In ricordo di Giovanni Domè e Salvatore Bevilacqua, vittime innocenti della strage di viale Lazio

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La sera del 10 dicembre 1969, poco dopo le 19:30, un commando di killer mafiosi fece irruzione negli uffici dell’impresa edile Girolamo Moncada & Figlio in viale Lazio n. 108, a Palermo. I sicari, arrivati a bordo di un furgone e un’Alfa Romeo, erano travestiti con uniformi della Guardia di Finanza per sorprendere le vittime senza destare sospetti. In quegli uffici, che fungevano anche da base operativa per il boss mafioso Michele Cavataio, era in corso una riunione serale: oltre a Cavataio (capo della cosca dell’Acquasanta), erano presenti il costruttore Girolamo “Mommo” Moncada con i figli Filippo e Angelo, alcuni dipendenti oltre a uomini di fiducia del boss. Tutti erano armati, come spesso avveniva in quegli ambienti durante gli anni turbolenti delle guerre di mafia.

Intorno alle 19:30 il gruppo di fuoco irruppe nei locali cogliendo i presenti di sorpresa. A guidare l’assalto furono Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, seguiti dagli altri sicari, mentre Salvatore “Totò” Riina rimase fuori a coordinare l’operazione dai veicoli. Appena entrati, i killer, armati di pistole, fucili lupara e mitra Beretta MAB 38, iniziarono a sparare all’impazzata. Nel giro di pochi secondi una pioggia di proiettili investì la stanza: in circa venti secondi di sparatoria furono esplosi decine di colpi, uccidendo quattro persone e ferendone altre due. Il commando aveva pianificato un attacco lampo per eliminare il bersaglio principale, Michele Cavataio, in quello che sarebbe diventato uno dei più sanguinosi episodi nella storia di Cosa Nostra.

Secondo le ricostruzioni emerse in seguito, l’irruzione non andò esattamente come previsto. Damiano Caruso, uno dei sicari, aprì il fuoco troppo presto per la paura, facendo saltare l’effetto sorpresa; altre versioni indicano invece che fu Provenzano a sparare per primo sugli impiegati presenti. Il boss Cavataio, bersaglio dell’agguato, ebbe il tempo di reagire: estrasse la sua pistola Colt Cobra e sparò mentre cercava riparo sotto una scrivania. In quei frangenti concitati, Cavataio riuscì a colpire a morte Calogero Bagarella (uno degli assalitori, fratello di Leoluca Bagarella e cognato di Riina) con un colpo di pistola al petto. Riuscì anche a ferire lo stesso Provenzano e Caruso prima di esaurire le munizioni. A quel punto Provenzano gli fu addosso: il suo mitra si inceppò e allora usò il calcio dell’arma per fracassare il cranio di Cavataio, finendolo poi con un colpo di pistola alla testa. La sparatoria durò pochissimo e si concluse in un bagno di sangue: oltre a Michele Cavataio, sul terreno rimasero Calogero Bagarella e tre dipendenti della ditta Moncada. Due figli di Moncada, Filippo e Angelo, sopravvissero benché feriti durante l’assalto.

Le vittime accertate furono in totale cinque. Oltre a Cavataio e Bagarella, persero la vita Francesco Tumminello, uomo di fiducia di Cavataio, suo braccio destro e guardaspalle presso l’impresa edile, e due impiegati estranei alla mafia: Salvatore Bevilacqua e Giovanni Domè. Bevilacqua, un manovale dell’impresa, si trovava lì quella sera solo perché era andato a ritirare una paga anticipata, mentre Giovanni Domè era il custode dei cantieri del costruttore Moncada. Entrambi furono falciati dai colpi all’inizio della sparatoria, senza avere alcuna possibilità di mettersi in salvo. Nella sparatoria rimasero inoltre feriti i giovani Filippo e Angelo Moncada, figli del costruttore, mentre gli assassini riuscirono a darsi alla fuga subito dopo. Sul luogo del massacro furono contati oltre 100 bossoli sparati, a testimonianza dell’estrema violenza dell’azione. Il corpo di Calogero Bagarella, l’unico del commando rimasto ucciso, fu portato via dai complici durante la fuga: secondo alcune fonti fu segretamente sepolto a Corleone, secondo altre fu addirittura distrutto per volontà di Riina, tanto che non è mai stato ritrovato.

Il contesto storico e la guerra di mafia tra “corleonesi” e palermitani

La strage di viale Lazio si inserisce nel quadro turbolento delle guerre di mafia siciliane degli anni ’60. In particolare rappresentò l’epilogo sanguinoso della Prima guerra di mafia (1962-63) e un punto di svolta nei rapporti di forza dentro Cosa Nostra. Negli anni precedenti, Palermo era stata teatro di una faida tra cosche rivali per il controllo dei traffici illeciti (in primis il contrabbando di sigarette e il nascente traffico di droga) e degli enormi profitti legati alla speculazione edilizia del cosiddetto “sacco di Palermo”. Michele Cavataio, detto “il Cobra”, boss dell’Acquasanta, era stato uno dei protagonisti di quella prima guerra di mafia: secondo successivi pentiti come Tommaso Buscetta e Gaetano Grado, fu proprio Cavataio ad alimentare il conflitto tra clan palermitani nei primi anni ’60, ordinando attentati (come la strage di Ciaculli del giugno 1963) per fare in modo che le varie fazioni si sterminassero a vicenda. Cavataio, ambizioso e spregiudicato, mirava ad approfittare del caos per allargare il proprio potere su Palermo, violando anche le vecchie “regole d’onore” mafiose: arrivò a far eliminare senza scrupoli anche uomini delle forze dell’ordine e rivali interni, seminando il terrore. Questo comportamento, all’epoca, era malvisto persino all’interno di Cosa Nostra, perché gli omicidi di poliziotti e carabinieri rischiavano di provocare una dura reazione dello Stato.

Dopo la strage di Ciaculli (1963), lo Stato aveva reagito con arresti di massa: centinaia di mafiosi furono processati nel maxi-processo di Catanzaro (detto “processo dei 114”). Tuttavia, il 28 dicembre 1968, quel procedimento si concluse con numerose assoluzioni per insufficienza di prove a beneficio di molti boss imputati. I capimafia tornarono presto in libertà e il fragile equilibrio che ne era seguito – una sorta di tregua o “pax mafiosa” – andò in frantumi. Cosa Nostra, sentendosi impunita, riprese le ostilità interne con ancora maggior violenza. Fu in questo clima che maturò la decisione di eliminare Michele Cavataio, ritenuto il responsabile principale delle faide precedenti e ostacolo per una nuova pace mafiosa. La sentenza di morte fu sancita dalla Commissione di Cosa Nostra (la “Cupola”) riunitasi segretamente – secondo Buscetta – addirittura a Zurigo, con la partecipazione di boss di primo piano come Salvatore “Ciaschiteddu” Greco (volato appositamente dal Venezuela). I mandanti dell’operazione risultano infatti essere boss sia palermitani sia corleonesi: Luciano Liggio (rappresentante dei Corleonesi), Stefano Bontate (boss di Santa Maria di Gesù a Palermo), Gaetano Badalamenti (boss di Cinisi) e Giuseppe Di Cristina (boss di Riesi) furono indicati in seguito come i registi occulti del piano.

L’eliminazione di Cavataio fu dunque un’esecuzione “collegiale” deliberata ai vertici di Cosa Nostra. Per sottolineare l’importanza dell’azione, il commando di viale Lazio fu composto da uomini provenienti da diverse famiglie un tempo rivali: vi parteciparono mafiosi dei clan palermitani (uomini della cosca Bontate di Santa Maria di Gesù, come Gaetano Grado ed Emanuele D’Agostino, e affiliati della cosca di Giuseppe Di Cristina da Riesi come Damiano Caruso) insieme a membri del clan dei Corleonesi (Provenzano, Riina e Calogero Bagarella). Questa alleanza trasversale testimoniava che l’ordine di uccidere Cavataio aveva l’approvazione generale di tutte le principali “famiglie” siciliane, unite nel desiderio di chiudere definitivamente la stagione della prima guerra di mafia.

La strage di viale Lazio, con la sua eclatante violenza in pieno centro cittadino, segnò simbolicamente la fine di quella prima guerra di mafia e l’inizio dell’ascesa dei Corleonesi all’interno dell’organizzazione mafiosa. Dopo l’eliminazione del “Cobra” Cavataio e di altri boss della vecchia guardia, il gruppo di Corleone guidato da Riina, Provenzano e Leoluca Bagarella poté espandere la propria influenza. Si instaurò per alcuni anni una tregua tra i clan – una pace armata in cui i Corleonesi consolidarono il potere – fino a quando, circa un decennio più tardi, nuovi contrasti esplosero dando luogo alla Seconda guerra di mafia (1981-83) tra i Corleonesi e i vecchi boss palermitani rimasti (come Bontate e Inzerillo). La strage di viale Lazio può quindi essere vista come un episodio spartiacque: da un lato fu l’ultimo atto della faida degli anni ’60, dall’altro preannunciò il cambiamento degli equilibri mafiosi che avrebbe portato i Corleonesi a dominare Cosa Nostra nei decenni successivi.

Parallelamente, l’eccidio si colloca nel contesto della feroce “guerra per Palermo” sul fronte economico. In quegli anni la mafia stava spostando i suoi interessi dai feudi agricoli alle città, investendo i proventi illeciti in appalti, edilizia e traffici di droga. Palermo, in particolare, viveva il boom edilizio del dopoguerra, e i boss mafiosi erano pesantemente coinvolti nella lottizzazione selvaggia di interi quartieri (il citato “sacco di Palermo”). Girolamo Moncada, il costruttore proprietario dell’ufficio di viale Lazio, era uno degli imprenditori attivi in città e secondo alcune indagini era ritenuto vicino ad ambienti mafiosi dell’Acquasanta. Proprio una speculazione su terreni edificabili era stata inizialmente indicata dagli inquirenti come possibile movente della strage: si ipotizzò un contrasto tra Cavataio e un altro boss dell’Acquasanta, Domenico Bova, per il controllo di un’area su cui Moncada intendeva costruire. Anche se questa “pista edilizia” non spiegava l’intero quadro (come si capì in seguito), essa evidenzia come mafia e affari fossero strettamente intrecciati. La strage di viale Lazio fu quindi non solo un regolamento di conti interno a Cosa Nostra, ma si collocò anche all’interno delle lotte di potere per la gestione di enormi flussi di denaro sporco legati all’edilizia e alle nuove attività criminali urbane.

Le vittime innocenti: Giovanni Domè e Salvatore Bevilacqua

Tra i cinque morti della strage di viale Lazio vi erano due vittime completamente estranee alle logiche mafiose: Giovanni Domè e Salvatore Bevilacqua. La loro tragica fine rappresenta il volto innocente di quella violenza: due lavoratori qualunque, caduti per caso in un agguato spietato. Giovanni Domè, 41 anni, era il custode dei cantieri della ditta Moncada. La sera dell’attacco si trovava negli uffici semplicemente per svolgere il suo lavoro di guardiano. Salvatore Bevilacqua, 36 anni, era un operaio edile (manovale) impiegato presso la stessa impresa: quella sera del 10 dicembre si era recato lì fuori orario soltanto per ritirare una parte di stipendio in anticipo, probabilmente in vista delle festività natalizie. Entrambi si trovarono nel posto sbagliato al momento sbagliato e furono i primi a essere colpiti quando i killer aprirono il fuoco senza preavviso.

Giovanni Domè era un uomo onesto e dedito alla famiglia. Padre di tre figli, viveva per il lavoro e non aveva alcun legame con la criminalità. La sua morte gettò nella disperazione la moglie e i bambini. Per ironia del destino, la vedova di Domè, rimasta sola a mantenere la famiglia, trovò impiego come collaboratrice domestica presso la famiglia di un bambino palermitano di 8 anni destinato a diventare molti anni dopo un noto magistrato antimafia: Nino Di Matteo. Salvatore Bevilacqua era anch’egli un lavoratore umile e stimato: di carattere mite e riservato, soffriva di una leggera balbuzie per cui, ricordano i conoscenti, veniva affettuosamente preso in giro dai colleghi. La sera della strage aveva accompagnato l’amico Domè in ufficio per riscuotere insieme la paga, che purtroppo entrambi non fecero mai in tempo a ritirare, trovando invece la morte. Questi dettagli, emersi dai ricordi del figlio di Domè, rendono l’idea della crudele casualità con cui la violenza mafiosa travolse vite innocenti.

Per molti anni, le storie di Giovanni Domè e Salvatore Bevilacqua rimasero ai margini della memoria collettiva, oscurate forse dall’attenzione mediatica rivolta ai regolamenti di conti tra boss. I familiari di Domè, in particolare, dovettero anche subire, oltre al dolore; il peso di un’ingiusta ombra sul nome del padre. “Abbiamo dovuto nasconderci perché ci reputavano figli di un mafioso”, ha raccontato il figlio Ferdinando Domè, spiegando come per decenni in tanti abbiano erroneamente pensato che suo padre fosse coinvolto in affari loschi e per questo ucciso. In realtà Giovanni era innocente, vittima di una faida che nulla aveva a che fare con lui. Ferdinando ha ricordato di aver persino detto a lungo ai propri figli che il nonno era morto per un infarto, tanta era la difficoltà di spiegare quella morte assurda e la paura di uno stigma infamante. Solo 42 anni dopo, nel marzo 2011, la famiglia Domè ha ottenuto una completa riabilitazione ufficiale del nome di Giovanni: lo Stato italiano ha riconosciuto Domè come “vittima della mafia” a tutti gli effetti, includendolo negli elenchi delle vittime innocenti e disponendo un risarcimento per i suoi familiari costituitisi parte civile. È il riconoscimento che ha fugato ogni dubbio sulla sua estraneità ai fatti criminosi, restituendo onore alla memoria di un uomo per bene.

Da allora, grazie anche all’impegno di associazioni e istituzioni, la figura di Giovanni Domè, così come quella di Salvatore Bevilacqua, non è più caduta nell’oblio. Il loro sacrificio viene ricordato nelle cerimonie in memoria delle vittime di mafia. “Ricordiamo la strage di viale Lazio affinché non ritornino quegli anni di sangue… e perché in quella vendetta mafiosa perse la vita anche Giovanni Domè, vittima innocente per troppo tempo dimenticata”, ha dichiarato l’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando nel 52° anniversario, rendendo omaggio a nome della città a questo custode ucciso ingiustamente. Oggi i nomi di Domè e Bevilacqua compaiono nell’elenco delle vittime innocenti della mafia siciliana, e iniziative come targhe commemorative, intitolazioni e incontri nelle scuole ne tengono vivo il ricordo. Rimane però il dolore incolmabile delle famiglie, private dei loro cari da una violenza insensata: “I boss ci hanno strappato gli affetti”, hanno detto i familiari nel commemorare, a distanza di oltre mezzo secolo, quella tragica notte del 1969.

Le indagini, i processi e i misteri irrisolti

Le immediate indagini sulla strage di viale Lazio furono complesse e inizialmente indirizzate su piste parzialmente fuorvianti. Nel caos che seguì l’eccidio, gli inquirenti dell’epoca non disponevano di prove chiare sui mandanti e sugli esecutori mafiosi reali. L’istruttoria fu affidata al giudice Rocco Chinnici (destinato poi a diventare uno dei magistrati simbolo della lotta alla mafia negli anni ’80). Chinnici concentrò le indagini preliminari soprattutto sul contesto della speculazione edilizia palermitana: ipotizzò che dietro la strage vi fosse una contesa per un terreno edificabile tra Michele Cavataio e un altro mafioso dell’Acquasanta, Domenico Bova, con il coinvolgimento del costruttore Moncada e dei suoi figli. Questa teoria collegava la strage alle guerre di appalti e investimenti edilizi (viste le note infiltrazioni mafiose nel settore), ma non coglieva il movente più ampio dell’azione, che, come visto, risiedeva nel regolamento di conti interno a Cosa Nostra.

Uno sviluppo investigativo importante avvenne alla fine del 1970. Il 30 novembre 1970, a Castelfranco Veneto (Treviso), i Carabinieri arrestarono quattro mafiosi (Gaetano Fidanzati, Salvatore Rizzuto, Giuseppe Galeazzo e Salvatore Lo Presti) mentre si preparavano a una “spedizione punitiva” contro Giuseppe Sirchia, ex vice di Cavataio. Sirchia, temendo per la propria vita, decise di collaborare e raccontò ai Carabinieri che quei quattro arrestati avevano sicuramente partecipato alla strage di viale Lazio. Tuttavia, in un clima di intimidazioni, Sirchia successivamente ritrattò le sue accuse, indebolendo quel filone investigativo. Nonostante ciò, le dichiarazioni iniziali di Sirchia portarono il giudice Chinnici a iscrivere nel registro degli indagati diversi sospettati.

Nel 1971 si arrivò così al rinvio a giudizio di ben 20 imputati, accusati a vario titolo di associazione per delinquere mafiosa e coinvolgimento nella strage. Fra questi figuravano nomi di spicco come il boss Gerlando Alberti e lo stesso costruttore Girolamo Moncada, accusati di collusione nella speculazione edilizia, oltre ai quattro presunti sicari (Fidanzati, Rizzuto, Galeazzo, Lo Presti) indicati da Sirchia. Il processo di primo grado si aprì a Palermo il 20 settembre 1972 e si concluse dopo 48 udienze nel dicembre dello stesso anno. L’esito fu interlocutorio: sedici imputati vennero condannati per il reato di associazione mafiosa (legato agli affari illeciti emersi, come la speculazione edilizia), mentre otto imputati – tra cui i quattro ritenuti esecutori materiali dell’eccidio – furono assolti per insufficienza di prove dall’accusa specifica di strage. In particolare, Gaetano Fidanzati e gli altri tre sospettati dell’assalto armato vennero assolti con formula piena riguardo alla partecipazione al massacro. Di fatto, nessuno in quel momento fu ritenuto colpevole della strage in sé. La verità giudiziaria, nel 1972, rimase monca: i mandanti ed esecutori reali di viale Lazio riuscirono a sfuggire alle condanne, e la strage restò ufficialmente impunita per molti anni. Va sottolineato che già in questo primo processo la posizione di Giovanni Domè emerse come del tutto estranea a qualunque attività illecita (come ricordato dal figlio Ferdinando), ma ciò non bastò allora a dargli pubblicamente la dignità di vittima innocente che meritava.

Bisognerà attendere quasi tre decenni perché le responsabilità della strage di viale Lazio vengano definitivamente alla luce. Nel corso degli anni ’80 e ’90, con l’avvio della stagione dei pentiti di mafia, emersero gradualmente nuovi elementi sul caso. Già il celebre pentito Tommaso Buscetta negli anni ’80 aveva riferito ai giudici della Commissione che decise l’eliminazione di Cavataio, e altri collaboratori come Antonino Calderone e Francesco Di Carlo aggiunsero tasselli importanti. Ma la svolta decisiva arrivò alla fine degli anni ’90: Gaetano Grado, uno dei partecipanti diretti all’azione (ex uomo d’onore della cosca di Santa Maria di Gesù), decise di vuotare il sacco. Nel 1999 Grado, divenuto collaboratore di giustizia, si autoaccusò di aver preso parte al commando e raccontò nei dettagli l’operazione viale Lazio. Le sue rivelazioni – combinate con quelle già rese da Buscetta, Calderone e Di Carlo – permisero di riaprire ufficialmente le indagini giudiziarie sulla strage nel tentativo di fare finalmente piena luce.

Si giunse così a un nuovo processo, celebrato a Palermo a distanza di quasi 40 anni dai fatti. Sotto la guida del PM Michele Prestipino, il procedimento portò sul banco degli imputati due nomi eccellenti, nel frattempo già divenuti i capi indiscussi di Cosa Nostra: Salvatore Totò Riina e Bernardo Provenzano. Riina, catturato nel 1993 dopo una lunghissima latitanza, fu accusato di essere stato uno dei mandanti principali della strage (in qualità di rappresentante del clan dei Corleonesi che guidò l’operazione), mentre Provenzano, arrestato solo nel 2006 dopo 43 anni di clandestinità, fu incriminato come partecipante diretto all’assalto armato in cui personalmente uccise Cavataio. Il processo si basò in larga parte sulle deposizioni incrociate dei collaboratori di giustizia: Gaetano Grado in primis, ma anche altri pentiti “storici” confermarono il quadro, delineando nei dettagli i ruoli di Riina e Provenzano quella notte del 1969. Dopo un lungo iter, il 28 aprile 2009 la Corte d’Assise di Palermo emise finalmente la sentenza di condanna all’ergastolo per entrambi i boss. La giustizia arrivava così, seppur tardivamente, a sanzionare i due principali responsabili superstiti della strage.

In aula, la sentenza del 2009 fu accolta con commozione dai familiari delle vittime innocenti: dopo quattro decenni veniva affermata in tribunale la verità sui fatti di viale Lazio. Riina e Provenzano, già detenuti per molteplici omicidi e stragi, aggiunsero ai loro ergastoli anche quello per il massacro del 1969. Nel 2011 la Corte d’Assise d’Appello ha confermato quelle condanne, rendendole definitive. Nella sentenza d’appello si è ribadito che la strage di viale Lazio fu uno dei capitoli più cruenti della prima guerra di mafia a Palermo e che la sua esecuzione venne ordinata collegialmente dalla Cupola mafiosa e attuata materialmente da un gruppo misto di mafiosi corleonesi e palermitani. La verità processuale coincide dunque con quella storica emersa grazie ai pentiti.

Nonostante i progressi giudiziari, alcuni misteri e responsabilità secondarie rimangono in parte oscuri. Ad esempio, nessuno degli altri boss mandanti (Liggio, Bontate, Badalamenti, Di Cristina) ha mai pagato per questo crimine: all’epoca non furono incriminati per la strage e quando emersero i loro nomi era troppo tardi (Liggio morì in carcere nel 1993; Bontate era già stato ucciso nel 1981; Badalamenti scontava l’ergastolo negli USA ed è morto nel 2004; Di Cristina fu assassinato nel 1978). Inoltre, resta storico il dubbio su che fine abbia fatto il cadavere di Calogero Bagarella, scomparso quella notte: un macabro dettaglio minore, ma che testimonia i consueti “misteri” che la mafia lascia dietro di sé. Sul fronte degli insabbiamenti iniziali, qualche interrogativo lo solleva il fatto che nel 1972 così tanti mafiosi l’abbiano fatta franca nonostante indizi e testimonianze: la ritirata di Sirchia e forse la scarsa collaborazione di alcuni testimoni chiave potrebbero essere state frutto del clima di paura imposto dalla mafia. Anche il ruolo esatto di figure come Domenico Bova o dello stesso costruttore Moncada nella vicenda rimane ambiguo: furono coinvolti solo per la rivalità edilizia, o sapevano in anticipo qualcosa del piano di eliminare Cavataio? La sentenza del primo processo parlò di prove insufficienti, lasciando aperti dubbi che non sono mai stati pienamente chiariti dalle carte giudiziarie note.

Ciò che è certo, a distanza di oltre mezzo secolo, è che la strage di viale Lazio resta un tragico spartiacque nella storia di Palermo e di Cosa Nostra. Un episodio in cui la mafia mostrò il suo volto più feroce, ma che paradossalmente segnò anche l’inizio di una nuova fase negli assetti criminali interni. Grazie alla perseveranza dei magistrati e alle confessioni dei pentiti, quel 10 dicembre 1969 non è rimasto sepolto nell’omertà: mandanti ed esecutori sono stati individuati e, almeno in parte, puniti, rendendo giustizia, pur tardiva, alle vittime innocenti come Giovanni Domè e Salvatore Bevilacqua. La loro memoria, insieme a quella degli altri caduti di quella notte, è oggi patrimonio della coscienza civile, monito di quanto cruento possa essere il potere mafioso e, al contempo, di quanto sia importante la verità e il ricordo per onorare chi ne è stato travolto.

Roberto Greco

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