Non è solo una questione di tecnologia, né una semplice vetrina di buone pratiche accademiche ma soprattutto un momento di riflessione concreta su come sta cambiando il modo di insegnare e di imparare all’Università. È questo il sunto della Giornata della Didattica Innovativa dell’Università degli Studi di Palermo, che si è tenuta ieri 12 gennaio al Complesso Monumentale dello Steri.
Organizzata dal Teaching and Learning Centre e dal Centro per l’Innovazione e il Miglioramento della Didattica Universitaria (CIMDU), la giornata nasce con un obiettivo preciso: rendere la didattica più efficace, inclusiva e vicina ai reali bisogni degli studenti, superando il modello tradizionale della lezione frontale come unico strumento di apprendimento.
Ma cosa significa, in termini semplici, “didattica innovativa”? Significa spostare l’attenzione dal docente allo studente, dal “sapere trasmesso” al “sapere costruito”. Vuol dire imparare attraverso problemi reali, lavori di gruppo, simulazioni, casi di studio, strumenti digitali, ma anche attraverso una maggiore consapevolezza emotiva e relazionale dei processi di apprendimento.
Il programma della giornata, articolato tra mattina e pomeriggio, ha ben raccontato questa trasformazione. Si è parlato di Problem Based Learning, un metodo che parte da problemi concreti per stimolare il ragionamento critico; di Team Based Learning, che valorizza il lavoro collaborativo; di uso dell’intelligenza artificiale nella didattica, non come scorciatoia ma come strumento di supporto; di realtà aumentata e virtuale per lo studio dell’anatomia; di storytelling, serious game ed escape room educative come nuovi linguaggi dell’apprendimento.
Non è mancata l’attenzione ai temi dell’inclusione, del benessere e delle competenze trasversali: dalla gestione delle emozioni nei contesti educativi alla valorizzazione delle differenze, fino alla formazione di docenti capaci non solo di trasmettere contenuti, ma di accompagnare percorsi di crescita.
La Giornata della Didattica Innovativa non è stata un evento per “addetti ai lavori”, ma un laboratorio aperto che ha mostrato come l’università possa diventare un luogo più dinamico, dialogato e contemporaneo. Un’università che sperimenta, che si mette in discussione e che prova a rispondere alle sfide di un mondo del lavoro e della conoscenza in rapido cambiamento.
In un tempo in cui la parola “innovazione” rischia spesso di restare uno slogan, l’iniziativa dell’Università di Palermo dimostra che innovare può significare anche, e soprattutto, cambiare il modo in cui si insegna, si apprende e si costruisce il sapere. Un investimento culturale che riguarda il futuro degli studenti, ma anche quello della società nel suo insieme.
Federica Dolce