La prima forte scossa di terremoto si avvertì alle ore 13:28 del 14 gennaio. Ma fu nella notte tra il 14 e 15, precisamente alle 3:01, che la terra tremò nella Sicilia occidentale con una violenza che avrebbe segnato per sempre la Valle del Belìce. In pochi secondi, interi paesi furono cancellati o resi inabitabili. Fu uno dei terremoti più devastanti della storia repubblicana italiana, non solo per i danni materiali e il numero delle vittime, ma per ciò che rivelò: l’abbandono cronico di un territorio e l’incapacità dello Stato di rispondere con tempestività ed equità.
Il sisma: intensità, epicentro e territori colpiti
Il terremoto ebbe una magnitudo stimata tra 5,7 e 6,1 della scala Richter, con epicentro localizzato tra Gibellina, Salaparuta e Poggioreale.
Le scosse principali furono seguite da centinaia di repliche, che continuarono per settimane, impedendo i soccorsi e costringendo migliaia di persone a vivere all’aperto, in pieno inverno.
I comuni più colpiti furono Gibellina, Salaparuta, Poggioreale, Montevago e Santa Ninfa. In molti casi i centri storici furono rasi al suolo o dichiarati irrecuperabili.
Il bilancio ufficiale parlò di circa 370 morti, oltre 1.000 feriti e più di 100.000 sfollati. Numeri che, secondo molti osservatori dell’epoca, non restituirono appieno la dimensione della tragedia.
Un territorio fragile e dimenticato
Il Belice, negli anni Sessanta, era una delle aree più povere della Sicilia: economia agricola di sussistenza, infrastrutture carenti, edilizia fragile. Case costruite senza criteri antisismici, spesso in muratura povera, crollarono come castelli di carte.
Il terremoto non fu solo un evento naturale, ma il detonatore di decenni di marginalità sociale ed economica. La catastrofe mise a nudo l’assenza di politiche di prevenzione e la distanza tra le istituzioni centrali e le comunità locali.
I soccorsi: ritardi, polemiche e rabbia
I primi soccorsi arrivarono con grave ritardo. Molti superstiti raccontarono di aver scavato a mani nude tra le macerie per giorni. Le condizioni climatiche, freddo intenso e pioggia, aggravarono la situazione.
Le tende e i primi alloggi di fortuna arrivarono lentamente. Migliaia di persone furono costrette a vivere per mesi, in alcuni casi anni, nelle baraccopoli, simbolo di una ricostruzione che tardava a partire.
Il terremoto del Belice divenne presto un caso politico nazionale. Le proteste degli sfollati, le denunce dei sindaci e le inchieste giornalistiche parlarono apertamente di inermi abbandonati dallo Stato.
La lunga e controversa ricostruzione
La ricostruzione fu lenta, frammentata e diseguale. Alcuni paesi vennero ricostruiti a chilometri di distanza dai centri originari, modificando radicalmente l’identità delle comunità.
Emblematico il caso di Gibellina: il vecchio centro storico non fu ricostruito. Al suo posto, negli anni Ottanta, l’artista Alberto Burri realizzò il celebre Cretto di Gibellina, una colata di cemento bianco che ricopre le rovine del paese, trasformando la distruzione in memoria artistica e civile.
Ma per molti abitanti, l’arte non compensò lo sradicamento: intere generazioni emigrarono verso il Nord Italia o all’estero, accelerando lo spopolamento della valle.
Il Belice come ferita aperta della Repubblica
A distanza di oltre mezzo secolo, il Terremoto del Belice resta una ferita aperta nella storia italiana. Non solo per le vittime, ma per ciò che rappresentò: l’assenza di prevenzione; il ritardo dei soccorsi e una ricostruzione segnata da sprechi, incompiute e disuguaglianze
Il Belìce divenne un precedente tragico, citato negli anni successivi dopo i terremoti del Friuli (1976), dell’Irpinia (1980) e dell’Aquila (2009). Ogni volta, la promessa di “non ripetere gli errori”.
Memoria e responsabilità
Oggi la Valle del Belìce porta ancora i segni di quella notte. Alcuni ruderi restano lì, come monito silenzioso. Altri sono stati inglobati in nuovi paesi, che faticano ancora a trovare una piena vitalità economica e sociale.
Ricordare il 14 gennaio 1968 non significa solo commemorare le vittime, ma interrogarsi sul rapporto tra territorio, Stato e cittadini. Perché i terremoti non si possono evitare, ma le tragedie sociali sì.
Il Belìce lo ha insegnato a caro prezzo.
Roberto Greco