaticamente senza gara né adeguamenti economici. Solo di recente la Regione ha avviato un riallineamento alla normativa europea: un disegno di legge del 2024 punta a introdurre gare pubbliche e canoni aggiornati per le concessioni idriche, con un potenziale incremento delle entrate fino al 500% per quelle idroelettriche. Anche sul fronte delle capacità progettuali permangono ritardi: molti enti locali non dispongono di progetti esecutivi, finendo per perdere occasioni di finanziamento. Emblematico è il caso dei Consorzi di bonifica, responsabili dell’irrigazione agricola: hanno presentato 31 progetti per attingere ai fondi PNRR, per un totale di 422,7 milioni di euro, ma nessuno è stato finanziato a causa di errori procedurali e mancato rispetto dei criteri di ammissibilità. Questa incapacità di mettere a terra gli investimenti dimostra un deficit amministrativo che rischia di vanificare risorse altrimenti disponibili.

Anche la sostenibilità finanziaria del sistema idrico regionale rappresenta una criticità. Anni di gestione emergenziale e di inefficienze hanno generato debiti e diseconomie. Tuttavia esperienze passate, come il dissalatore di Gela, invitano alla prudenza. Il costo operativo dell’acqua desalinizzata è elevato (circa 2 €/m³ nell’area di Palermo) e la Regione dovrà accollarsi decine di milioni l’anno per la gestione dei nuovi impianti, secondo il ddl 976/2025. Senza adeguati piani di copertura, c’è il rischio che impianti innovativi restino sottoutilizzati o gravino eccessivamente sulle tariffe.

Prospettive future: verso un sistema efficiente e sostenibile?

Nonostante le enormi sfide, vi sono segnali di un possibile cambio di rotta nella gestione dell’acqua in Sicilia. Le risorse del PNRR e dei fondi europei/nazionali rappresentano un’occasione storica per recuperare il gap infrastrutturale. La Sicilia è coinvolta in 5 progetti nazionali per la riduzione delle perdite nelle reti idriche, per un valore complessivo di 127,4 milioni di euro, ma a metà 2025 i pagamenti risultavano fermi ad appena l’11% contro una media nazionale del 32%. Tra gli interventi siciliani spiccano la nuova rete idrica di Palermo, affidata all’AMAP, i lavori di razionalizzazione ed efficientamento della rete di Messina, circa 24 milioni di euro, e vari interventi nei comuni del comprensorio di Caltagirone. Degno di nota anche il progetto di riqualificazione delle reti nei comuni delle Madonie, che è già il più avanzato, con pagamenti quasi al 40%, finanziato anch’esso dal PNRR. Sul fronte delle infrastrutture primarie, la Sicilia conta 9 opere finanziate, per un totale di per 343,6 milioni di euro. Previsti l’adeguamento della diga di Pozzillo, il rinnovo dell’impianto di potabilizzazione dello Jato e il completamento della diga di Pietrarossa, iniziata negli anni ’80 e rimasta incompiuta, i cui cantieri dovrebbero concludersi entro il 2026.

Il rilancio passa anche per l’innovazione tecnologica. Diversi gestori locali stanno adottando sistemi di monitoraggio digitale e controllo da remoto delle reti. In provincia di Trapani, ad esempio, l’ATI ha presentato progetti per installare decine di migliaia di smart meter al posto dei vecchi contatori e per attivare un sistema centralizzato di telecontrollo provinciale. Analogamente, nell’Agrigentino il nuovo gestore AICA dispone di fondi React-EU per oltre 50 milioni di euro, con cui sta avviando un “Progetto Conoscenza” per digitalizzare il monitoraggio in tutti i 43 comuni dell’ambito e ridurre drasticamente le dispersioni. Queste innovazioni possono consentire di passare da una gestione reattiva dell’emergenza a una gestione preventiva e ottimizzata: individuare subito le falle nelle condotte, regolare le pressioni per minimizzare gli sprechi, programmare per tempo il rinnovo delle sezioni di rete più critiche.

Un altro pilastro per il futuro è l’approccio integrato e sostenibile alla risorsa idrica. La Sicilia dovrà combinare diverse fonti e soluzioni per aumentare la resilienza idrica: acqua invasata nelle dighe, da manutenere e utilizzare al massimo della capacità in sicurezza, acqua desalinizzata dai nuovi impianti, preziosa soprattutto nei periodi di siccità estrema, e acqua recuperata dai depuratori, da impiegare in agricoltura al posto di quella potabile. «I dissalatori sono una risorsa utile, soprattutto in periodi di prolungata siccità, ma da soli non bastano – ammonisce la professoressa Termini – serve una gestione integrata, che combini dighe, depurazione e dissalazione. Solo così si può garantire flessibilità e ottimizzazione in base alle condizioni climatiche e alla disponibilità idrica». La sfida sarà dunque costruire un sistema flessibile e poliedrico, in grado di ottimizzare l’uso delle risorse idriche nei diversi periodi climatici e per i diversi settori: civile, agricolo, industriale. In questo quadro sarà importante anche superare gli attuali ostacoli burocratici e infrastrutturali che limitano il riuso delle acque depurate in agricoltura.

Ancora una volta la Sicilia si trova davanti un bivio. Da un lato il rischio di collasso idrico, paventato dalla Corte dei conti senza interventi immediati e dall’altro la possibilità di trasformare l’attuale rete colabrodo in un sistema moderno e sostenibile. Le analisi hanno già individuato le cure, quali investimenti mirati, manutenzione costante, governance unificata, gestione intelligente delle risorse, ma ora occorre attuarle superando la frammentazione gestionale che ha bloccato i progressi finora. «La gestione integrata è l’unica strada possibile», avverte la prof.ssa Termini. Perchè solo un coordinamento unitario e una visione a lungo termine permetteranno di garantire ai siciliani un servizio idrico efficiente, sicuro e veramente sostenibile per il futuro.

Roberto Greco

Ultimi Articoli