Si conclude oggi la “Settimana dell’uso consapevole degli antibiotici”, nata per porre l’attenzione sull’importanza di prevenzione, diagnosi precoce e corretta prescrizione. Ciò perché l’antibiotico-resistenza (AMR, Antimicrobial Resistance) è in rapido aumento in Italia, in Europa e nel mondo. Il meccanismo alla base è quello della pressione selettiva, perché quando si usano degli antibiotici per infezioni virali, inefficaci sui virus, si eliminano solo i batteri sensibili, favorendo la sopravvivenza e la diffusione di ceppi resistenti.
L’uso inappropriato di antibiotici è dunque il principale motore del fenomeno. Secondo l’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) infatti, esiste una correlazione diretta tra il consumo di antibiotici e i livelli di resistenza. Laddove l’uso è maggiore, spesso a causa di diagnosi non precise, la resistenza cresce. L’Italia registra uno dei tassi di mortalità per antibiotico-resistenza più alti del continente ma, anche a livello europeo, si contano ogni anno circa 670 mila infezioni e 33 mila decessi da batteri resistenti. Su scala globale l’antibiotico-resistenza è responsabile di 1,27 milioni di decessi.
Antibiotico-resistenza in Italia
Una stima ancora più aggiornata, ce la offre l’analisi pubblicata da The Lancet, in cui si parla di oltre 39 milioni di morti cumulativi nel mondo tra il 2025 e il 2050 dovuti a infezioni resistenti. Questo equivale a circa 1,91 milioni di decessi all’anno entro il 2050, con un aumento di quasi il 70% rispetto al 2021. In Italia, però, il consumo di antibiotici continua a crescere. Le ultime stime dicono infatti che si è arrivati a 22,4 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti.
L’attualità rafforza ulteriormente l’urgenza di intervento: l’EMA (Agenzia Europea per i medicinali) ha recentemente raccomandato una revisione dell’uso dell’azitromicina, antibiotico essenziale da decenni, per evitarne l’inefficacia futura dovuta alla crescente resistenza. Un tema strettamente legato alle ICA (Infezioni Correlate all’Assistenza), che si sviluppano durante l’erogazione delle cure, in particolare negli ospedali, e che rappresentano una delle principali criticità sanitarie a livello europeo. Una nota del Ministero della Salute, sottolinea come queste infezioni costituiscano un problema rilevante per la sicurezza dei pazienti e per la sostenibilità dei sistemi sanitari, richiedendo strategie sempre più mirate di prevenzione e controllo
Tutto questo ha anche avuto un effetto positivo: ha spinto verso l’adozione di tecnologie di analisi predittiva, raccolta dati strutturata e medicina personalizzata. È in questo solco che si inserisce oggi l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per una sanità più precisa e sostenibile.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale
L’intelligenza artificiale sta emergendo come una leva strategica per contrastare l’antibiotico-resistenza, grazie alla sua capacità di trasformare l’enorme mole di dati clinici in supporto decisionale concreto. Attraverso modelli predittivi avanzati, l’IA può analizzare in tempo reale il quadro clinico complessivo del paziente presente nel proprio Fascicolo Sanitario Elettronico, includendo variabili come età, patologie pregresse, presenza di dispositivi medici e parametri vitali, per identificare precocemente i segnali di ICA durante l’erogazione delle prestazioni sanitarie.
Oggi diversi progetti pilota dimostrano l’efficacia di questo approccio. Algoritmi sviluppati in collaborazione con ospedali europei e statunitensi hanno già mostrato di ridurre del 30–40% le prescrizioni inappropriate di antibiotici nei reparti di pronto soccorso e terapia intensiva.
L’IA è in grado di integrare e analizzare in tempo reale molteplici fonti di dati: dalla storia clinica ai segni vitali, dalla presenza di dispositivi invasivi alle condizioni preesistenti, per offrire un supporto preciso alla diagnosi e al trattamento. In particolare, può distinguere con maggiore accuratezza tra infezioni batteriche (che richiedono antibiotici) e infezioni virali (che non li richiedono), riducendo il rischio di prescrizioni inappropriate.
Questo insieme di strumenti permette non solo di prevedere l’evoluzione clinica e proporre terapie più mirate, ma anche di alimentare sistemi di sorveglianza nazionale e internazionale, offrendo dati in tempo reale per guidare le politiche sanitarie.
I costi delle diagnosi errate per la sanità
In Italia gli errori diagnostici sono la prima causa di denunce in ambito sanitario. Nel Lazio, ad esempio, rappresentano il 20,7% del totale delle segnalazioni. Il costo complessivo della “malasanità” per il Servizio Sanitario Nazionale, in termini di risarcimenti e spese legali, è stimato in circa 13 miliardi di euro all’anno con l’importo medio di un risarcimento per errore medico che si aggira intorno ai 250.000 euro (ma può superare il milione di euro per danni gravi).
Tuttavia il problema delle diagnosi errate è comune a tutto il mondo: negli Stati Uniti circa 12 milioni di adulti ogni anno ricevono diagnosi errate in ambito ambulatoriale e questi errori contribuiscono a un numero di decessi compreso tra 40-80 mila all’anno. Uno studio della Johns Hopkins University ha stimato, inoltre, che i risarcimenti per errori seri superino negli USA i 100 miliardi di dollari l’anno.
Sonia Sabatino