È iniziato il percorso di avvicinamento verso “Agata 900, il viaggio”, la ventiquattresima edizione della mostra di abiti e costumi dedicata a Sant’Agata, patrona di Catania. Un appuntamento che, anno dopo anno, si conferma come uno dei momenti più significativi di dialogo tra arte, memoria e identità culturale siciliana.
La direzione artistica è affidata a Liliana Nigro, docente dell’Accademia di Belle Arti di Catania, che guida il progetto insieme alle sue studentesse, protagoniste attive del percorso creativo. Un lavoro che unisce formazione, ricerca e trasmissione del patrimonio simbolico legato al culto agatino. Con la collaborazione dei docenti Salvo Lo Giudice ed Egidio Liggera, sono state realizzate le fotografie per il catalogo ufficiale della mostra. Il set è stato allestito nella Galleria Benjamin Art, in via Umberto, spazio che custodisce importanti creazioni artistiche contemporanee. Che, in questi giorni, la galleria ospita anche le opere di Massimiliano Frumenti, artista recentemente scomparso, da sempre vicino e appassionato sostenitore dell’iniziativa dedicata a Sant’Agata. La scelta della location ha rafforzato il legame tra la mostra e il tessuto artistico cittadino.
Durante le sessioni fotografiche, il set si è trasformato in un evento spontaneo e partecipato. I passanti di via Umberto si sono fermati, incuriositi dal lavoro in corso, creando un’interazione naturale tra arte e città. Proprio nella Galleria Benjamin Art, nel giorno della sua nascita, è stato ricordato Massimiliano Frumenti con un incontro dal titolo “La morte non esiste”, organizzato da Liliana Nigro. Un momento di riflessione che ha affiancato l’attività artistica a quella culturale e filosofica.
A questo incontro hanno partecipato come relatori il dottor Filippo Di Mauro e il professor Vincenzo Di Natale, affrontando uno degli interrogativi più antichi dell’umanità: cosa c’è dopo la fine della vita? Un dialogo aperto che ha sottolineato il valore dell’arte come strumento di memoria, continuità e interrogazione dell’esistenza. Tutto ciò a posto le basi per delineare le prossime tappe di avvicinamento alla grande mostra.
“Agata 900, il viaggio” sarà ospitata dalla Città Metropolitana di Catania nella prestigiosa sede istituzionale di Palazzo Minoriti, dal 31 gennaio al 6 febbraio. Una collocazione che conferisce ulteriore valore storico e simbolico all’iniziativa, inserendola nel cuore istituzionale della città. L’edizione del 2025 rappresenta anche un passaggio importante verso il traguardo del quarto di secolo, che sarà celebrato nel 2026. La mostra si conferma come un progetto capace di tramandare la cultura siciliana attraverso il linguaggio contemporaneo dell’arte e della moda. Un percorso che unisce devozione, studio storico e sperimentazione creativa.
Abbiamo incontrato la Professoressa Liliana Nigro, per comprendere il valore culturale che questa mostra, dedicata a Sant’Agata, vuole custodire e trasmettere nelle generazioni future.
Agata 900, il viaggio” è un titolo che suggerisce movimento e trasformazione. Qual è il senso profondo di questo percorso e cosa rappresenta oggi per Catania e per la memoria di Sant’Agata?
«Il titolo rievoca un episodio storico che coinvolge Agata e il suo popolo. Novecento anni fa, il 27 agosto, nel porto di Aci Castello arrivavano i resti mortali della Vergine, sotto il dominio ecclesiale del vescovo di Catania Maurizio. “Agata 900, il viaggio”, oltre alla narrazione storica, traduce il movimento culturale che ogni artista porta nel proprio sangue e nella propria memoria creativa. L’arte è un flusso continuo per chi la produce e per chi l’accoglie. Oggi come allora rappresenta un momento forte e passionale, un atto fisico ma al contempo onirico. La memoria narra, la fede chiarisce. Questo titolo è un racconto, dove la fine è assegnata a ogni visitatore della mostra».
La mostra coinvolge attivamente le studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Catania. In che modo questo progetto contribuisce alla formazione artistica delle nuove generazioni e alla trasmissione della cultura siciliana?
«Il nascere e il vivere di una mostra è sempre un coinvolgimento che non si riduce all’atto in sé, ma va oltre. Fede, ricerca, stile e identità siciliana. La nostra terra ci impone un punto di vista diverso da qualsiasi altra parte del mondo. Ci rende ambasciatrici e ambasciatori di ciò che siamo e del luogo, del mondo siculo, che abbiamo scelto di abitare e vivere».
Negli anni “Agata 900” ha saputo rinnovarsi mantenendo un forte legame con la tradizione. Qual è l’equilibrio tra ricerca contemporanea e rispetto del patrimonio storico e devozionale?
«Il segreto e la “verità”. Chi visita e percepisce la nostra mostra cerca racconti fedeli, dettagliati, ma al contempo trasversalità, fatti di linguaggi nuovi. Vuole un legame unico, cerca il linguaggio puro dell’artista che abbraccia, senza vergogna, la tradizione segnica. Questa è la regola indissolubile per il rinnovato successo».
La scelta di luoghi simbolici come la Galleria Benjamin Art e Palazzo Minoriti rafforza il dialogo tra arte e città. Quanto è importante, secondo lei, che iniziative come questa vivano nel cuore urbano di Catania?
«Catania è la terra di Agata ed oggi anche la mia. Tra le vie si respira la cultura, la simbologia graffita dal tempo, un legame tra corpo e terra. Agire costantemente sul tessuto urbano è una “occupazione” arbitraria ma non illegale. Gli stereotipi e i canovacci sterili hanno imposto dettami che amo trasgredire. La chiesa, il museo, gli atenei: io mi avvalgo di sensazioni e sono i luoghi a scegliere me e le mie performance, che profumano di vita vera e rivoluzione».
Con lo sguardo già rivolto all’edizione del quarto di secolo nel 2026, quale futuro immagina per “Agata 900” e quale messaggio desidera che continui a lasciare alla comunità e ai visitatori?
«Mi sento di credere e non di sperare. Ne ho certezza: in ventiquattro lunghi anni, insieme ai miei ragazzi, abbiamo scritto una pagina di storia che, anche oltre il tempo che mi sarà dato, altri porteranno avanti. Questo messaggio auspico sia immortale, vero, irruente. I miei ragazzi avranno in futuro il compito di un’eredità intellettuale e di vita che, a loro volta, regaleranno a molti».
Federica Dolce