La Sicilia continua a perdere giovani. Non è una metafora, ma una cifra: oltre 163 mila persone tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’isola tra il 2011 e il 2024. Lo conferma il nuovo Rapporto del CNEL sull’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati, che fotografa con chiarezza un fenomeno che da anni modifica la struttura sociale ed economica della regione. Una “sottrazione continua” che somma due flussi: quello verso il Centro-Nord e quello oltre i confini nazionali.
Il risultato è netto: ogni anno la Sicilia perde popolazione giovane, e soprattutto perde competenze, energie, potenziale. E lo fa a ritmi tra i più alti del Paese.
Un quarto dell’esodo meridionale parte dalla Sicilia
La mobilità interna fotografa una dinamica ben nota: il 24,8% di tutti i giovani che dal Mezzogiorno si spostano verso il Centro-Nord provengono proprio dalla Sicilia. Palermo e Catania guidano le partenze, confermandosi territori che soffrono più di altri l’assenza di opportunità lavorative e prospettive di carriera.
Le destinazioni non sorprendono: Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. Le regioni dove l’occupazione giovanile è più alta, la qualità dei servizi maggiore, e la formazione universitaria e post-universitaria più integrata con il mercato del lavoro.
Il CNEL lo dice con chiarezza: non è una questione di “gusto del viaggio”, ma di differenziali economici. Laddove il tasso di disoccupazione supera la media nazionale, il desiderio di mobilità diventa necessità.
Una perdita doppia: giovani verso il Nord e verso l’estero
La Sicilia non perde solo per emigrazione estera, ma soprattutto per mobilità interna. Per ogni giovane che lascia l’isola per un altro Paese, ce ne sono due che si trasferiscono in altre regioni italiane.
Una fuga silenziosa, fatta di valigie leggere e contratti a termine, che svuota progressivamente la fascia di popolazione più dinamica e produttiva.
Il bilancio totale è tra i peggiori d’Italia: –163.482 giovani in poco più di un decennio. Una cifra che supera la popolazione complessiva di molte città siciliane di medie dimensioni.
Il costo economico della fuga: –44 miliardi di capitale umano
C’è poi un dato che colpisce più di altri: il valore economico della perdita di capitale umano giovanile. Il CNEL calcola quanto “costa” alla Sicilia formare giovani che poi andranno a produrre altrove.
Il saldo è drammatico: –44 miliardi di euro, pari a quasi il 40% del PIL regionale.
Peggio fa solo la Campania, mentre Puglia e Calabria completano il quadro di un Mezzogiorno che continua a “finanziare” la crescita del Centro-Nord.
La formazione — dall’asilo all’università — è un investimento pubblico. Quel capitale, però, viene monetizzato altrove. È una forma di redistribuzione involontaria: il Sud paga, il Nord incassa.
Chi parte: non solo “cervelli”, ma intere generazioni
L’ultimo decennio ha modificato anche il profilo di chi lascia la Sicilia. Non si tratta più soltanto di laureati in fuga, ma di giovani con ogni livello di istruzione:
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la Sicilia ha la più alta quota di migranti senza diploma (33,9%);
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tra emigrati e diplomati le percentuali superano il 40%;
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anche la componente laureata è consistente e in crescita.
Il messaggio è chiaro: l’isola non perde solo talenti altamente qualificati, ma un’intera generazione di ventenni e trentenni, indipendentemente dal percorso formativo. È un campanello d’allarme sociale prima ancora che economico.
Università: un segnale debole, ma positivo
Nell’universo degli indicatori negativi emerge un dato interessante: la Sicilia è l’unica regione meridionale che attrae il 4% di immatricolati dall’estero. Una quota ancora marginale, ma significativa in un contesto dove il sistema universitario locale sconta storicamente gap strutturali in ricerca, internazionalizzazione e placement.
Potrebbe essere un punto di ripartenza: investire sull’attrattività accademica, valorizzare i corsi più forti, costruire reti europee. Un varco piccolo, ma reale.
Un Mezzogiorno che sussidia il Nord
La conclusione del rapporto è dura: il Sud, Sicilia compresa, ha trasferito al Centro-Nord 148 miliardi di capitale umano negli ultimi dieci anni. È una cifra che dice tutto.
Ogni giovane che abbandona Catania, Messina, Palermo o Ragusa rappresenta un investimento collettivo perduto e un pezzo di futuro che si sposta altrove.
Ma soprattutto è il segno di un divario che non si sta colmando: anzi, si auto-alimenta. Il Nord cresce anche grazie a chi dal Sud parte; il Sud invecchia perché non riesce a trattenere i suoi giovani.
Il futuro dell’isola passa (ancora) dai giovani
Non esiste sviluppo regionale senza politiche giovanili. La Sicilia sembra averlo dimenticato, ma i numeri del CNEL lo riportano al centro del dibattito.
Per invertire la tendenza servono tre leve: lavoro stabile, servizi efficienti, formazione di qualità. Non slogan, ma strategie di lungo respiro. Perché la Sicilia continui a perdere giovani, può essere una tendenza. Che continui a farlo a questi ritmi, rischia di diventare un destino.
Roberto Greco