Suor Maria Goretti, 55 anni, è nata a Palermo in una famiglia cattolica praticante. Come tanti giovani voleva formarsi una famiglia, ma a 17 anni sente una chiamata alla vita consacrata. Le abbiamo chiesto di parlarci della sua vita. Una vita vita consacrata a Dio e agli ultimi.
Ci vuole raccontare cosa ha significato per lei la “chiamata”?
«Voglio innanzitutto precisare che la chiamata è qualcosa che si sente dentro, nasce pregando con l’incontro con il Signore. Ho cominciato a frequentare il Rinnovamento dello Spirito e conosciuto Padre Matteo La Grua, che mi accompagnato nei due anni di discernimento insieme alla lettura di libri. Tra questi “Storie di una anima” di Santa Teresina. Ad un certo punto mi sono trovata in ginocchio a parlare con il Signore. Gli dicevo ‘’voglio essere tua’’. Avevo un progetto ben delineato di famiglia, con tanti bambini, e di maestra. Nel tempo, leggendo vari libri di fede, ho compreso la bellezza della verginità. Ho poi incontrato Antonio, un frate anziano, cui ho chiesto di farmi sapere cosa ne pensasse Padre Pio, che frequentava, della mia vocazione. La risposta di Padre Pio fu: “che premura che ave”. In quel momento della mia vita avevo solo 17 anni».
Come hai iniziato il suo cammino missionario?
«Dapprima ho cercato la comunità dove fare esperienza, ma nessuna soddisfaceva le mie aspirazioni. Poi sono andata a Rimini, al ritrovo nazionale del Rinnovamento dello Spirito. In quell’occasione ho incontrato la Comunità delle Beatitudini. Mi colpì tantissimo la loro vita vissuta in povertà. Volevo andare a Roma per fare una esperienza con loro, avevo 19 anni, ma mio padre non voleva che mi allontanassi dalla famiglia. Così ho deciso scappare di casa. Avrebbe dovuto essere solo una esperienza e invece sono rimasta con loro per 16 anni. Nei primi cinque anni sono stata nella comunità di Monte Compatri, nell’area dei Castelli Romani. Mi piaceva la vita consacrata al Signore, una vita monastica, ma anche aperta alla missione».
Ad un certo punto è andata in Africa, nello specifico in Congo…
«Sì, nella comunità delle Beatitudini.Chiesi io di andare in Congo e questa si è rivelata una chiamata nella chiamata. In Africa ho incontrato le povertà estreme. Operavamo nella foresta equatoriale dove trovai malnutrizione, malattie infettive e lebbra. Nel frattempo ho fatto un corso di infermiera e immediatamente dopo mi sono impegnata come tale, anche durante un’altra grandissima prova, la guerra, che durò due anni, dal 1997 al 1998. In quel momento c’erano altre due guerre nei paesi limitrofi, nel Ruanda e in Zaire. Il Congo, dove io mi trovavo, era proprio in mezzo. Questo mi da l’imoressione di vivere una guerra mondiale, il mio mondo era sconvolto. Non avevo più contatti con l’Europa, gli aeroporti erano stati bombardati e in questo contesto ho fatto l’esperienza della provvidenza estrema. Nei momenti di grande difficoltà ho visto i miracoli di Dio, come quando arrivarono medicine e altro, senza mai sapere chi aveva donato il tutto. Ed è lì che è maturata questa mia vocazione forte, quella di donarmi totalmente ai poveri. Ma poi a causa della mia salute precaria, avevo contratto tifo e malaria diverse volte, sono stata trasferita a Medjugorje».
Successivamente è tornata in Italia…
«Prima ad Erice, poi a Trapani in un centro di accoglienza per i migranti. Questi sono stati anni di travaglio. Era come se non riuscissi più a vivere appieno quello che avevo vissuto in Congo e mi chiedevo se ero nel posto giusto. All’improvviso mi chiamarono per aiutare Erik, un uomo mal messo, con un piede mangiato da vermi e una piaga cavernosa maleodorante. Era uno schizofrenico, violento e grande bevitore. L’ambulanza non lo prese in carico. L’ho invitai a venire al centro a lavarsi, anche perchè in quelle condizioni di sporcizia non lo potevo neanche medicare. Mi seguii mansueto, come se mi avesse conosciuto da sempre. Successivamente, dopo un breve ricovero in ospedale, tornò in strada e io continuavo ad incontrarlo per medicarlo. Nella comunità in cui mi trovavo non si poteva essere ospitati ed io ci stavo male, io al caldo e lui in strada al freddo con la gamba medicata. Ero sempre più in crisi poichè non potevo aiutare, come volevo, chi era in strada».
A questo punto che successe?
«Dopo un attento discernimento, insieme ai miei superiori, mi recai dal Vescovo Miccichè sottoponendo la situazione di disagio dei fratelli che vivevano per strada. Mi aspettavo da lui una risposta evasiva, invece il Vescovo, che si era già accorto di questa difficile situazione, mi disse che ero la risposta alle sue preghiere, perché già da tempo lui pregava affinchè una figura religiosa si prendesse cura dei senza fissa dimora. Così insieme abbiamo dato inizio nel 2005 alla comunità “Serve del Gesù Povero”. Inizia la nuova avventura della casa di accoglienza con le prime persone accolte in gratuità. Durante quell’esperienza mi rapportavo sempre con Fratel Biagio, che mi sosteneva con consigli importanti e con la preghiera».
Attualmente a Trapani ci sono due dormitori, uno maschile e uno femminile, e due appartamenti. Le suore hanno l’impegno settimanalmente di andare a trovare nelle case le famiglie, per incontrare povertà spirituali e materiali, e di visitare i carcerati, i malati in ospedale oltre a fare evangelizzazione.
Fondamento di questa chiamata è la preghiera, l’ascolto della Parola, il servizio ai poveri e la vita di Provvidenza, per mostrare al mondo che Dio è Padre e provvede ai bisogni dei suoi figli. Le Suore sono venti, gli accolti una trentina. E’ nata anche una nuova casa di accoglienza per mamme e bambini ad Arezzo. Una bella realtà missionaria che fa bene al cuore di tutti noi.
Riccardo Rossi