Aumentano povertà e solitudine ma Palermo può cambiare

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 3 minutes

«A Palermo la povertà è in aumento perfino tra chi ha un lavoro, ma anche la solitudine è una forma di povertà. La nostra città fa fatica sotto tanti punti di vista ma può cambiare». Don Sergio Ciresi, direttore della Caritas diocesana di Palermo e parroco di Brancaccio, in qualche modo “successore” di don Pino Puglisi, ha un punto di vista privilegiato sulle difficoltà che vive il capoluogo siciliano. Con lui proviamo a tracciare un bilancio del 2025 che volge al termine, guardando all’anno che verrà.

Don Sergio, che 2025 è stato per Palermo?

«Come Caritas diocesana, quest’anno abbiamo visto aumentare sempre di più la povertà che ormai riguarda anche i ‘working poor’. Parliamo di chi ha un lavoro ma per vari motivi non riesce a farcela e, a differenza del passato, chiede aiuto. Un fenomeno iniziato con la pandemia e che oggi non si arresta: ci domandano di essere accolti e ascoltati. Alcuni vengono a mangiare in mensa e poi vanno a lavorare in modo discreto perché si vergognano».

Una povertà che non riguarda quindi solo i senza dimora

«No, assolutamente no. Per i senza dimora abbiamo comunque un sistema che funziona: siamo in rete con i poli diurni e notturni, facciamo tantissime accoglienze, abbiamo aumentato i laboratori perché vogliamo non solo offrire cibo ma anche relazioni, rapporti, contatti, in modo che si sentano più accolti. Poi ci sono coloro che vivono in case e appartamenti occupati, anche loro sono senza dimora e vivono una situazione complessa, visto che spesso sono nuclei familiari con bambini. Ma la povertà è anche altro».

Cosa intende?

«Nel 2025 ho notato un aumento della povertà anche spirituale e morale. C’è molta gente incerta, insicura, poco speranzosa, disorientata e questo deve farci riflettere. Assistiamo a un aumento della solitudine e dell’individualismo».

Palermo fa fatica a voltare pagina?

«Secondo me sì. Io sono figlio degli anni ‘80 e quel decennio, fino agli inizi dei ‘90, fu un periodo buio per la città. Oggi vedo una Palermo che tende a tornare indietro, anche dal punto di vista culturale e sociale, che non sembra aver voglia di crescere e migliorare. Colgo un forte nichilismo che non fa scorgere la voglia di innovare, i giovani sono attratti da figure negative, c’è una violenza dilagante e anche queste sono forme di povertà. Se una ragazza o un ragazzo deve aver paura a camminare la sera, vuol dire che siamo di fronte a una situazione veramente grave che non riguarda solo Palermo, ovviamente, ma che fa soffrire».

La colpa è solo della politica o anche i palermitani hanno responsabilità?

«Direi che c’è una corresponsabilità. La politica, intesa in generale e non in senso partitico, deve svolgere il suo ruolo in modo concreto, non annunciando spot ma progettando e trasformando i progetti in processi. Come terzo settore siamo pronti a sederci attorno a un tavolo per programmare e progettare insieme. Però i palermitani dovrebbero amare di più la loro città, che merita attenzione e rispetto».

La Caritas è stata tra le quasi 200 realtà che hanno organizzato allo Zen gli Stati generali dell’infanzia e dell’adolescenza

«Sì, siamo stati tra i promotori e abbiamo immaginato insieme una road map. Avremo un nuovo incontro congiunto e poi un ulteriore con le istituzioni, un lavoro in fieri su cui siamo decisi ad andare avanti».

Lei è parroco a Brancaccio, dove lo fu don Pino Puglisi. Cosa prova ad averne raccolto l’eredità?

«Il Beato Puglisi mi sta insegnando tanto. Mi sento molto piccolo rispetto a lui, veramente minuscolo, e ogni giorno mi affido al Signore e a padre Pino».

Cosa augurerebbe ai palermitani per il 2026?

«Che possano riscoprire il valore del bene comune, realizzando una rigenerazione urbana che consenta ai quartieri di aprirsi e in cui tutti possano sentirsi protagonisti di questo cambiamento. I luoghi belli e accoglienti ci aiuterebbero a vincere l’ermeticità delle periferie: lo tocco con mano a Brancaccio, dove la sera si cammina al buio. Le periferie devono essere curate e tornare al centro delle nostre attenzioni».

Roberto Immesi

Roberto Immesi
Roberto Immesi
Giornalista pubblicista, è Revisore dei Conti dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e Presidente dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (Ucsi), sezione di Palermo. Collabora con LiveSicilia.it, Portadiservizio.it e “Radio Spazio Noi”, emittente dell’arcidiocesi di Palermo.

Ultimi Articoli