Nel cuore della seconda guerra di mafia (1981-’83) si consumò a Bagheria (PA) un episodio tragico che gli organi di stampa dell’epoca ribattezzarono «strage di Natale». Era il 25 dicembre 1981, poco prima delle ore 11: un commando di killer in due auto inseguì e fece strage in via Trento, nel centro cittadino. I bersagli erano due esponenti della cosca di Villabate, ma finirono col morire tre persone: il boss Giovanni Di Peri (62 anni), il suo scagnozzo Biagio Pitarresi (35 anni) e, per errore, il pensionato innocente Onofrio Valvola (62 anni), fulminato da una scarica di pallottole mentre si affacciava a casa. Una quarta vittima, Giuseppe Caruso (48 anni), amico di Di Peri, cadde il giorno dopo in un agguato a Villabate. Secondo i giornali dell’epoca, «tre auto a tutto gas» con uomini armati di mitra e pistole hanno seminato morte e panico, lasciando sul selciato i tre cadaveri. Valvola fu «una delle vittime innocenti della seconda guerra di mafia».
Palermo, 1980-’83 : contesto storico-sociale
All’inizio degli anni ’80 Palermo e la Sicilia erano il teatro di una guerra feroce fra famiglie di Cosa Nostra. Con l’uccisione di Stefano Bontate il 23 aprile 1981 iniziò la cosiddetta “mattanza”, che segnò l’affermazione dei Corleonesi di Totò Riina sui boss palermitani storici. In pochi mesi caddero i vertici mafiosi delle «famiglie che dominavano il traffico di eroina», da Bontate a Salvatore Inzerillo, con tecniche spietate: uso di Kalashnikov, lupara e scioglimenti nelle vasche d’acido. I Corleonesi imposero la linea del terrore: «o si era con i Corleonesi o si era contro i Corleonesi», scrisse il pentito Pennino. Nel biennio 1981-’83 furono uccise migliaia di persone in Sicilia (si parla di oltre 1.000 morti a Palermo da soli), molte «giovani leve» mafiose o innocenti coinvolti per caso. Lo Stato reagì con la legge antimafia Rognoni-La Torre (1982) e con l’avvio del maxi-processo di Palermo, ma nel frattempo la violenza dominava le strade. A Bagheria, città suburbana di Palermo, la tensione tra cosche locali rifletteva le alleanze mafiose dell’area metropolitana: da un lato gli storici clan palermitani (come quelli di Villabate e Casteldaccia), parte della vecchia guardia Bontate-Inzerillo, dall’altro i nuovi alleati dei Corleonesi (capeggiati dal boss di Corso Dei Mille Filippo Marchese e i suoi complici). In questo clima di crisi sociale ed economica, l’economia agricola e edile e in particolare il lucroso mercato del calcestruzzo divennero motivo di scontro tra le cosche.
La strage di Natale: dinamica dell’agguato
La mattina del 25 dicembre un inseguimento al cardiopalmo attraversò le vie di Bagheria. Un giornale descrisse scene da film western: tre auto, tra cui una Golf e una 128 entrambe rubate, con mitragliatrici e pistole a bordo, tamponarono ed esplosero diversi colpi di arma da fuoco contro un’Alfa Romeo in fuga. I due boss di Villabate, Giovanni Di Peri alla guida e Biagio Pitarresi accanto, tentarono di fuggire a piedi dopo l’incidente, ma vennero raggiunti e freddati dai killer. Nel parapiglia, davanti alla porta di casa, il pensionato OnofrioValvola fu centrato da una raffica e colpito a morte. Le cronache notarono la sproporzione dell’attacco: «tre auto a tutto gas, come in un film», pieno giorno, centinaia di proiettili e fucilate. Il raid terminò con i sicari che si dileguarono lasciando sulle auto abbandonate armi e bossoli.
Clan coinvolti e dinamiche mafiose
Le vittime designat erano Giovanni Di Peri e Biagio Pitarresi, figli di note famiglie mafiose di Villabate legate all’eroina. Il fatto che un ignaro pensionato pagasse con la vita questa faida tra boss entrò nelle cronache come tragica beffa della guerra mafiosa. Gli inquirenti ricostruirono poi che il raid era stato organizzato dal gruppo di Filippo Marchese, boss di Corso Dei Mille fedele ai Corleonesi, insieme ai clan alleati dei Tinnirello, Prestifilippo e Greco. Scopo dichiarato dell’agguato era «scalzare il potere mafioso del Pitarresi» e «colpire le attività imprenditoriali condotte dai Di Peri», ossia il controllo dei cantieri e delle acque irrigue agricole della zona. In pratica, le due ditte di calcestruzzi rivali, la Edilbeton legata ai Marchese e la Sicilconcret controllata dai Pitarresi, si contendevano lo stesso mercato tra Bagheria, Villabate e Corso Dei Mille. Secondo il rapporto investigativo interno, la strage fu architettata proprio per avvantaggiare l’Edilbeton e ridimensionare i vecchi boss di Villabate, con tanto di “segnalazione anonima” che indicava Filippo Marchese come mandante.
Iter giudiziario e sviluppi successivi
Sul piano giudiziario la vicenda rimase in gran parte irrisolta. Le prime indagini, nei giorni immediatamente successivi, collegarono il massacro al giro di contrabbando e al traffico di eroina, ma non portarono all’individuazione dei killer. Solo qualche mese dopo le autorità intensificarono le indagini: i carabinieri di Bagheria arrestarono vari affiliati mafiosi: Giovanni Fici il 6 gennaio 1982 e Francesco Spadaro, Giuseppe Marchese e Giovanbattista Inchiappa il 15 gennaio, nel quadro di una grande operazione contro i clan dell’area. Tuttavia Filippo Marchese, indicato come mandante, non fu mai processato: venne strangolato in carcere nel settembre 1982 su ordine dei Corleonesi. Né agli imputati arrestati vennero contestati direttamente i delitti di dicembre 1981, rimanendo lacunose le prove concrete.
L’unico filone che portò qualche condanna, collegò la strage all’omicidio del medico legale Paolo Giaccone avvenuto l’11 agosto 1982, cui Cosa Nostra chiese di boicottare l’autopsia sul cadavere di Onoifrio Valvola. Gli investigatori scoprirono impronte e confessioni che identificarono l’esecutore materiale, Salvatore Rotolo che fu condannato all’ergastolo, e i mandanti, tra cui Totò Riina e lo stesso Marchese, giudicati poi nel maxi-processo nel 1986. Ma per la strage di Bagheria in senso stretto non esistono sentenze note: «i responsabili rimangono in gran parte impuniti», annota un’inchiesta moderna.
Testimonianze d’archivio e cronaca dell’epoca
La ricostruzione dei fatti si basa in larga parte sulla cronaca giornalistica e le inchieste dei magistrati. I corrispondenti sottolinearono che il raid iniziò sulla statale 113 e terminò in via Trento, dove Di Peri e Pitarresi furono crivellati e dove Valvola trovò la morte. I giornali raccontarono la scena: «urla e panico», decine di colpi di mitra in pieno giorno, e «il poveraccio Valvola» freddato davanti alla soglia. Tra le testimonianze più esplicite c’è anche il racconto di una residente, pubblicato solo nel 2013, che vide le auto giungere a tutta velocità e poi cadere vittime i tre uomini. Documentazioni dell’epoca, tra cui necrologi e articoli, confermano infine che i fratelli Pitarresi e Di Peri erano boss storici di Villabate e che dopo il 25 dicembre furono affissi necrologi ambigui. La famiglia negò addirittura di sapere che Antonino Pitarresi fosse scomparso.
Roberto Greco