Rifiuti in Sicilia: dati ISPRA 2025 tra progressi e ritardi

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 10 minutes

Nel Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2025 dell’ISPRA emerge un quadro complesso per la Sicilia, fra qualche miglioramento nelle percentuali di raccolta differenziata e persistenti criticità in gestione, costi e impiantistica. Di seguito analizziamo i principali dati relativi alla regione, confrontandoli con la situazione nazionale e gli obiettivi di legge, con uno stile chiaro e divulgativo.

Produzione e gestione dei rifiuti urbani in Sicilia

Nel 2024 in Sicilia sono stati prodotti circa 2,17 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, in lieve aumento (+0,7%) rispetto al 2023 (2,15 milioni). La regione rappresenta grosso modo il 7,2% del totale rifiuti urbani d’Italia (29,93 milioni di tonnellate). In termini pro capite, ogni siciliano ha prodotto nel 2024 circa 454 kg di rifiuti, un dato leggermente inferiore alla media nazionale di ~508 kg/abitante.

Dal 2020 ad oggi la produzione in Sicilia ha mostrato oscillazioni: un picco nel 2021 (2,22 Mt) seguito da un calo e una nuova risalita nel 2024, comunque al di sotto dei livelli pre-pandemia. Queste variazioni rispecchiano in parte gli andamenti socioeconomici: nel biennio 2023-2024, ad esempio, l’Italia ha visto crescere PIL e consumi dello 0,7%, accompagnati da una crescita dei rifiuti urbani del +2,3%. In Sicilia l’aumento dei rifiuti è stato più contenuto, suggerendo una certa stabilizzazione della produzione.

Sul fronte gestione, la Sicilia continua a dipendere in larga misura dalle discariche per lo smaltimento dei rifiuti indifferenziati. A livello nazionale, grazie al potenziamento di raccolta differenziata e impianti di trattamento, solo il 14,8% dei rifiuti urbani finisce in discarica. In Sicilia questa quota è molto più alta: considerando che circa il 44-45% dei rifiuti prodotti non viene intercettato in modo differenziato, si stima che oltre un terzo del totale dei rifiuti siciliani venga ancora smaltito in discarica. La mancanza di inceneritori e di sufficienti impianti di trattamento avanzato costringe infatti la regione a collocare in discarica la quasi totalità dei rifiuti residui. Parte di questi, in situazioni critiche, viene persino spedita fuori regione o all’estero, con costi elevatissimi, fino a 450 € a tonnellata per il conferimento oltreconfine.

Va ricordato che il sistema regionale soffre di storiche inefficienze, evidenziate anche da un recente referto della Corte dei Conti. Quest’ultimo parla di “gravi carenze programmatorie, gestionali […] che determinano inefficienze nell’impiego delle risorse pubbliche”, citando tra i problemi l’“oligopolio delle discariche private”, i bassi livelli di riciclo e un quadro impiantistico incompleto. In pratica, la Sicilia paga anni di ritardi nella pianificazione del ciclo integrato dei rifiuti: troppo poche infrastrutture e un eccesso di ricorso a soluzioni emergenziali (discariche private e trasferimenti fuori regione) rendono la gestione ancora precaria.

Raccolta differenziata: progressi ma sotto la media nazionale

La raccolta differenziata (RD) in Sicilia, pur crescendo costantemente, resta inferiore alla media italiana. Secondo il Rapporto ISPRA, la percentuale di RD regionale nel 2024 è 55,5%, in leggero aumento dal 55,2% del 2023. Il trend è positivo: +0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente, +4,1 punti rispetto al 2022 (quando la RD era al 51,5%). Dal 2020, quando la Sicilia differenziava appena il 42% dei rifiuti, il balzo è significativo. Tuttavia il divario con il resto del Paese permane: la media nazionale di RD nel 2024 ha raggiunto il 67,7%, oltre 12 punti sopra il dato siciliano.

A livello geografico, si registra un graduale recupero del Mezzogiorno rispetto al Nord. Il Sud nel complesso è salito al 60,2% di RD, riducendo la forbice con il Nord (74,2%). Le regioni meridionali hanno ottenuto le crescite maggiori negli ultimi anni. In questa classifica “inseguimento” la Sicilia contribuisce con i suoi progressi: era ferma al 31% di RD nel 2016, oggi supera il 55%. Nonostante ciò, la Sicilia rimane tra le ultime regioni per percentuale di raccolta differenziata. Solo Lazio (56,2%), Calabria (57,5%) e Campania (58,1%) si collocano in fascia simile, mentre tutte le altre regioni hanno ormai superato il 60% RD. Regioni virtuose come Emilia-Romagna e Veneto viaggiano oltre il 78%, e perfino Sardegna e Basilicata, anch’esse nel Mezzogiorno, registrano rispettivamente 76,6% e 66,3% di RD (dati 2024).

Va sottolineata la forte eterogeneità interna alla Sicilia. Alcune realtà provinciali hanno raggiunto o superato gli obiettivi di legge sulla RD, altre sono molto indietro. La provincia di Trapani spicca con uno strabiliante 78% di differenziata nel 2023, la più virtuosa dell’isola, seguita da Ragusa (68%) ed Enna (66%). Al contrario la città metropolitana di Palermo è fanalino di coda con appena il 36-37%.

Queste differenze riflettono le performance dei singoli comuni. Ad esempio, Messina, grazie all’estensione del “porta a porta” e ad una strategia integrata avviata nel 2018 – ha raggiunto nel 2024 il 58,6% di RD (era 55,4% nel 2023), diventando un modello virtuoso nel Sud. Il suo progresso trascina verso l’alto la media regionale, tanto che Messina oggi è prima in Sicilia e sesta in Italia fra le grandi città per percentuale di differenziata. In netto contrasto, Palermo città resta inchiodata intorno al 17% di RD (dato 2023), uno dei peggiori capoluoghi a livello nazionale, e Catania è salita solo di recente al 34,7% dopo anni di stasi.

Questa situazione “a macchia di leopardo” ha anche effetti psicologici e tariffari. La Federconsumatori Sicilia nota come “se a Palermo si differenzia poco e si paga poco, mentre a Trapani si differenzia tanto e si paga tanto, il cittadino è disincentivato a fare la raccolta correttamente”. Infatti, nei comuni dove il servizio funziona meglio, ad esempio Trapani, spesso i costi in bolletta sono più elevati, mentre realtà meno efficienti come Palermo hanno tariffe paradossalmente basse. Ciò genera percezioni di iniquità e può minare la motivazione dei cittadini nel separare i rifiuti.

Costi del servizio: tariffe elevate e copertura finanziaria

La Sicilia figura tra le regioni con i costi di gestione dei rifiuti urbani più alti d’Italia. Il Rapporto ISPRA include un monitoraggio dei costi del servizio di igiene urbana: nel 2024 il costo totale pro capite in Sicilia è pari a 237,7 € per abitante all’anno, ben al di sopra della media nazionale di 214,4 €/ab. Nel Sud solo la Campania presenta un valore leggermente superiore (242,9 €/ab). Per confronto, le regioni del Nord godono mediamente di costi più contenuti (187 €/ab di media) a fronte di performance migliori in raccolta e riciclo. Questo rapporto costi/risultati sfavorevole suggerisce inefficienze nel sistema siciliano.

Un’analisi più dettagliata mostra alcune contraddizioni a livello locale. Ad esempio, la città di Catania risulta avere nel 2024 una TARI mediamente più alta d’Italia (594 € per utenza), invariata rispetto al 2023, nonostante solo un terzo dei rifiuti urbani cittadini venga differenziato. Al contrario, Palermo, pur avendo la peggiore RD, ha una tariffa insolitamente bassa (circa 335 € annui a famiglia, +6,7% nel 2024), frutto probabilmente di scelte politiche e coperture extra-tariffarie che però mascherano i costi reali del servizio. In mezzo, realtà come Trapani presentano sia alta RD (78%) sia TARI elevata (453 €/anno, +6% nel 2024). Fa eccezione Messina, dove l’efficienza conquistata ha permesso di ridurre la TARI del 30% in due anni, portandola a circa 318 € annui, mentre la RD superava il 53%.

Complessivamente la spesa media in bolletta in Sicilia è 390 € annui per famiglia, superiore alla media nazionale , pari a circa 329 €. La copertura integrale dei costi tramite la TARI dovrebbe essere garantita per legge in ogni comune, secondo il principio “chi inquina paga”. Tuttavia, i dati sopra evidenziati suggeriscono che in Sicilia tale copertura avviene in modo disomogeneo e spesso poco trasparente. Secondo la Corte dei Conti, “manca una chiara trasparenza su come si forma l’ammontare della TARI nei singoli Comuni”. Non risultano processi partecipativi né carte dei servizi condivise con i cittadini, come previsto dall’ARERA, e questo rende difficile capire se il denaro pagato venga effettivamente reinvestito in un servizio migliore.

Uno dei fattori che incide pesantemente sui costi è il conferimento in discarica. In Sicilia smaltire rifiuti costa carissimo: circa 380 € a tonnellata (dato 2023) contro, ad esempio, i 90-120 €/ton del Piemonte o i circa 150 €/ton della Toscana. Ciò dipende sia dalle tecnologie obsolete sia dalla posizione dominante di pochi gestori privati di discarica, che praticano prezzi elevati. Quando le discariche locali non bastano e si ricorre all’esportazione dei rifiuti, il costo schizza fino a 450 €/ton. Queste spese si riflettono inevitabilmente sulle tariffe a carico dei cittadini. In assenza di impianti alternativi (es. termovalorizzatori), la Sicilia rimane ostaggio di costi operativi molto alti, che drenano risorse pubbliche e non sempre si traducono in servizi migliori.

Va anche detto che l’Autorità di regolazione (ARERA) ha introdotto da alcuni anni un metodo tariffario che distingue costi efficienti e standard di qualità minimi. Laddove applicato, esso dovrebbe garantire che la totalità dei costi sia coperta dalla TARI e che eventuali extra-costi (per investimenti o miglioramenti) siano giustificati. Il Rapporto ISPRA evidenzia tuttavia come in Sicilia molti contratti di servizio non siano stati aggiornati secondo queste linee guida, né discussi con i portatori d’interesse. Ne risulta un quadro frammentato: alcuni comuni coprono a malapena i costi essenziali mantenendo tariffe politicamente “accettabili” (Palermo docet), altri spingono la qualità ma fanno pagare di più (Trapani, Comuni del Nord Sicilia, ecc.). Un equilibrio va ancora trovato, soprattutto per ricostruire la fiducia dei cittadini: chi paga cifre elevate deve vedere un ritorno in termini di pulizia, efficienza e percentuali di riciclo, altrimenti è comprensibile il malcontento.

Impianti di trattamento: nodi e carenze strutturali

Uno dei punti nevralgici del sistema rifiuti siciliano è la carenza di impianti adeguati per il trattamento e il recupero. Attualmente, la regione non dispone di inceneritori/termovalorizzatori operativi per i rifiuti urbani. Su 35 impianti di incenerimento presenti in Italia, solo 6 si trovano nell’intero Mezzogiorno e nessuno in Sicilia. Questo significa che il 100% del rifiuto indifferenziato siciliano deve essere smaltito in discarica (dopo eventuale pretrattamento meccanico-biologico) oppure spedito altrove.

La filiera del recupero dell’organico, invece, ha visto qualche sviluppo: secondo ISPRA in Sicilia sono operativi 17 impianti di compostaggio e 2 impianti integrati anaerobico/aerobico (digestione anaerobica + compostaggio) per la frazione umida. La capacità complessiva di trattamento organico è circa 760 mila tonnellate/anno, e nel 2024 questi impianti hanno gestito circa 366 mila tonnellate di rifiuti organici da raccolta differenziata (pari al 5,1% del totale organico trattato in Italia). Pur essendo una quota modesta, segnala che qualcosa si muove: l’organico rappresenta la fetta principale della RD siciliana (oltre 500 mila tonnellate annue, cioè più del 40% dei rifiuti differenziati raccolti) e disporre di impianti locali di compostaggio è fondamentale per chiudere il ciclo sul territorio. La dote impiantistica resta però insufficiente: basta pensare che la sola Lombardia tratta oltre 768 mila tonnellate di organico, il doppio dell’intera capacità siciliana. Ciò obbliga a trasportare parte dell’umido fuori regione nei periodi di punta, con costi aggiuntivi.

Per quanto riguarda gli altri materiali da RD (plastica, carta, vetro ecc.), la Sicilia dispone di piattaforme di selezione/riciclaggio private e consortili, ma spesso deve inviare tali materiali in impianti di recupero ubicati altrove per il processo finale. Questa dipendenza infrastrutturale dal resto d’Italia (e in alcuni casi dall’estero) non solo aumenta i costi, ma espone a rischi (si pensi ai blocchi dei conferimenti o ai costi di trasporto variabili).

Il vero buco nella rete impiantistica siciliana è nella gestione dei rifiuti residui non riciclabili. Oltre alla mancanza di termovalorizzatori, anche gli impianti di trattamento meccanico-biologico (TMB) sono pochi e spesso integrati alle discariche esistenti. Ciò significa che una parte rilevante dei rifiuti indifferenziati viene collocata in discarica tal quale o dopo un trattamento minimale di biostabilizzazione. Secondo ISPRA, in tutta Italia nel 2024 sono stati trattati in impianti TMB circa 6,7 milioni di tonnellate di rifiuti indifferenziati; di questi, la quota trattata al Sud viene in buona parte poi smaltita al Nord per mancanza di impianti finali locali. La Sicilia incarna bene questa criticità: “la minore dotazione impiantistica in alcuni contesti del Centro-Sud comporta la movimentazione di importanti quantitativi di rifiuti prodotti in tali aree verso gli impianti del Nord”. In altre parole, finché l’isola non disporrà di un ciclo integrato completo (recupero materia e recupero energetico), rimarrà in perenne emergenza, costretta a spedire fuori milioni di kg di rifiuti con dispendio economico e ambientale.

Consapevole di ciò, la Regione Siciliana ha finalmente approvato nel 2024 un nuovo Piano regionale rifiuti, che prevede interventi infrastrutturali importanti. Tra questi, molto dibattuti, figurano la realizzazione di due grandi termovalorizzatori, uno nell’area di Palermo e uno in quella di Catania. Queste opere, annunciate come soluzione per “liberare la Sicilia da una questione per troppo tempo irrisolta”, dovrebbero garantire l’autosufficienza nello smaltimento finale e ridurre drasticamente il ricorso alle discariche. Tuttavia, il percorso non è semplice: vi sono opposizioni politiche e di comitati locali che temono un impianto così impattante. Federconsumatori Sicilia, ad esempio, ha preso posizione contraria, sostenendo che gli inceneritori rischiano di “disincentivare la differenziata” in una regione dove già è difficile raggiungere gli obiettivi di riciclo. L’associazione propone invece di potenziare gli impianti di riciclo e trattamento a freddo, abbandonando la logica dell’incenerimento e costruendo un sistema davvero in linea con l’economia circolare. Di certo, colmare il gap impiantistico è urgente: servono più impianti di compostaggio (soprattutto nelle province ancora scoperte), centri di recupero per tutte le frazioni riciclabili e soluzioni per il residuo. La sfida sarà farlo scegliendo tecnologie sostenibili e guadagnando la fiducia delle comunità.

Confronto con gli obiettivi nazionali ed europei

Alla luce di quanto esposto, la Sicilia appare in ritardo rispetto a diversi target ambientali fissati da norme nazionali ed europee. Già l’obiettivo italiano del 65% di raccolta differenziata, previsto originariamente per il 2012, non è ancora stato raggiunto (siamo al 55-56%). Ma oggi il focus si sposta sugli obiettivi di effettivo riciclaggio dei materiali. La nuova direttiva UE impone infatti di riciclare o riutilizzare almeno il 55% dei rifiuti urbani entro il 2025 (percentuale calcolata sul totale avviato effettivamente a recupero, non solo raccolto in modo separato). L’Italia nel 2024 si attesta su un tasso di riciclaggio del 52,3%, in crescita ma ancora sotto il target. Sicilia, verosimilmente, fallirà l’obiettivo 2025, come ha ammesso Federconsumatori, dato che la sua percentuale di riciclo reale è inferiore alla media nazionale (essendo inferiore anche la RD). Raggiungere il 55% di riciclo in pochi mesi è fuori portata; occorreranno ancora anni di lavoro per avvicinarsi. Il prossimo step sarà il 60% di riciclo al 2030 e poi almeno il 65% al 2035: traguardi che al momento paiono lontani per la nostra regione.

Un altro parametro cruciale è la riduzione dello smaltimento in discarica. L’Europa ha fissato al 2035 l’obiettivo di portare sotto il 10% la quota di rifiuti urbani conferiti in discarica. L’Italia sta facendo progressi: come detto, nel 2024 siamo scesi al 14,8% nazionale. Ma in Sicilia, senza impianti alternativi, la percentuale in discarica è ancora stimabile intorno al 40% o più, un valore che rischia di rimanere altissimo anche nei prossimi anni se non entrano in funzione nuove soluzioni di smaltimento. La costruzione dei termovalorizzatori (se attuata) potrebbe ridurre drasticamente questa quota, ma andrebbe bilanciata con un forte incremento del riciclo per non semplicemente spostare il problema dalle discariche alle emissioni.

Da notare che sul versante imballaggi la situazione italiana è migliore: tutti i materiali da imballaggio hanno già raggiunto i target UE 2025, con la plastica finalmente sopra il 50% di riciclo (51,1% nel 2024). Ciò significa che, a livello di consorzi di filiera (CONAI), il sistema di recupero degli imballaggi funziona. In Sicilia, però, questo successo nazionale rischia di non riflettersi pienamente se la raccolta differenziata locale non intercetta abbastanza materiali. L’isola dovrà aumentare sia la quantità sia la qualità dei materiali raccolti per contribuire agli obiettivi complessivi di riciclo.

La Sicilia, oggi, si trova di fronte a sfide importanti: accelerare la crescita della differenziata, attivare impianti per gestire internamente i rifiuti (minimizzando discariche ed esportazioni) e migliorare l’efficienza del servizio per contenere i costi. I dati ISPRA 2025 evidenziano progressi (una raccolta differenziata quintuplicata in poco più di un decennio) ma anche ritardi strutturali rispetto a un Paese che viaggia verso modelli più sostenibili.Il Rapporto ISPRA 2025 ci racconta di una Sicilia in lento miglioramento ma ancora distante dagli standard nazionali ed europei in tema di rifiuti. I numeri indicano la rotta: meno rifiuti, più differenziata, impianti moderni e tariffe eque. Spetta ora a istituzioni, imprese e cittadini siciliani fare squadra per trasformare questi obiettivi in realtà, garantendo un futuro più pulito e sostenibile alla regione.

Ultimi Articoli