“Strage di Casteldaccia, la ferita che non si chiude”. La testimonianza di Fabrizio Giordano

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La voce di Fabrizio Giordano è quella di un uomo che sta cercando di reagire al dolore. È la voce di un figlio rimasto all’improvviso senza un padre. Lui è il tesoriere dell’associazione delle “Vittime sul Lavoro”, che da ormai da mesi porta sulle spalle il peso della strage di Casteldaccia, dove cinque operai morirono soffocati dal gas in un ambiente confinato. Tra loro c’era anche suo padre, 58 anni.

«Noi come associazione possiamo soltanto riflettere e dirlo chiaramente: quell’incidente non doveva succedereafferma Giordano -. Le norme ci sono. Se venissero rispettate, questa tragedia non sarebbe accaduta e tante altre non accadrebbero più».

«L’ho saputo da Facebook. Nessuno ci ha avvisati»

Fabrizio quel giorno era al lavoro, in ospedale, durante il suo turno da infermiere. «Una signora mi disse: “Hai sentito di Casteldaccia? Cinque operai morti”. Io non sapevo dove fosse mio padre, non immaginavo nulla». Poi lo scroll sulle pagine social e il colpo allo stomaco: «Ho visto un articolo sulla Quadrifoglio Group, la ditta in cui lavorava mio padre. Quando ho letto il nome della ditta mi è mancata l’aria». Nonostante ciò, all’inizio non ha pensato al peggio.

«Ho chiamato papà. Nessuna risposta. Allora ho chiamato casa, ma nemmeno mia madre ha risposto. Lei era stata già allertata da una cugina». Il dettaglio più doloroso, però, arriva poco dopo: «Nessuno ci ha avvisati. L’incidente era avvenuto un’ora prima e nessuno si era preoccupato di dirlo alle famiglie. Una follia».

La madre, disperata, ha deciso di correre a Partinico, nella sede della ditta, ma ha trovato tutto chiuso. Solo una segretaria che ha risposto da dietro una porta. «Pensava fossero giornalisti, per questo inizialmente non le aveva riposto. Poi ha chiamato il geometra sul luogo della tragedia. E le ha detto: “Signora, suo marito non c’è più”. Io mi chiedo se sia questo il modo di dare una notizia del genere» sottolinea ancora Fabrizio.

La corsa a Casteldaccia e il silenzio dei corpi

«Quando sono tornato a casa c’era mia madre distrutta, tutti i parenti, un dolore che non si può spiegare». La famiglia a questo punto si precipita a Casteldaccia. I corpi sono ancora lì, le salme sotto sequestro, attorno polizia, ambulanze, vigili del fuoco. «Abbiamo visto i nostri genitori così. È una scena che ti resta addosso per sempre» precisa Fabrizio Giordano. La dinamica dell’incidente, oggi, è chiara: una sonda ad alta pressione che si blocca, il tappo che salta, il gas che invade lo spazio confinato.

Ma la domanda vera è un’altra: perché quegli operai erano lì? «Quel luogo era interdetto e loro non dovevano entrare – denuncia il tesoriere dell’associazione –. Il datore di lavoro ha chiesto all’ingegnere le chiavi del cancelletto che portava alla zona sotterranea e lui gliele ha date. Da lì è iniziato tutto: uno è sceso, poi un altro l’ha seguito per aiutarlo, poi un altro ancora e sono morti tutti così. Uno dopo l’altro. Mio padre aveva 58 anni. Tra loro c’era un ragazzo di 26 anni, padre di due bambini di due e quattro anni. È devastante». Solo uno degli operai è sopravvissuto, dopo settimane di rianimazione e riabilitazione.

L’associazione: una spalla per oggi e per chi verrà

Per Fabrizio, la verità è semplice e drammatica: «In Italia non c’è giustizia. Fino a quando le pene non saranno più dure e applicate davvero, tutti continueranno a fregarsene. Nel 2025 tre morti al giorno sul lavoro. Ogni giorno. È un bollettino di guerra. E le chiamano “morti bianche”? Questi sono decessi sul lavoro. Morti di cui si conoscono responsabilità e cause».

«È brutto da dire – riflette ancora Giordano – ma noi vogliamo essere una spalla anche per chi verrà dopo di noi. Perché, se le cose non cambiano, altre famiglie vivranno il nostro stesso incubo». L’associazione diventa quindi un abbraccio collettivo: «Quando siamo insieme ci stringiamo, parliamo di loro, ci ricordiamo chi erano. Mio padre ci ha cresciuti, non ci ha fatto mancare nulla. Ed è questo che ci spinge ad andare avanti».

Alla fine Fabrizio lancia un semplice appello, che è arriva come un grido: «Noi vogliamo solo giustizia. Per mio padre, per gli altri operai, per chi non c’è più. Vogliamo che non accada mai più. Almeno proviamoci. O davvero questo Paese non avrà futuro».

Sonia Sabatino 

 

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