I fatti del 2025. Il ritorno del ciclone: l’amministrazione Trump 47 tra mandato esecutivo, rivoluzione fiscale e l’ombra delle Midterm 2026

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 12 minutes

Il 20 gennaio 2025, Donald J. Trump ha fatto ritorno alla Casa Bianca, assumendo formalmente la carica di 47° Presidente degli Stati Uniti. L’insediamento non ha rappresentato una semplice transizione politica, ma l’inizio di un secondo atto radicalmente pre-pianificato, caratterizzato da una velocità esecutiva senza precedenti e da un’agenda politica tesa a ridefinire profondamente le istituzioni federali e l’assetto geopolitico globale. L’analisi del primo anno di mandato (2025) rivela un governo determinato a superare i vincoli burocratici e legali per imporre una piattaforma ultraconservatrice, il cui sviluppo, tuttavia, ha generato incertezze finanziarie record e una forte polarizzazione che preannuncia una battaglia campale nelle elezioni di metà mandato del 2026.

Gennaio 2025: l’inizio del secondo atto e l’architettura del potere esecutivo

L’atto inaugurale del 2025 è stato percepito come un momento di rivincita, trasmettendo un inequivocabile senso di urgenza e revanscismo politico. Il Presidente ha chiarito che l’amministrazione si sarebbe mossa “rapidamente e decisamente” per affrontare le questioni chiave promesse durante la campagna elettorale. Il discorso inaugurale e le azioni immediatamente successive hanno messo in luce l’immigrazione come priorità assoluta, dichiarando una “emergenza nazionale” al confine meridionale e promettendo il rapido ritorno delle persone senza documenti nei paesi di origine. Tra le prime misure esecutive, è stato annunciato il ripristino della controversa politica del Remain in Mexico e la fine della prassi di Catch and Release.

La cerimonia ha anche offerto uno sguardo sulla rinnovata strategia di diplomazia selettiva del Presidente. La presenza di alcuni leader stranieri, come Giorgia Meloni, è stata notata dagli osservatori internazionali. L’applauso della Meloni nei passaggi più divisivi del discorso ha sollevato interrogativi sulla potenziale rottura del fronte europeo in un momento cruciale in cui la presentazione di un’Europa unita sarebbe essenziale per controbattere la politica americana. La scelta di invitare personalità con comunanze ideologiche, piuttosto che seguire i protocolli che escludono i capi di stato stranieri dalle cerimonie di giuramento, ha accentuato la natura divisiva e personalizzata del nuovo corso diplomatico.

L’Amministrazione 47 ha dimostrato fin da subito una propensione al bypass istituzionale, o Executive Fiat. L’annuncio di oltre 200 azioni esecutive da firmare nelle prime settimane , affiancato a direttive rapide come il congelamento delle assunzioni (Hiring Freeze) emanato il 20 gennaio 2025 , indica che il piano di governo era stato meticolosamente pre-ingegnerizzato. L’obiettivo operativo non era negoziare con il Congresso, ma massimizzare l’impatto e superare la resistenza attesa dalla burocrazia e dalle agenzie federali. Questo massiccio ricorso a direttive esecutive è il primo e più chiaro segnale di una governance basata su un’interpretazione molto espansiva dei poteri presidenziali, nota come Unitary Executive Theory. L’adozione di questa dottrina, che mira a portare l’intero ramo esecutivo sotto il controllo diretto del Presidente, riduce la necessità di consenso legislativo, ma aumenta esponenzialmente il rischio di contenzioso giudiziario.

Lo schema del potere: l’agenda radicale del project 2025

Il vero motore programmatico di questo secondo mandato è il Project 2025, un’agenda politica sviluppata dalla Heritage Foundation, un influente think tank conservatore, con il contributo di oltre 140 ex funzionari della prima amministrazione Trump. Questo progetto non è un mero documento di intenti, ma un manuale operativo di oltre 900 pagine, intitolato Mandate for Leadership: The Conservative Promise , che descrive dettagliatamente come riorganizzare ogni singola agenzia governativa per servire un’agenda conservatrice radicale.

La sua finalità principale è l’estensione dell’influenza conservatrice in tutto il governo degli Stati Uniti. I critici, tra cui l’American Civil Liberties Union (ACLU), lo hanno etichettato come un “progetto estremista” che minaccia le norme democratiche, le istituzioni e le libertà civili. L’agenda si concentra su temi estremamente divisivi: la forte limitazione dell’aborto e dei contraccettivi a livello federale, l’opposizione ai diritti LGBTQ e la restrizione dei diritti degli immigrati. Il piano mira esplicitamente a smantellare i sistemi di checks and balances per imporre il controllo sull’apparato burocratico e “controllare ogni americano”.

Questa visione è sostenuta da una retorica che supera il concetto di normale alternanza politica. I leader della Heritage Foundation, come Kevin Roberts, hanno parlato di una “seconda rivoluzione americana” in corso, aggiungendo esplicitamente che tale rivolta “rimarrà incruenta se la sinistra lo permetterà”. Questa dialettica radicale pone l’agenda del 47° Presidente non come un programma di governo, ma come una trasformazione esistenziale dello stato, che vede l’apparato burocratico federale come un ostacolo da neutralizzare.

Le prime misure esecutive e le nomine chiave

Le prime direttive hanno rapidamente mirato a cementare il controllo esecutivo. Oltre al già citato blocco delle assunzioni, si segnalano Ordini Esecutivi mirati alla razionalizzazione e all’efficienza, tra cui l’EO 14222 del febbraio 2025 per l’implementazione di un’iniziativa di “efficienza dei costi” all’interno di un “Department of Government Efficiency,” e l’EO 14238 di marzo 2025 per il “Continuing the Reduction of the Federal Bureaucracy”. Queste misure non sono fini a sé stesse; esse rappresentano gli strumenti essenziali per epurare il governo e garantire che le posizioni chiave siano occupate da funzionari allineati alla dottrina del Project 2025.

Parallelamente, l’Amministrazione ha proceduto celermente con le nomine di gabinetto e a livello di agenzia. La conferma di Tulsi Gabbard come Direttrice dell’Intelligence Nazionale (confermata dal Senato 52-48 il 12 febbraio 2025) è stata un segnale della volontà di Trump di promuovere personalità che hanno spesso sfidato l’establishment di sicurezza nazionale. Altri nomi critici includono Russell Vought per l’Office of Management and Budget (OMB) e Lee Zeldin per l’Environmental Protection Agency (EPA). Queste nomine sono strategiche, ponendo alle agenzie di regolamentazione e di bilancio leader noti per la loro volontà di smantellare le strutture interne o di contestare i mandati esistenti, facilitando così l’attuazione del Mandate for Leadership.

Sul fronte dell’immigrazione, il giorno dell’insediamento ha visto la firma dell’Ordine Esecutivo 14161, che mirava a “Proteggere gli Stati Uniti da terroristi stranieri e altre minacce alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico”. Successivamente, è stata introdotta una Proclamazione Presidenziale che restringeva l’ingresso ai lavoratori con visti H-1B a meno che il datore di lavoro non pagasse una tassa di $100.000. L’insieme di queste direttive ha creato immediatamente un panorama legale fluido e incerto per i non-cittadini, come documentato dagli aggiornamenti periodici richiesti dagli operatori legali e dalle agenzie governative.

La rivoluzione interna: economia, fisco e il deficit silente

Il cuore dell’agenda interna di Trump nel 2025 è stato rappresentato da una massiccia riforma fiscale, soprannominata la “One Big Beautiful Bill,” che ha promesso tagli sostanziali e una semplificazione del codice tributario.

Tagli fiscali e l’allarme della CBO

La proposta di legge fiscale, in discussione al Congresso nel corso del 2025, è stata improntata all’estensione dei tagli alle imposte sul reddito individuale del 2017 e all’introduzione di nuove esenzioni di natura populista, come l’esenzione dalle tasse sulle mance. Nel complesso, il progetto prevede circa $3.75 trilioni in tagli fiscali.

La sostenibilità di questa manovra è stata immediatamente messa in discussione dalle analisi tecniche. La Congressional Budget Office (CBO), l’agenzia non partitica di valutazione del bilancio federale, ha sollevato serie preoccupazioni. Secondo il rapporto CBO, la proposta rischia di aumentare il deficit federale di ben $2.4 trilioni nel prossimo decennio. Questo aumento drammatico del debito sarebbe solo parzialmente mitigato da circa $1.3 trilioni in riduzioni della spesa federale.

Questa divergenza tra i tagli fiscali promessi e i tagli di spesa compensativi previsti è un elemento di profondo conflitto tra l’ideologia del “grande taglio” e la realtà del bilancio. L’obiettivo primario appare essere l’attuazione di una politica di stimolo fiscale a favore delle basi donatrici e dei contribuenti ad alto reddito, anche a costo di sacrificare la salute fiscale a lungo termine del Paese. L’inevitabile aumento del deficit è il costo nascosto di questa vittoria ideologica, un’eredità che sarà inevitabilmente centrale nel dibattito politico del 2026.

L’attacco al welfare e la crisi sanitaria prevista

Le riduzioni di spesa previste per compensare parzialmente i tagli fiscali sono focalizzate principalmente sui programmi di assistenza sociale e sanitaria. Il progetto di legge prevede tagli significativi a Medicaid e ai programmi di assistenza alimentare.

L’impatto sul sistema sanitario è particolarmente allarmante. I cambiamenti a Medicaid, che includono l’introduzione di nuovi requisiti di lavoro per gli adulti non disabili fino all’età di 65 anni, potrebbero lasciare fino a 7.8 milioni di persone senza copertura sanitaria. Inoltre, si stima che 1.4 milioni di immigrati privi di status legale negli Stati Uniti perderebbero l’accesso ai programmi sanitari finanziati dallo stato. Queste cifre indicano che l’Amministrazione è disposta a ridimensionare il sistema di welfare in modo drastico, trasferendo il rischio sanitario e alimentare su segmenti vulnerabili della popolazione.

Il sentiment economico e la scomparsa della “Trump Put”

La politica economica aggressiva e l’incertezza generata dall’implementazione caotica dei dazi doganali hanno avuto un impatto tangibile sui mercati finanziari nel 2025. Durante il primo mandato, gli investitori avevano spesso messo in secondo piano l’imprevedibilità del Presidente, in quanto compensata dai vantaggi immediati dei tagli fiscali e della deregolamentazione (il fenomeno della “Trump Put”). Nel 2025, questa fiducia sembra essere svanita. L’Amministrazione si concentra ora sull’implementazione di tariffe e tagli al bilancio federale che riguardano oltre 100.000 posti di lavoro.

Questo clima di incertezza ha contribuito a un rallentamento percepito dell’economia, soprattutto a livello popolare. Nel cuore del 2025, il sentiment economico dei cittadini è caratterizzato da una “ripresa a K”. Questo scenario descrive una situazione in cui una parte della popolazione, in genere quella con redditi e risparmi elevati, continua a spendere e a prosperare, mentre la maggioranza è schiacciata dall’aumento del costo della vita. L’elettorato appare “affaticato” e meno entusiasta rispetto alle promesse di grandezza economica. La crisi del caro-vita, in un contesto di tagli al welfare, crea una base elettorale pronta a chiedere conto dell’operato del Presidente nelle elezioni successive.

L’America First 2.0: la ridefinizione geopolitica e commerciale

L’impatto del secondo mandato Trump sulla politica estera e commerciale è stato immediato, basato su una Strategic National Security (NSS) che formalizza il rifiuto dell’ordine liberale globale.

La nuova dottrina di sicurezza nazionale (NSS 2025)

La Strategia di Sicurezza Nazionale per il 2025 segna un punto di rottura definitivo con l’ordine mondiale post-Guerra Fredda, basato sul multilateralismo e sui valori liberali. Questa strategia sancisce il predominio realista dello Stato-Nazione, con l’obiettivo di ritirarsi selettivamente dagli organismi internazionali, ridurre gli accordi multilaterali e concentrarsi esclusivamente sulla diplomazia bilaterale Stato-Stato.

Un elemento centrale e ideologico della NSS 2025 è la definizione dell’immigrazione come “minaccia primaria” per la sicurezza nazionale, un’elevazione concettuale che giustifica misure drastiche al confine. Inoltre, la strategia introduce il concetto di “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe, sottolineando la sovranità delle nazioni e la personalizzazione della sicurezza nazionale. A livello globale, questa strategia è largamente percepita come un “isolazionismo mascherato” che, nel lungo termine, rischia seriamente di compromettere la sicurezza globale e minare la stabilità internazionale.

Il disimpegno strategico ha implicazioni dirette sul panorama europeo. La riduzione dell’impegno americano in Europa coincide perfettamente con gli interessi strategici della Federazione Russa. L’Amministrazione Trump, attraverso la sua strategia, non cerca semplicemente di ritirarsi, ma di ridisegnare attivamente l’equilibrio di potere globale a spese dei tradizionali alleati, creando un vuoto di potere che altri attori internazionali, come il Cremlino, possono sfruttare.

Il fronte commerciale: l’innalzamento dei dazi universali

La politica commerciale di Trump si è ulteriormente radicalizzata nel 2025, confermando l’orientamento protezionista. L’obiettivo dichiarato di Washington è il revival industriale statunitense, la riduzione del disavanzo commerciale e l’incentivo al reshoring. Il Presidente non ha fatto mistero della sua ammirazione per il protezionismo storico, citando il presidente McKinley e il Tariff Act del 1890.

Un punto di svolta significativo è stato l’annuncio dei dazi nell’aprile 2025. A differenza del primo mandato, questa volta le nuove tariffe sono state applicate in modo più universale. È stata introdotta una tariffa del 25% sulle importazioni di alluminio e acciaio, con effetto dal 12 marzo 2025, estesa a tutti i partner commerciali. Per l’Unione Europea, è stato concordato un dazio aggiuntivo del 15% sulle merci importate negli Stati Uniti, senza cumulo con le aliquote ordinarie.

L’insistenza sul ricorso alla leva tariffaria, intesa come principale dispositivo di politica industriale , ha generato un’incertezza commerciale senza precedenti. L’indice di Trade Policy Uncertainty (TPU) è cresciuto costantemente. Nel secondo trimestre del 2025, il valore di questo indice ha raggiunto i livelli più elevati mai osservati dalla sua rilevazione, avviata nel 1960, triplicando i valori registrati alla fine del 2024. Questa incertezza record ha implicazioni dirette sulla fiducia degli investitori e sulla stabilità delle catene di approvvigionamento globali.

Tensioni con gli alleati e la NATO

La coesione delle alleanze tradizionali è stata messa a dura prova. La NSS 2025 introduce una pressione finanziaria senza precedenti sui membri NATO, elevando il parametro di riferimento per la spesa per la difesa a un potenziale 5% del PIL. Questo requisito mette seriamente a repentaglio le posizioni finanziarie e politiche degli Stati europei, costringendoli a una resistenza politica interna.

Il disimpegno statunitense ha trovato un’ulteriore manifestazione nella gestione della crisi ucraina. All’inizio del 2025, si è verificato un notevole scontro tra il Presidente Trump e il Presidente ucraino Zelensky, con Trump che ha accusato Zelensky di ostacolare gli aiuti militari e i negoziati per una tregua. Questo conflitto ha immediatamente intensificato la volatilità dei mercati e l’incertezza sul supporto americano, spingendo l’Europa a un “rafforzamento dei rapporti interni,” seppur timido. L’inaspettata opposizione di Trump alla continuazione del sostegno a Kiev, in contrasto con le aspettative internazionali, ha evidenziato come la politica estera sia ormai totalmente subordinata alla visione personalizzata e transazionale del Presidente.

Il contesto legislativo e le controffensive (fine 2025)

La dinamica legislativa nell’119° Congresso

L’Amministrazione Trump ha operato all’interno del 119° Congresso. L’implementazione rapida dell’agenda fiscale e la conferma di nomine cruciali, come quella di Tulsi Gabbard al DNI , suggeriscono che l’Amministrazione ha potuto contare su un Congresso perlomeno sufficientemente allineato, o, in alternativa, su un corpo legislativo frammentato che ha permesso al potere esecutivo di agire con relativa libertà.

L’implementazione del Project 2025 procede attraverso una complessa operazione di rimozione degli ostacoli burocratici e la riorganizzazione delle agenzie. Gli Ordini Esecutivi di inizio 2025 (come l’EO 14215 per “Ensuring Accountability for All Agencies” ) sono stati utilizzati per garantire che le agenzie federali si allineino rapidamente agli obiettivi del mandato, razionalizzando la spesa e l’operato in linea con la filosofia conservatrice.

La controffensiva legale e istituzionale

La strategia basata sulla Unitary Executive Theory e sull’attuazione del Project 2025 ha generato una contromossa istituzionale e legale immediata. La natura radicale dell’agenda, che cerca di sostituire lo stato di diritto con ideali di destra , ha mobilitato organizzazioni per i diritti civili come l’ACLU, che si sono impegnate in una battaglia su più fronti, dalla difesa alla comunità all’azione legale (litigation).

I tribunali federali sono emersi come il principale campo di battaglia. Ogni agenzia governativa, e ogni direttiva esecutiva, è sottoposta a un intenso scrutinio legale. Le prime e più significative sfide legali hanno riguardato le direttive sull’immigrazione. L’obiettivo del Project 2025 di espandere il potere esecutivo oltre i limiti tradizionali ha reso i tribunali federali l’unica linea di difesa istituzionale rimasta per proteggere la separazione dei poteri e i diritti individuali. La resistenza legale costante, sebbene non sempre vincente, serve a rallentare e a complicare il processo di trasformazione radicale dello stato amministrativo perseguito dall’Amministrazione.

L’incognita 2026: Midterms e polarizzazione estrema

Le elezioni di medio termine (Midterms) del novembre 2026 rappresentano un test cruciale non solo sulla popolarità del Presidente Trump, ma anche sulla resilienza della democrazia americana di fronte all’estremizzazione politica e ai nuovi vettori di manipolazione.

La maledizione statistica delle Midterms

Una delle regolarità più ferree e prevedibili della politica statunitense è la cosiddetta “maledizione di Midterm”: il partito del Presidente perde quasi invariabilmente voti e seggi al Congresso a metà mandato. Questo fenomeno si è verificato in quasi tutte le tornate elettorali dal dopoguerra, colpendo presidenti sia democratici (come Barack Obama nel 2010) sia repubblicani (come Donald Trump nel 2018).

In un contesto segnato dall’inflazione e dal rischio di recessione , e con un elettorato che percepisce il proprio carrello della spesa come insostenibile, il fattore economico tradizionalmente amplifica la dinamica negativa per il partito al potere. Storicamente, il partito del presidente ha perso in media il 7.4% dei voti alle Midterms rispetto alle elezioni precedenti.

Fattori di stress elettorale e ridisegno dei distretti

In vista delle elezioni del 2026, la polarizzazione politica è stata ulteriormente esacerbata dalle pratiche di gerrymandering. Sia gli stati a maggioranza Repubblicana che quelli Democratica hanno intensificato la frenesia di ridisegnare i distretti elettorali per massimizzare i seggi alla Camera dei Rappresentanti, dove tutti i 435 membri sono in elezione ogni due anni.

A questa manipolazione geografica si aggiunge la crescente minaccia della disinformazione algoritmica. L’analisi del contesto elettorale evidenzia una crescente consapevolezza del fatto che la partigianeria apparentemente disperata e disfunzionale è stata guidata artificialmente dagli algoritmi dei social media, sintonizzati per generare indignazione. L’integrità informativa è ulteriormente minata da un’ondata di contenuti spazzatura e deepfake generati dall’intelligenza artificiale, che erode la fiducia popolare nei flussi di notizie e rende la verità un “paradigma di realtà” scegliibile.

Questi fattori di stress, tuttavia, stanno innescando una contro-reazione civica significativa. L’indignazione diffusa, generata dal comportamento dei politici e dalla manipolazione algoritmica, sta coagulando il blocco degli elettori indipendenti, il più grande d’America. Questo gruppo ha lanciato una massiccia campagna per l’istituzione di una nuova commissione imparziale per il ridisegno dei distretti elettorali (anti-gerrymandering) con l’obiettivo di completare le nuove mappe in tempo per il ciclo elettorale del 2028. Questa spinta suggerisce che le Midterms 2026 potrebbero non essere solo un referendum sul Presidente, ma un catalizzatore per la riforma strutturale della democrazia americana, spinta da un pubblico che si sente manipolato.

Proiezioni e scenari del Congresso post-2026

Basandosi sulla statistica storica e sulle attuali dinamiche economiche e sociali, le proiezioni per il 2026 tendono a favorire l’opposizione, come è tipico a metà mandato.

  • Camera dei Rappresentanti: La previsione più accreditata è che i Democratici siano in grado di conquistare il controllo della Camera. Si stima un’oscillazione netta di circa una decina di seggi a loro favore, sufficiente per ottenere una maggioranza, anche se ridotta.
  • Senato: Il Senato dovrebbe rimanere sotto il controllo Repubblicano. Tuttavia, si prevede che questa maggioranza sarà ridotta. Una maggioranza esigua aumenterebbe drasticamente l’influenza politica dei senatori centristi, o di quelli in grado di fungere da “ago della bilancia” nella politica legislativa.

La domanda fondamentale che incombe sul 2026 è quanto a lungo possa sopravvivere un consenso costruito su promesse di grandezza economica e restaurazione conservatrice, quando il costo della vita e la minaccia alla sicurezza sociale colpiscono direttamente la maggioranza degli americani. Le Midterms saranno un referendum in cui il bilancio tra la vittoria ideologica del Project 2025 e i costi sociali ed economici reali verrà saldato.

L’equilibrio precario di uno stato esecutivo

L’Amministrazione Trump 47, inaugurata nel gennaio 2025, si è distinta per l’estrema rapidità e la profondità ideologica delle sue azioni, guidate dal Project 2025. Questo periodo non è stato caratterizzato da un normale esercizio del potere esecutivo, ma da un tentativo metodico e pre-pianificato di rivoluzione istituzionale, fondato sulla dottrina del Unitary Executive Theory e mirato a smantellare parti significative dello Stato amministrativo.

I risultati di questo primo anno sono stati ambivalenti:

  • Successo Programmatico e Costi Fiscali: Se da un lato l’Amministrazione ha rapidamente imposto politiche chiave (immigrazione, nomine, orientamento geopolitico), la sua agenda interna ha generato un allarme senza precedenti. I tagli fiscali, pur essendo una vittoria ideologica per la destra, sono destinati ad aumentare il deficit federale di $2.4 trilioni e a privare milioni di persone dell’assistenza sanitaria. L’Amministrazione è disposta a sacrificare la stabilità fiscale a lungo termine in nome di una vittoria politica immediata.
  • Volatilità Globale e Ritiro Strategico: A livello internazionale, la politica “America First 2.0” ha elevato l’incertezza commerciale a livelli record e ha messo a dura prova le alleanze storiche, in particolare la NATO e l’Europa. Il disimpegno in aree critiche, come il supporto all’Ucraina, crea un vuoto che avvantaggia gli avversari strategici.
  • La Centralità della Giustizia e delle Midterms: L’espansione del potere esecutivo ha trasformato i tribunali federali nel principale teatro di contenzioso, ponendo la difesa dello stato di diritto al centro del dibattito nazionale. Nel 2026, l’elezione di metà mandato servirà da valvola di sfogo per un elettorato affaticato economicamente e indignato dalla polarizzazione artificiale. La probabile perdita di controllo della Camera da parte dei Repubblicani indicherebbe che, sebbene l’Amministrazione sia riuscita a imporre un’agenda radicale all’interno del ramo esecutivo, essa non è riuscita a mantenere il consenso legislativo necessario per consolidare tali cambiamenti in modo duraturo.

Il futuro del mandato di Trump dipenderà dalla sua capacità di superare la “maledizione di Midterm” e di resistere al costante assalto legale, in un clima dove la fiducia nelle istituzioni e nei media è minacciata da nuove forme di manipolazione digitale e da una divisione interna che si fa sempre più profonda.

Roberto Greco

Ultimi Articoli