Pietro Maugeri: “In Sicilia una povertà profonda, puntiamo anche sulle relazioni”

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Pietro Maugeri

Sicilia: sette province, 180 mila famiglie raggiunte tramite parrocchie e realtà caritative, decine di volontari e una decina di dipendenti per gestire una rete che offre sostegno a chi ne ha più bisogno. In una Sicilia che arranca, e dove sempre più persone faticano ad arrivare alla fine del mese, il Banco Alimentare da 25 anni rappresenta una risposta concreta a un bisogno di assistenza che cresce. Ne parliamo con Pietro Maugeri, presidente di Banco Alimentare della Sicilia Odv, che si occupa della parte orientale dell’Isola.

Presidente, cos’è il Banco Alimentare?

«È un’organizzazione di volontariato e il Banco Alimentare della Sicilia Odv, nello specifico, opera sulle province di Messina, Catania, Siracusa, Ragusa, Enna, Caltanissetta e parte di Agrigento. Il nostro compito è quello di aiutare gli enti caritativi, come le Caritas parrocchiali o realtà religiose o non religiose che non hanno fini di lucro, a raccogliere cibo che poi viene donato alle famiglie che ne hanno bisogno».

Quante persone raggiungete così, in modo indiretto?

«Circa 180 mila persone in condizione di disagio alimentare. Se poi sommiamo quelle raggiunte dal Banco Alimentare della Sicilia occidentale, a noi confederato, arriviamo a oltre 280 mila. Numeri che purtroppo sono in aumento. Il nostro non è quindi un aiuto diretto ma indiretto: aiutare gli enti che a loro volta aiutano le famiglie».

Come raccogliete il cibo?

«Da un lato ci sono aiuti di origine nazionale ed europea, dall’altro recuperiamo il cibo dall’industria. Pensiamo a quelle aziende che non possono immettere sul mercato alcuni prodotti, magari per errori nell’etichetta o perché presentano qualche imperfezione: si tratta di cibo in ottimo stato, assolutamente commestibile ma non adatto alla commercializzazione. Oppure ai prodotti stagionali come pandori, panettoni, uova pasquali o con etichette tipicamente natalizie: passate le feste non li compra più nessuno, ma sono ancora perfettamente consumabili. O ancora ai prodotti che, a causa di mutate esigenze di marketing, non vengono messi in vendita. Inoltre coinvolgiamo la grande distribuzione con vari progetti, evitando così di sprecare migliaia di tonnellate di cibo che altrimenti finirebbero per inquinare mari e fiumi. C’è quindi anche una forte attenzione al sociale e all’ambiente».

Una macchina complessa

«Ma molto ordinata e tracciata, gestita con competenza. Sappiamo da dove proviene il cibo e lo seguiamo fino alla consegna, tutto viene certificato. Abbiamo un magazzino di 2 mila metri quadrati nella zona industriale di Catania, una decina di dipendenti e decine di volontari, compresi i componenti del consiglio di amministrazione, che vedono nel Banco Alimentare una possibilità di sviluppo per la nostra terra. Tutto questo ci consente di distribuire circa 10 mila tonnellate di cibo».

In Sicilia la povertà va crescendo

«I numeri sono in aumento, è indubbio, ma l’emergenza non è solo alimentare. C’è un problema di povertà economica ma uno, secondo me ancora più importante, di solitudine, che è più trasversale. Abbiamo una mensa di fronte alla stazione di Catania che ogni giorno serve centinaia di pasti, ma dietro alla consegna di un pacco c’è un abbraccio, un’accoglienza, il dire a chi viene che non è solo, che c’è qualcuno che pensa a lui. Non è un caso che nascano anche delle amicizie: alcuni dei nostri assistiti, che migliorano la propria condizione economica e non hanno più bisogno di aiuto, tornano come volontari. In un mondo che propugna sempre di più la solitudine come modello anche economico e l’individualismo più sfrenato, è bello che ci sia qualcuno che prepara un pasto caldo gratis. Così costruiamo un mondo più giusto, migliore, con gesti semplici».

Chi si rivolge al Banco Alimentare?

«Spesso si pensa che la povertà sia tipica dei Paesi lontani, invece il povero è anche il vicino di casa: la famiglia monoreddito con tanti figli, il genitore separato, i “working poor”, ossia coloro che hanno un lavoro ma non ce la fanno. Sono nuove forme di povertà sempre più diffuse, soprattutto nei grandi centri urbani come Palermo, Catania o Messina. Persone che quasi si vergognano nel chiedere aiuto. Un fenomeno presente già prima del Covid ma che la pandemia, le guerre e l’incertezza economica hanno amplificato. Il nostro compito non è solo riempire la pancia, ma aiutare a formarsi, a trovare un lavoro, a rendersi autonomi».

Roberto Immesi

Roberto Immesi
Roberto Immesi
Giornalista pubblicista, è Revisore dei Conti dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e Presidente dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (Ucsi), sezione di Palermo. Collabora con LiveSicilia.it, Portadiservizio.it e “Radio Spazio Noi”, emittente dell’arcidiocesi di Palermo.

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