«A Palermo la povertà è in aumento perfino tra chi ha un lavoro, ma anche la solitudine è una forma di povertà. La nostra città fa fatica sotto tanti punti di vista ma può cambiare». Don Sergio Ciresi, direttore della Caritas diocesana di Palermo e parroco di Brancaccio, in qualche modo “successore” di don Pino Puglisi, ha un punto di vista privilegiato sulle difficoltà che vive il capoluogo siciliano. Con lui proviamo a tracciare un bilancio del 2025 che volge al termine, guardando all’anno che verrà.
Don Sergio, che 2025 è stato per Palermo?
«Come Caritas diocesana, quest’anno abbiamo visto aumentare sempre di più la povertà che ormai riguarda anche i ‘working poor’. Parliamo di chi ha un lavoro ma per vari motivi non riesce a farcela e, a differenza del passato, chiede aiuto. Un fenomeno iniziato con la pandemia e che oggi non si arresta: ci domandano di essere accolti e ascoltati. Alcuni vengono a mangiare in mensa e poi vanno a lavorare in modo discreto perché si vergognano».
Una povertà che non riguarda quindi solo i senza dimora
«No, assolutamente no. Per i senza dimora abbiamo comunque un sistema che funziona: siamo in rete con i poli diurni e notturni, facciamo tantissime accoglienze, abbiamo aumentato i laboratori perché vogliamo non solo offrire cibo ma anche relazioni, rapporti, contatti, in modo che si sentano più accolti. Poi ci sono coloro che vivono in case e appartamenti occupati, anche loro sono senza dimora e vivono una situazione complessa, visto che spesso sono nuclei familiari con bambini. Ma la povertà è anche altro».
Cosa intende?
«Nel 2025 ho notato un aumento della povertà anche spirituale e morale. C’è molta gente incerta, insicura, poco speranzosa, disorientata e questo deve farci riflettere. Assistiamo a un aumento della solitudine e dell’individualismo».
Palermo fa fatica a voltare pagina?
«Secondo me sì. Io sono figlio degli anni ‘80 e quel decennio, fino agli inizi dei ‘90, fu un periodo buio per la città. Oggi vedo una Palermo che tende a tornare indietro, anche dal punto di vista culturale e sociale, che non sembra aver voglia di crescere e migliorare. Colgo un forte nichilismo che non fa scorgere la voglia di innovare, i giovani sono attratti da figure negative, c’è una violenza dilagante e anche queste sono forme di povertà. Se una ragazza o un ragazzo deve aver paura a camminare la sera, vuol dire che siamo di fronte a una situazione veramente grave che non riguarda solo Palermo, ovviamente, ma che fa soffrire».
La colpa è solo della politica o anche i palermitani hanno responsabilità?
«Direi che c’è una corresponsabilità. La politica, intesa in generale e non in senso partitico, deve svolgere il suo ruolo in modo concreto, non annunciando spot ma progettando e trasformando i progetti in processi. Come terzo settore siamo pronti a sederci attorno a un tavolo per programmare e progettare insieme. Però i palermitani dovrebbero amare di più la loro città, che merita attenzione e rispetto».
La Caritas è stata tra le quasi 200 realtà che hanno organizzato allo Zen gli Stati generali dell’infanzia e dell’adolescenza
«Sì, siamo stati tra i promotori e abbiamo immaginato insieme una road map. Avremo un nuovo incontro congiunto e poi un ulteriore con le istituzioni, un lavoro in fieri su cui siamo decisi ad andare avanti».
Lei è parroco a Brancaccio, dove lo fu don Pino Puglisi. Cosa prova ad averne raccolto l’eredità?
«Il Beato Puglisi mi sta insegnando tanto. Mi sento molto piccolo rispetto a lui, veramente minuscolo, e ogni giorno mi affido al Signore e a padre Pino».
Cosa augurerebbe ai palermitani per il 2026?
«Che possano riscoprire il valore del bene comune, realizzando una rigenerazione urbana che consenta ai quartieri di aprirsi e in cui tutti possano sentirsi protagonisti di questo cambiamento. I luoghi belli e accoglienti ci aiuterebbero a vincere l’ermeticità delle periferie: lo tocco con mano a Brancaccio, dove la sera si cammina al buio. Le periferie devono essere curate e tornare al centro delle nostre attenzioni».
Roberto Immesi